Il viaggio verso Capri al tempo dei vaporetti della Span

– di Roberto Gianani

Il delicato “reportage” di Alma Siracusa ed Ermanno Vuotto sulle traversate degli anni Cinquanta, lente e ricche di meraviglia.
L’emozione sincera di un percorso magico in una descrizione spontanea e piena di grazia.

200604-15-1m

200604-15-2mProponiamo l’inizio dell’ormai raro volume “Capri porto dei sogni” edito da L’Arte Tipografica di Napoli nel 1957, scritto da Alma Siracusa ed Ermanno Vuotto.
Una scrittura delicata di cui si è perso lo stampo.

Alle nove, quando la bianca ed elegante motonave della Span si prepara a levare l’àncora dal Molo Beverello, se il turista ha avuto in sorte una giornata di sole, tutto sarà d’oro intorno a lui: la mole turrita del Maschio Angioino alle sue spalle, le sagome imponenti dei transatlantici alla fonda, le onde che vengono a frangersi dolcemente contro la banchina. Sarà un affresco gioioso di luci e di colori, nel quale s’inserirà felicemente l’entusiasmo del viaggiatore che s’accinge a scoprire la più bella isola del mondo.
Brevi ordini: il fischio perentorio del capitano: lo stridere dell’àncora e la motonave s’avvia, accompagnata da un beneaugurate volo di gabbiani. Prima meta: Sorrento.
Il viaggiatore che, prima della partenza, s’era, come d’abitudine, fornito di giornali e riviste, non avrà, certo, tempo per loro: troppo bello, infatti, è lo spettacolo che s’offre ai suoi occhi.
Napoli si fa lontana; s’è tuffata ormai in quei vaghi vapori madreperlacei che precedono, a volte, il trionfo del sole.
Fragili e quasi irreali si fanno i contorni delle colline, delle case, dei monumenti. Già il possente sperone di Posillipo, San Martino, il Vomero, la densa macchia di verde della Villa Comunale, il Palazzo Reale, la foresta di sartie e di comignoli del porto non sono più che incerte immagini, lì lì per dissolversi nel riverbero solare.
I paeselli del golfo si fanno, contemporaneamente, più vicini; appena una serica fascia di mare li divide da noi.
Occhieggiano, sotto la ferrigna mole del Vesuvio, le bianche case di Torre del Greco, patria dei coralli; sfrecciano verso il cielo i punti esclamativi delle ciminiere dell’operosa Castellammare di Stabia; si affacciano, tra uliveti e aranceti, Seiano, Meta, Sant’Agnello, ed infine ecco Sorrento, inghirlandata di fiori d’arancio come uno sposa.
Non si ha quasi il tempo di ammirare l’imponente scenografia dei suoi grandi alberghi a picco sul mare: la verde pace dei suoi favolosi giardini: il piccolo porto, dove panfili lussuosi e modeste barche da pesca si dondolano pigramente alla leggera maretta, che già il vaporetto riparte. La meta è vicina.
Sono ancora in vista i densi uliveti di Massalubrense, quando una strana frenesia s’impadronisce dei passeggeri. Tutti si agitano; si spingono; si affollano a prua: anche quelli per i quali Capri è beata consuetudine di vita.
L’isola cela ancora i suoi nudi picchi rocciosi in una impalpabile nebbiolina. Per pudore o per civetteria? Nell’uno o nell’altro caso, nessuno vuol perdersi il meraviglioso spettacolo del suo improvviso offrirsi al sole, quando un più forte soffio di vento le strapperà l’ultimo velo.
Ed ecco finalmente la Bellissima; severa e quasi aggrondata sul suo piedistallo di liquido azzurro: con le sue rocce affilate, i suoi strapiombi paurosi, le sue grotte cave ed oscure come vuote occhiaie di giganti.
Tale ancestrale, spietata bellezza sgomenterebbe chiunque se, via via, non si delineassero anche le case bianche, gli armoniosi porticati, le scalee, gli archi: tutto un piccolo mondo di bellezza e di rustica grazia incastonato nel verde brillante dei vigneti e in quello dolcemente sbiadito degli ulivi.
La motonave è entrata ormai nell’ombra verde-azzurra che l’alta parete rocciosa proietta sul mare.
Si possono distinguere ora, tra roccia e roccia, i ginepri carichi di bacche, i rosmarini ingemmati d’azzurro, le gentili stelle bianche dei mirti. E’ la “macchia”: la più genuina, la più antica, la più incantevole forma di vegetazione dell’isola. Il suo respiro balsamico è nell’aria: si mescola a quello, aspro di salsedine, del mare, distillando nell’alambicco d’oro del sole il più prezioso degli aromi; quello che non potrà mai esser racchiuso nelle fiale anche del più prestigioso mago di Grasse.
Non si deve dimenticare che questa è l’isola misteriosa e bellissima che udì, in un favoloso mattino, la divina voce di Orfeo e vide la nave d’Ulisse fuggire all’incanto delle Sirene, come portata da un vento di paura. Questa è l'”Antemoessa” delle Argonautiche Orfiche, il poema di Apollonio Rodio; il “prato fiorito” di Leucosia, Partenope e Ligia, le sirene, divinità marine; la terra fatale in cui Omero cantava nell’Odissea: “Chiunque i lidi incautamente afferra / delle Sirene e n’ode il canto, a lui / né la sposa fedel, né i cari figli / verranno incontro su le soglie in festa”.
Oggi il pedaggio è molto più lieve; il prezzo d’un biglietto per un posto in motonave, e l’incanto sarà vinto.
Non si garantisce, però, che la vera vita di chi si accosta a Capri non debba rimanere qui “consunta scoria” anche quando egli avrà fatto materialmente ritorno alle sue fredde città del Nord. “Consunta scoria” è espressione della poetessa lombarda Ada Negri che visse alcuni mesi a Capri nel 1923 e che, abbagliata dalla solare bellezza mediterranea, vi compose i famosi “Canti dell’isola”.

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