Itinerario siriano

– di Nicola Dal Falco

La moschea di Damasco e la suggestione di Bosra difesa da robusti bastioni. Sulla strada per Aleppo sorge Hama con le sue gigantesche ruote di legno e il palazzo del governatore in riva al fiume. Il pazzo corso dell’Oronte verso sud. In un’ansa il castello della Cresta del Gallo. I colonnati di Apamea e di Palmira.

La grande moschea di Damasco fu costruita dal califfo el Walid nel 708, là dove sorgevano un tempio romano e la cattedrale bizantina, consacrata a San Giovanni Battista, la cui testa, santa reliquia, è tuttora onorata. Entrando con le scarpe in mano, non siamo che semplici viandanti su questa terra, ciò che colpisce è soprattutto la penombra luminosa, quasi un cielo stellato, luci che brillano tenui, lontane nell’universo carico di segni ed estraneo. Persi e ritrovati, umili oranti con le scarpe in mano. E poi, improvviso, uno sbattere d’ali; qualche piccione è rimasto chiuso dentro e abita ormai nella foresta di travi del tetto.
A sud di Damasco, verso Bosra, si attraversa una pianura verde di germogli di grano. Su ogni villaggio svettano i serbatoi d’acqua e spesso dei giganteschi silos, emblemi di un paesaggio organizzato.
In questa grande regione agricola, Bosra, famosa al tempo dei Severi, si annuncia con le nere mura di basalto. La cittadella, costruita dagli arabi agli inizi del 1200 tutto intorno al teatro romano, è circondata dal fossato e difesa da robusti bastioni rettangolari, quasi forgiati in un sol blocco. Col tempo la pietra si è ossidata, covando cupi bagliori.

Il malinconico caos delle rovine, ancora in parte abitate, dove la vita non è tenuta lontana da cartelli e recinzioni, potrebbe irritare un archeologo, ma riempie di stoica dolcezza il viaggiatore. Anche l’infernale bellezza di Bosra cede agli immondezzai, agli asini, ai cortili dove asciuga il bucato.
Dal passato affiora un’istantanea in bianco e nero: mura, archi, colonnati di un grigio patinato che rasenta il blu e poi il bianco delle tuniche orlate d’oro e di porpora; mercanti e magistrati a passeggio nell’aria vespertina. Se immaginiamo per un attimo questo contrasto, Bosra ci lascia dentro un senso di stordimento, una piccola vertigine.
A Bosra, l’hotel Cham ha una taglia più piccola rispetto agli altri alberghi della catena e il fascino di una casa araba.
Hama si trova circa a metà strada tra Damasco e Aleppo. È una delle città più industrializzate della Siria e un centro spirituale sunnita. Vi si respira un’aria diversa, più rarefatta, carica di attese e riconoscimenti. Il simbolo della città sono le norie, gigantesche ruote di legno che sollevano l’acqua del fiume Oronte a un livello superiore, alimentando la rete di acquedotti. Ne rimangono in funzione una decina.
Come dice Bruce Chatwin nel suo libro Le vie dei canti, grandi civiltà e grandi religioni hanno sempre avuto un debole per l’ingegneria idraulica.

Ad Hama, l’ex palazzo del governatore ottomano, in riva al fiume, custodisce un mosaico bizantino con grandi figure femminili intorno alla tavola imbandita tra un volare fitto di sguardi. È un museo ma soprattutto una residenza, un modello di abitazione.
Tutto rivolto all’interno, si mostra nascondendosi, si svela poco a poco. Non c’è facciata e il portone di legno, all’angolo della viuzza, si apre su un androne spoglio e buio. La distinzione del proprietario, la sua posizione altolocata comincia a manifestarsi entrando nel giardino, all’ombra profumata della grande magnolia. In un nicchione, su un piccolo podio, sono stati sistemati dei cuscini per fumare al fresco, bere caffè, disputare sui migliori argomenti possibili: l’amore e gli uomini.
Salendo la stretta scala di pietra si raggiunge il terrazzo con la fontana. L’accecante rettangolo di sole è chiuso su tre lati dalla sala delle udienze e dalle stanze foderate di legni intarsiati. La cupola abbellisce il salone mentre, ad una delle estremità, un piccolo belvedere è sospeso sopra i rami fioriti del giardino, lungo la sponda del fiume.

In questa casa traspare un tale struggimento per la dolcezza delle ore trascorse in buona compagnia che anche il distacco, il ricordo, la nostalgia possono rifugiarsi dietro le sue mura. Qui, come dicono i poeti beduini, l’amante ha passato notti insonni «pascolando le stelle».
Seguiamo l’Oronte che scorre pazzamente da sud verso nord, fino a Shesar, prima di Apamea.
Sull’ansa, dove, in alto, sorge il castello della Cresta del Gallo, c’è un platano isolato e una grande ruota di legno che gira lentamente. Le rive basse sono ricoperte qua e la da un’alga soffice, compatta come lana. Il fiume scorre in un letto di calcare che ha cambiato colore ed è diventato simile al fondo di una coppa di bronzo. I cavalli vi si fermano a bere, restando in mezzo alla corrente.
Per finire, basta evocare i colonnati di Apamea e di Palmira, alle porte del deserto, resti così imponenti e isolati nel tempo da creare un certo sgomento anche a chi ha in testa i Fori di Roma. E, naturalmente, i castelli dei crociati, che innanzitutto difendevano una terra ferace, una regione fertile, da Aleppo fin giù in Palestina. Una terra che ai piedi dell’Antilibano ricorda se non l’Umbria certamente la Provenza.

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