In viaggio con “L’Isola”

– di Peppe Iannicelli

Dopo un incontro a Cava de’ Tirreni con Roberto Gianani sono felice di arruolarmi nel suo equipaggio, affascinato dai viaggi reali e di fantasia sulle rotte di questo giornale, un piacere sublime, arricchito da conversazioni e amicizie vere.

Porterò con me un sigaro cubano, un pacco di pasta di Gragnano, un barattolo di San Marzano, qualche cappero di Pantelleria, il tonno di Cetara e la superba parmigiana di melanzane di mia mamma Gioconda.

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200712-15-3mSono felice di esser entrato nell’equipaggio del comandante Roberto Gianani.
Sono felice di esser entrato nella sua pattuglia di argonauti innamorati della scia di un vello d’oro simile al riflesso di quella luna nostra commensale in una cena che vale una vita. Sono felice di poter navigare in cotesto vascello e tra cotanto senno poiché avverto un’immediata empatia con il timoniere, l’uomo della cambusa, l’esperto di vele, il signore del vento.

In verità non sono ancora salito davvero sulla barca chè ho saltato la partenza da Cava dei Tirreni, ma spero prestissimo di potermi rifare su altre rotte e verso altri approdi.
Avevo sentito parlare di Roberto Gianani. Conoscerlo è un’altra cosa. L’ho visto proprio come appare sulla copertina di “A cena con la luna” edito dalla benemerita editrice Marlin. Il volto bruciato dal sole, il cappellino incongruo per trattenere la massa dei capelli lunghi e brizzolati, il sorriso ansioso, gli occhi a scrutarti l’anima.
Lo guardavo e mi veniva in mente una frase del filosofo Josè Ortega y Gasset. “Le nostre più radicate convinzioni tendono ad essere le più sospette poiché segnalano i nostri limiti. La vita è ben poca cosa se non è mossa da un’indomabile urgenza di estendere i propri confini”. Non so se il filosofo abbia mai mollato una cima a Roberto Gianani, ma questa frase sembra esser il portolano esistenziale del Capitano.

Estendere i propri confini. E’ quello che dobbiamo fare per poter vivere da uomini liberi e felici. A spingerci il desiderio condiviso di vedere nuove stelle, scoprire nuovi approdi, incontrare nuova gente sulla riva. E’ stato il mare a cullare le grandi civiltà.
Quando sei sulla riva e vedi arrivare una vela sconosciuta non puoi sempre pensare di colare a picco i nuovi arrivati, non puoi immaginare che sull’altra sponda abitino solo nemici. Hai il dovere di lanciare una cima ai nuovi arrivati, stendere una passerella e farli scendere a terra. Se farai così di certo quando sarai tu il navigatore ci saranno altri sconosciuti ad accoglierti. Dovrai imparare lingue nuove ma scoprirai spezie e tessuti che neanche immaginavi.
Ci sarà da mettersi d’accordo sul peso delle merci, ma imparerai un nuovo sistema per calcolare la rotta.
Gli mostrerai una manovra nautica e lo sconosciuto t’insegnerà ad issare una vela come mai avevi fatto prima.
Ecco, così nascono le civiltà, le grandi civiltà nella capacità di estendere i propri confini e di condividerli con l’altro da noi fino a farlo diventare prossimo.
Nelle rotte di Roberto Gianani, nelle isole che egli ed il suo equipaggio amano, scorgo questo inesausto desiderio di estendere i propri confini personali e sociali in una dimensione dilatata di un tempo ritrovato. L’andar per mare ridisegna priorità ed agende.
L’onda ed il vento non conoscono le nostre urgenze, anzi sembrano divertirsi a farsene beffa. Il mare ci riporta alla nostra dimensione di particella cosmica, importante perché unica ed irripetibile ma infinitesima rispetto all’imponente grandezza del creato. Ed il viaggio diventa così metafora della vita, piacere sublime da gustare fino in fondo con la conversazione arricchente sui massimi sistemi o la stecca di un centravanti, la contemplazione stupita di un cielo stellato, il gusto di uno spaghetto cotto al punto giusto e di un calice di vino ben fresco servito generosamente. Lontani dalla pazza folla che violenta il mare con motori pletorici e roboanti, dalle veline sempre pronte ad adescare qualche paparazzo, dai vip inutili e controproducenti.

Questi viaggi e questa vita sono belli da vivere e condividere. Nella mia sacca non dimenticherò di portare un buon sigaro cubano, un pacco di pasta di Gragnano, qualche bottiglia delle colline sannite, un barattolo di San Marzano, qualche cappero di Pantelleria, il tonno di Cetara, un ruoto di melanzane alla parmigiana come solo mia madre Gioconda (nomina sunt rerum consequentia ) sa preparare. Ed inviterò a bordo, sempre con il permesso del Capitano, un altro amico filosofo: Seneca. Ai suoi discepoli amava dire: “Noi non possiamo cambiare la direzione del vento e delle onde del mare. Ma abbiamo il dovere d’imparare a governare le nostre vele”. Con simili compagni di viaggio e con questa aspirazione esistenziale la rotta della nostra vita sarà una lunga emozione da vivere.

200712-15-4m

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