Il terrore dei cefali

– di di Mino Rossi

Vita, pesca e canzoni di Pino De Maio, voce e chitarra della periferia napoletana, che cominciò nel giardino dell’Hotel La Palma a Capri il suo percorso musicale mentre lo ascoltavano Nureyev, Carla Fracci e Alberto di Liegi. Muratore e atleta del mezzofondo.
Una chitarra comprata per 800 lire ne segnò la carriera definitiva.
La comunanza d’amore, di passione e di rabbia con il mondo di Raffaele Viviani.
Il volo verso il successo rinvigorendo la tradizione della canzone napoletana, difendendone la nobiltà con l’associazione “La Villanella”, componendo musiche colorate e profonde.

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200607-8-3mQuesta è una storia di tanti anni fa a Capri. Nel periodo estivo, tra gli alberi e i tavoli del giardino dell’Hotel La Palma, una chitarra ora dolente, ora rabbiosa, ora dolce accompagnava una voce impastata di raucedine e nostalgia, di canto libero e di passione furiosa. Su uno sgabello e davanti a un leggìo, un uomo che sembrava un cospiratore, con la barba e i baffi d’altri tempi, e i lunghi capelli d’artista, e un’espressione intensa del viso, si esibiva in un repertorio del tutto particolare.
A dire il vero, sembrava una stonatura nel clima fatuo ed estivo dell’isola. Perché il chitarrista dell’Hotel La Palma non era uno strimpellatore d’intrattenimento, né uno swingingman di melodie ballabili e neanche un cantante accattivante di pianobar. E non s’era mai visto, nei night e sulle terrazze dell’isola, un musicista che leggesse la musica.
La musica, poi, veniva dal cuore profondo di Napoli, dalla poesia popolare e colorita di Salvatore Di Giacomo, dalla guapperia di Ferdinando Russo, dai versi laceranti di Libero Bovio e, soprattutto, dal rude realismo, beffardo e violento, di Raffaele Viviani. Il chitarrista dell’Hotel La Palma non dispensava cha-cha-cha e quarti di luna. Era un crociato alla guerra santa dell’autentica canzone napoletana.
Era Pino De Maio, una giovane pertica d’uomo nato a Miano, alla periferia di Napoli, cresciuto correndo nel bosco di Capodimonte, sfuggendo alla banda dei lazzari da cui non si lasciò incantare e travolgere dopo avere fatto a pugni col figlio di un uomo di rispetto e che, prima di imbracciare la chitarra del suo destino, allenò le lunghe gambe nella corsa del mezzofondo, atleta nel vero senso della parola, dalla promettente falcata. E muratore. Sissignori, muratore, capace di sollevare una pesante sacchetta di cemento, di quelle che pesano mezzo quintale. Un ragazzo del popolo? Proprio così.
Lo sport l’aiutò a sottrarsi a una vita sbandata, di fionde e di pallonate malandrine nel bosco di Capodimonte e nelle strade di periferia, ma a segnarne il futuro fu la chitarra “Catania” da cui fu affascinato e che comprò per ottocento lire da un ragazzo di una combriccola di suonatori che facevano musica in uno scantinato, batterista e direttore d’orchestra Carmine Quaranta, un compagno di scuola.
Incredibile a dirsi, un barbiere gli insegnò i primi accordi. Una professoressa di musica del Vomero gli svelò il mistero profondo delle cinque corde dalle quali poteva cavare, studiando e applicandosi, le maggiori soddisfazioni della vita. E la sorella Annamaria, che faceva teatro, perduta dolorosamente troppo presto, lo spinse sulla ribalta.
Pino De Maio apparve a Capri la prima volta con Gennaro Cardone detto “Nanuccio” e Salvatore D’Angiò, detto “Salvatore la minore”. Insieme componevano l’arrembante gruppo musicale dei “Michelemmà”, canti popolari e brani dei grandi poeti napoletani, invitati ad esibirsi nel ristorante “Il cellaio”. Fu l’inizio della “carriera”, la “base di lancio” che, passando attraverso la comunanza con James Senese, il talentuoso sassofonista nero di Miano, proiettò Pino De Maio verso il suo destino solitario di voce e chitarra del tutto nuovi nel panorama musicale napoletano. L’avidità di sapere, di conoscere, di studiare ne irrobustì la cultura precaria. In un sol colpo scoprì Caravaggio e Viviani. E conobbe la sua strada, arricchita da un lungo soggiorno a Parigi, cameriere e suonatore di chitarra.
Capri gli rimase nel sangue mentre cominciò a percorrere il suo itinerario di musicista sempre più denso e convinto che lo portò spesso all’estero, a Mosca, a Montreal, e poi i concerti sempre più numerosi, e la serata magica in cui Riccardo Muti al pianoforte lo accompagnò nell’esecuzione di “‘A vucchella”. Il ragazzo del bosco di Capodimonte voleva apprendere sempre di più e la pittura fu un’altra sua curiosità e un altro suo impegno nato proprio a Capri, tra i colori dell’isola, davanti al mare.
Ecco, il mare. Diventò “un bisogno vero e un contatto viscerale”, il mare di Capri che incatenò Pino De Maio sulla roccia fatata, fino a fargli trovare ‘na casarella dopo le estati musicali nel giardino dell’Hotel La Palma.
In quel giardino, una sera indimenticabile, lo conoscemmo, severo esecutore di “villanelle”, appassionato cantante di “Era de maggio”, “Uocchie c’arraggiunate”, “Guapparia”, fino a che svelò i canti di malavita di Viviani e la straordinaria “Bammenella ‘e copp”e Quartiere”.
“Ma chi sei?” gli chiedemmo. E lui, smessi l’ispirazione intensa, il canto e la chitarra, scendendo dallo sgabello e ripiegando i fogli di musica sul leggìo, ergendosi a pirata di cuori e di musica, disse: “Io sono il terrore dei cefali”. Su quella battuta nacque un’amicizia.
In effetti, i marinai di Marina Grande conoscevano bene questa attività segreta e micidiale del pescatore-chitarrista Pino De Maio che aveva l’abilità di scegliere gli scogli migliori per aspettare e catturare le prede.
“Credevamo che li incantassi con la chitarra” dicemmo.
Da quell’estate, Pino De Maio ha volato alto nel mondo della musica, fedele a una canzone napoletana interpretata in modo molto personale, con un vigore tutto suo, però rispettoso della tradizione. Fedele sempre al “suo” Viviani che portava nel sangue e nelle sue radici popolane.
Andò, Pino, verso il successo immancabile. E più crebbe il successo, più gli impegni, più c’è da credere che i cefali di passaggio per gli scogli di Capri emettessero sospiri di sollievo. Pino De Maio tornava puntuale ogni estate nel giardino dell’Hotel La Palma. Agli ammiratori giungeva l’eco delle esibizioni ad alto livello quando, al G7 tenutosi a Napoli, incantò Hillary Clinton, quando spopolò sulla Costa Smeralda a bordo del panfilo dell’attore Renato Pozzetto, quando alla Reggia di Caserta cantò per la regina madre d’Inghilterra. E, a Capri, aveva sempre un pubblico di grandi nomi, Nureyev, per esempio, e Alberto di Liegi, Carla Fracci, Linda Christian sempre bella.
A Napoli, nelle serate di sentimento, andavamo ad ascoltarlo nell’ultimo covo di buona musica, che non c’è più, il “City Hall” del corso Vittorio Emanuele, e una volta all'”Harry’s Bar” dove un tempo Hemingway si ubriacò moderatamente.
Apparve al suo fianco una donna incantevole, Maria De Lucia, che diventò sua moglie. Metteva famiglia, il terrore dei cefali, e si addolciva coi due figli, ma leggermente, perché dentro rincorreva la perfezione delle esecuzioni, non era mai soddisfatto, nutrito sempre di rabbia genuina. Fondò un’associazione, “La Villanella”, per onorare e insegnare l’antica nobiltà della canzone napoletana.
Compose le sue canzoni raffinate, moderne nel solco della tradizione, che non tradiva mai. Messaggi di vita e d’amore, sussurri e grida della vivacità e della rabbia eterna dei vicoli di Napoli. “Uè guagliù” fu un grande successo. Per saperne di più, basta leggere il bel libro di Pietro Gargano (Guida editore) su Pino De Maio, “lo scugnizzo fuori dal branco”.
E i cefali capresi? Continuano a passare davanti agli scogli dove li aspettava il chitarrista con l’amo killer, il terrore dei cefali. Sanno che le sue dita callose non stringono più la canna assassina, ma passano sulle cinque corde di un sentimento profondo e gli piacerebbe salire all’Hotel La Palma per ascoltarlo.

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