Irlanda, tutto un film

– di Patrizia Carrano

La prima sala cinematografica aperta nel 1909 da James Joyce. Il ritorno di John Ford che filmò l’isola dei villaggi, dei cavalli, delle rigide convenzioni sociali, dell’ubriachezza e delle omeriche scazzottate.

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200804-16-3mAspiegare come mai tanto cinema abbia spaziato nei suoi panorami, ha descritto i suoi caratteri, ha frugato nei suoi quartieri popolari, indagato le sue contraddizioni, c’è il rischio di cadere nell’iperbole. Chi ama l’isola d’Irlanda (i più pensano allo smeraldo inaudito dei suoi prati, ma l’Irlanda è prima di tutto un’isola battuta da tre mari e da un oceano) sa quanto quelle contrade siano inaudite, intonse, inimmaginabili, inarrivabili nel loro blend di natura selvaggia e forte tradizione culturale, di magico spleen e di tragica durezza. L’Irlanda è l’Irlanda è l’Irlanda.

Come Gertrude Stein diceva “una rosa è una rosa è una rosa”. Ogni definizione è troppo piccola, troppo pallida, troppo parziale. Per questo un regista come John Huston è andato a viverci per oltre vent’anni, lasciando Hollywwod. E, metaforicamente, è andato anche a morirci: ormai ottantenne, con le bombole a ossigeno, su una sedia a rotelle, fiaccato nel fisico ma non certo nella sua lucida intelligenza, Huston ha diretto a Dublino, nel 1987, il suo ultimo film, The Dead, meravigliosa riflessione sulla morte, sulla nostra caducità, sull’amore, tratto da uno dei racconti di Gente di Dublino di James Joyce. Protagonisti sua figlia Anjelica, che in Irlanda è cresciuta, e un gruppo di attori del teatro irlandese di nessun richiamo divistico e di straordinaria bravura.
Circa ottant’anni prima, lo stesso Joyce, certo il più conosciuto, il più tradotto e il meno letto degli scrittori irlandesi, aveva aperto assieme a un socio la prima sala cinematografica di Dublino. Era il 1909, il cinema era ovviamente muto, l’Irlanda anche: per via della sua povertà, del dominio inglese e del suo essere considerata un luogo situato, per usare una definizione di Umberto Eco, “alla periferia dell’Impero”. E infatti Oscar Wilde, nato a Dublino, pensò bene di trasferirsi giovanissimo a Londra, uno dei cuori pulsanti dell’Occidente, spiegando che non sapeva che farsene di una piccola seppur gloriosa città circondata dal verde: “La campagna? Un luogo umido dove volano degli uccelli”.

Ma torniamo al cinema: se Fiorella Mannoia ha cantato dei Cieli d’Irlanda (e chi può vada a rintracciare il video di lancio della canzone, girato sul luogo), è il grande John Ford – cineasta americano che più americano non si può, senza i suoi western e senza i suoi cieli, sempre nuvolosi, sempre inquadrati a riempire mezzo schermo, non esisterebbe l’epica della frontiera – che ha sentito il bisogno di tornare all’isola dov’era nato e da dove se ne era andato ragazzino per girare, ed era il 1952, The Quiet man (Un uomo tranquillo), protagonista l’attore icona del suo cinema John Wayne e una irlandese doc come Maureen O’Hara. Quella di Ford è l’Irlanda verde dei villaggi, dei cavalli, delle rigide convenzioni sociali, dell’ubriachezza, delle omeriche scazzottate. In America è possibile essere soli, in Irlanda no, ci spiega tra le righe Ford.
Da allora tutto è cambiato e l’Irlanda, che oltretutto ora ha una Film commission agile, accorta e capace, dal cinema ha molto avuto e al cinema ha molto dato. Cinema d’autore, di grande confezione, di lucida indagine sociale, commedie romantiche.

In ognuno di questi generi l’Irlanda campeggia coi suoi protagonisti, siano essi attori o autori. Pensiamo a
Daniel Day-Lewis, irlandese purosangue, che vive nella contea di Luggala con i due figli e la moglie Rebecca Miller, figlia di Arthur. Fresco di Oscar con Il petroliere (2007), Daniel si impose all’attenzione della scena mondiale come il protagonista del film di Jim Sheridan Il mio piede sinistro (1989), per poi interpretare Nel nome del padre (1993) in cui indossava i panni dell’hippie irlandese Jerry Conlon, un innocente condannato dalla giustizia inglese, bisognosa di un colpevole da consegnare all’opinione pubblica, dopo un sanguinoso attentato dell’Ira. Per non dire del suo altro film, ancora una volta firmato da Sheridan, The Boxer (1997), ambientato a Belfast.

Del lungo, sanguinoso e sanguinario, capitolo della storia irlandese che riguarda l’Ira, ormai faticosamente giunto alla pacificazione, si sono occupati registi come Ken Loach (inglese) o Neil Jordan (irlandese) che ha firmato nel 1996 Michael Collins, protagonista un altro irlandese doc, Liam Neeson. Per quella sua interpretazione Neeson vinse a Venezia la coppa Volpi, che non potè andare a ritirare perché stava cercando di salvare le penne in un ospedale di Padova, dove era stato ricoverato per una gravissima intos sicazione, causata da un pasticcio di carne mangiato sul suo aereo privato, che era stato congelato, scongelato e ricongelato. Quella disavventura privata non distolse la critica dall’interrogarsi sul tema del film, che raccontava la nascita del terrorismo: eternamente battuti dalle soverchianti truppe inglesi, i ribelli d’Irlanda che negli anni Venti lottavano per l’indipendenza, decisero di attuare una nuova forma di guerra. Il terrorismo – che poi diventerà quello dell’Ira e assumerà in seguito, per altre vie, il sembiante del fondamentalismo islamico – nasce dal patriota Mike Collins. Da un uomo che finirà per essere ucciso da un cecchino dell’ala più radicale del suo movimento, nel momento in cui deciderà di trattare con gli inglesi.

Altri attori che hanno giocato un ruolo vitale nell’affermazione del cinema irlandese sono il grande e ormai scomparso Richard Harris, Stephen Rea e Gabriel Byrne, protagonista, fra gli altri, di un film realizzato da Mike Nevell nel 1993 Into the West, a cui in italiano è stato aggiunto il sottotitolo “E’ vietato portare i cavalli in città”, saga sugli zingari irlandesi, e sulla loro difficile integrazione.
Già, perché l’Irlanda – anche quella di oggi, assai cresciuta economicamente, capace di cogliere le molte occasioni che l’ingresso nell’Unione Europea le ha offerto, con un turismo in fortissima espansione, e una Dublino che non ha più i silenziosi e carboniosi panorami primo Novecento ma fa svettare i suoi grattacieli sul nuovo porto – resta comunque fedele a se stessa: un irlandese avrà sempre il cavallo sotto casa, anche se la sua è una casa operaia. E un irlandese non parlerà mai troppo bene degli inglesi. Al massimo eviterà il discorso.
Quel che ancora bussa violentemente alla porta dell’immaginario di quel paese, dei suoi scrittori prima ancora che dei suoi cineasti, è la memoria della terribile povertà che fino all’ultimo dopoguerra l’aveva assediata:
Anjelica Huston, che nel 1999 ha diretto e interpretato in Irlanda Agnes Browne, racconta la Dublino povera degli anni Sessanta. Così come l’ha raccontata Alan Parker con The Commitmens (1991). Un film in cui Dublino è ancora carboniosa, ma piena di musica. Quella musica con i violini e i ritmi serrati a cui deve moltissimo anche l’America.

Persino il cinema di Fred Astaire è un debitore dell’Irlanda: perché il tip tap, che il grande Astaire ballava con i suoi lucidi scarpini di vernice, altro non è che l’evoluzione statunitense dei balli ritmati dagli zoccoli di legno che facevano gli irlandesi. Zoccoli a cui venivano applicati i ferretti solo perché non si consumassero.
La carestia che spinse gli irlandesi del primo Novecento a lasciare in massa la loro isola – raccontata con toni da giocattolone americano in Cuori ribelli (1992) con Tom Cruise e Nicole Kidman – nasce da una terribile malattia della patata, che colpì l’intera Irlanda, come racconta Redcliffe Salaman, in un libro di quattrocentoquaranta pagine intitolato, appunto, Storia sociale della patata, edito da Garzanti. A quella migrazione di massa verso gli States prende parte una famiglia che darà a Hollywood una stella di prima grandezza, Grace Kelly, irlandese di origine, e americana di prima generazione.
Grace, una volta divenuta principessa di Monaco, si recò in Irlanda a vedere la misera casetta da cui suo padre era partito. Ed esaminò, senza poi farne niente, l’ipotesi di un film che raccontasse la migrazione degli irlandesi.

Basta, chiudiamola qui: i titoli da citare sarebbero talmente tanti che c’è il rischio di scivolare in un’arida elencazione. Meglio avvisarvi che il più anglosassone dei best seller, in uscita per la prossima stagione con il titolo Harry Potter e il principe mezzosangue, lo stanno girando in Irlanda.

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