Isole minori, principesse dei mari

– di Giuseppe Ulivi

Celebrato a roma il ventennale dell’associazione nazionale dei comuni delle isole Minori. Dimensioni irreali e rapporto col continente. Esistenze e paesi che sono Cambiati profondamente. L’emigrazione degli isolani e l’invasione turistica delle Isole. L’iniziativa dei sindaci nata l’8 giugno 1986 all’isola del giglio. Il cammino compiuto e i problemi che resistono. Il raccordo con le isole dell’unione europea per una politica unitaria.

Percorrere a ritroso la storia e la vita degli abitanti delle isole è come entrare in una dimensione quasi irreale, soggetta ad una specie di determinismo che la vuole ciclicamente uguale. Come se le componenti del tempo, i giorni e le notti, e le stagioni si alternassero solo in un senso metafisico. Mutano giorni e stagioni, e il vento, le nubi, i colori delle colline, il mare, i tempi di lavoro. Non la solitudine, l’isolamento, l’istinto di difesa. L’enclave: ecco la sua stessa natura. Una condizione accettata, consapevolmente e serenamente.
Di fronte, poche miglia più in là, il continente con le case comode, le scuole, gli ospedali, il tram e i giardini, i giornali, il cinema. La guerra, anzi il dopoguerra, rovesciò e scompose. Quelli di fronte incominciarono ad andare per isole perché piaceva loro la natura selvaggia, la macchia bassa, i graniti e il quarzo del granito che luccicava al sole violento dopo la tramontana; e gli scogli ricchi di patelle e di ricci che non raccoglievano per rispetto della natura; e il mirto, il corbezzolo, i papaveri rossi nei pochi campi di grano ancora coltivati. Quelli delle isole se ne andarono in Belgio o in Germania, in miniere, o nelle acciaierie. O in Australia, in Canada, nelle Americhe richiamati dai parenti, ché non era più possibile soddisfare i bisogni crescenti, venute meno le fonti di lavoro. I contadini erano diventati operai.
Uno, due lustri. Poi arrivò tanta gente. Con i soldi, naturalmente. Ed ecco nuovi scenari. L’intrinseca fragilità degli ecosistemi della maggior parte, non tutte, delle piccole isole, fu scossa nei mesi estivi quando l’invasione turistica garantiva significative fonti di reddito privato, ma incrementava anche le difficoltà di tenuta delle strutture e dei servizi pubblici, producendo guasti difficilmente reversibili.
La diaspora invernale pose inoltre seri problemi alla qualità della vita degli isolani che rimanevano, in rapporto soprattutto alla fruizione di servizi lì dove si è nati: la scuola, la sanità, il lavoro. In altre parole l’aspirazione ad un pari ritmo di crescita tra il cittadino isolano e quello del continente.
Fu questa presa di coscienza dei problemi prodotti dalla discontinuità territoriale che spinse un gruppo di sindaci a riflettere su un nuovo percorso: dalla insularità come marginalità alla insularità come risorsa. Capirono quei sindaci che era necessario “fare sistema” come si dice oggi. E promossero e costituirono l’Ancim, l’Associazione nazionale dei Comuni delle isole minori. Nacque all’Isola del Giglio l’8 di giugno 1986.
Quando l’8 giugno scorso è stato celebrato a Roma il ventesimo anniversario della costituzione, è parso cogliere nei discorsi del presidente Giuseppe Brandi, del vicepresidente Catalina Schezzini e nella puntuale relazione di Gian Piera Usai, un duplice sentimento: di soddisfazione per i risultati raggiunti e di sfida. Sfida per trasformare gli ostacoli che tuttora sussistono in input a superarli, gli elementi di debolezza del territorio in punti di valore forti della specificità, della unicità, delle irripetibilità di tutte e di ciascuna delle piccole isole italiane. Hanno capito bene i rappresentanti del governo e del Parlamento intervenuti e le parole dei sottosegretari Casula (Economia) e Dettori (Ambiente) hanno dato ai sindaci fiducia e sostegno pur nel quadro economico e finanziario che il Paese sta vivendo. Gli obbiettivi da perseguire saranno ridisegnati, ridefiniti, riproposti in un Convegno che si terrà in autunno.
Ma già sono presenti come temi di fondo nella consapevolezza delle potenzialità esistenti per uno sviluppo durevole non minato da fragilità e da punti di criticità strutturali e territoriali. Per soddisfare questa ambizione necessita il supporto sinergico dello Stato, delle Regioni, dei Comuni. Un cammino già iniziato, del resto, a partire dalla “riforma Bassanini” della Legge 142 in materia di ordinamento delle autonomie locali, che riconobbe la specificità delle isole minori prevedendo per esse provvedimenti speciali. Un cammino ancora percorso grazie ad un accordo di programma quadro per le isole minori stipulato tra il Governo, le Regioni e l’Ancim che ha consentito l’erogazione di finanziamenti gestiti dal Cipe, dal ministero per le Attività produttive e dal ministero dell’Interno, dei quali stanno usufruendo tutti i comuni insulari, nonché, per un bando specifico, i privati con attività imprenditoriali nelle isole. Un cammino che deve proseguire già con la prossima Finanziaria, malgrado le difficoltà, perché è presupposto per la crescita non solo delle isole, ma anche del paese, incentivando e veicolando in esso il flusso turistico che già ha cominciato a cercare strade diverse.
C’è un punto debole ancora: il raccordo con le isole europee per una politica unitaria nella Ue e nel Mediterraneo al fine di ottenere comportamenti conseguenti alle dichiarazioni già espresse nella stessa costituzione europea e nel Trattato di Maastricht. I primi approcci hanno consentito l’apertura di un dialogo con l’Associazione delle isole del nord Europa e con alcune isole del Mediterraneo. Anche questo aspetto fu considerato nell’atto costitutivo dell’Ancim dai sindaci di vent’anni fa. Lungimiranti e fiduciosi.

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