Il tempo delle castardelle a Montecristo corteggiate dai delfini

– di Raffaele Sandolo

Cronaca sentimentale delle pescate dopo la guerra quando all’isola d’Elba la miseria era diffusa e si usciva a catturare un pesce azzurro oggi quasi completamente scomparso nel Mediterraneo.
La barca di Emiliano Sandolo e gli uomini a bordo. Le “fère” annunciavano i banchi dei pesci, un’ombra scura sul mare.
Il ritorno a terra con le famiglie in attesa sulla spiaggia del Campo.

200605-11-1m

200605-11-2mLa guerra era terminata da poco. All’Isola d’Elba la miseria era diffusa. Fra tanta miseria, i primi pescatori ponzesi di Marina di Campo (Campo per gli elbani) sentivano che con profondo impegno e grande sacrificio potevano tirare avanti con la famiglia. Capirono che, migliorando le loro condizioni economiche, riportavano la gioia nei cuori delle loro donne e il sorriso sul viso dei bambini. Il mare a sud dell’Elba e la profonda speranza in un domani migliore fecero il resto.
Ai primi di settembre, avevo compiuto i miei dieci anni da pochi giorni. Mio padre Silverio Sandolo, soprannomimato ‘a tramontana, decise di portarmi a pescare per la prima volta.
” ‘A scòla è fernuta” e poi … “dimmane vieni cu’ mmé a castaurielle”. Ero felice di essere stato promosso a scuola ed ero pronto per la nuova avventura. A quel tempo, in estate, la ricchezza dei pescatori ponzesi a Campo, a parte il corallo, erano le “castardelle”, pesce azzurro oggi quasi completamente scomparso dal Mediterraneo. Il mare attorno a Montecristo ne era pieno.
Le “castardelle” erano considerate l’oro di Montecristo, un oro vivo e vitale, di un azzurro luccicante, di forma molto allungata.
Partimmo all’alba con il “Sant’Emiliano”, la tipica barca ponzese di mio nonno Baiocc che ancora viveva a Ponza-Le Forna. Lo chiamavano così, dal nome della moneta pontificia, baiocco, perché era di famiglia agiata in un’isola dove la maggior parte degli abitanti era povera.
Uscimmo dal porto di Campo e puntammo verso sud. Quel giorno mi sentivo parte dell’equipaggio formato da mio padre, capobarca, dai miei zii Aniello Vitiello, detto Aniello-Aniello, e Pompeo Mazzella, ‘a bogacciòla, dal nome di un piccolo pesce azzurro, e da Raffaele Pagano detto semplicemente Rafèle.
Era una giornata bellissima. Il mare era calmo e rifletteva la luce come uno specchio. Rafèle, il marinaio dalla vista lunga e buona, stava a prora. Con la mano sinistra afferrava ‘a rota, sorta di asta installata sulla prora delle barche ponzesi. Aveva la mano destra appoggiata sulla fronte, appena sopra gli occhi, per ripararsi dal sole sempre più forte e per asciugarsi il sudore. Lo sguardo era fisso sul mare. Cercava le fère, specie di delfini che inseguivano le masse di “castardelle”. Dove c’erano le fère, c’erano sempre le “castardelle”.
Il “Sant’Emiliano” navigava verso Montecristo. Passavano le ore nel silenzio teso dei marinai, ritmato dal rumore del motore Bolinder. Ogni tanto un grido “i ‘ffère!”, “i ‘ffère!”. Tanti falsi avvistamenti e poi niente. Prima la prora verso Montecristo, poi verso Pianosa, poi si tentava più a sud verso l’Africhella, quindi ancora Montecristo.
Mio padre se ne stava pensoso al timone. Il tempo scorreva senza poter vedere il salto di una fèra.
Cominciava ad affiorare lo sconforto fra i pescatori quando Rafèle urlò: “i ‘ffère! I ‘ffère! A maist….i ‘ffère!”. Era la volta buona. Il “Sant’Emiliano” cambiò direzione e si mosse verso maestrale.
Si intravedeva sul mare un’ombra scura con alcune fère ai lati e le “castardelle” saltellanti nel centro. La barca si avvicinava sempre più. Si poteva vedere meglio il pesce che schiumeggiava in superficie e i gabbiani parlanti che sorvolavano il mare facendo ogni tanto degli affondi. Le “castardelle” erano ormai a portata di mano.
Mio padre Silverio, con gli occhi che guardavano ora le “castardelle” e ora l’equipaggio, dopo diversi accostamenti, valutato il momento giusto per il calo della rete, disse ad alta voce: “‘A rezza! ‘a rezz’ ammmare!”.
Montecristo era alle spalle e fu calata la “castardellara”, una rete che pescava per circa dieci metri sott’acqua ed era lunga un centinaio di metri. La rete si stringeva attorno alle “castardelle” mentre i marinai la tiravano a bordo dai due lati.
I delfini si muovevano lentamente puntando il pesce come dei cani da caccia. Più la rete si stringeva, più le “castardelle” si ammucchiavano al centro poggiandosi nella parte chiamata rete cieca, che era una rete a maglia molto stretta fatta in modo da non far passare né incastrare le “castardelle”, e le fère si dileguarono velocemente sotto la barca.
I nervi erano tesi ed i pescatori cominciavano a sentire la fatica. Si asciugavano con una mano il sudore della fronte. Si era ormai al momento finale. Le “castardelle”, chiuse nella rete cieca, vennero strette verso la murata della barca. Si prese ‘u coppo, sorto di retino a maglie fitte e forti, e si cominciarono a metterle a bordo.
“…Opplà! … opplà!”… e la coperta del “Sant’Emiliano” fu presto stracolma di “castardelle”. Luccicavano al sole del pomeriggio ed ancora saltellavano. Sulla faccia dei marinai, stanca e arrossata, si vedeva tanta soddisfazione.
“Chest’è fatta” disse mio padre. E mentre si cominciava a mettere le “castardelle” nelle cassette di legno, e a lavarle con secchiate d’acqua di mare, lui si mise al timone e puntò la prora verso Capo Poro. Io stavo lavorando tutto sudato, fiero di essere un vero pescatore, assieme agli altri.
Due ore dopo arrivammo a Campo dove ci aspettavano ansiosi i nostri familiari. Anche loro ci aiutarono a scaricare il pesce mentre il sole volgeva al tramonto.

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