Karpathos nel mare del mito

– di Liliana Mosena

Un’isola incontaminata del Dodecanneso nella suggestione dell’otre di Eolo, delle navi di ritorno dalle guerre antiche, di una musica lontana. Il mare dal turchese al viola, il verde del mirto e degli ulivi, le case bianche, le baie dall’acqua cristallina.

E’ lo stesso mare del mito, delle scie delle navi e di guerrieri, il mare degli dei, dei venti dell’otre di Eolo, di Circe, di Calypso, il mare delle donne che attendevano, ogni sera, sui moli delle loro isole, di vedere apparire all’orizzonte le vele delle barche dei loro uomini partiti per antiche guerre, il mare delle mille madri che aspettavano il ritorno di figli fanciulli, diventati uomini, o i loro corpi da ungere di olio e avvolgere con le bende dell’oblio che accompagna l’Ade, il mare delle mille donne che si graffiavano il volto per il dolore. E da lontano le note sempre uguali di una musica che mette nostalgia nelle vene, desiderio di una meta irraggiungibile, le origini dell’essere uomo, la bellezza, la classicita dei colori, il verde del mirto, degli ulivi, il bianco accecante dei muri e delle case, il mare dal turchese al viola, simile quasi al colore del vino che stordisce e addolcisce, la pigrizia che avvolge come un bozzolo.

Pigrizia nel pensare, i pensieri scivolano, non fanno presa, il sole che morde la pelle, abbruna, spossa. Baie lontane, acque cristalline, voglia di immergersi, lasciarsi ricoprire e guardare la propria immagine come dietro un vetro, per prendere le distanze da se stessi, per osservarsi.

Vorrei essere un pesce ricoperto di scaglie argentee e strisce di colore per andare giu ad incontrare le sirene e il loro canto che risveglia cerchi concentrici nell’acqua. La cupola azzurra di una chiesetta che conserva iconostasi, profumi di candele grigie di cera grezza, baciare un’icona e chiedere una grazia, ma quale? La grazia di questo incanto fissato negli occhi e nell’anima. Da dove nasce questa mia ricerca continua, e sempre in un’isola mediterranea, ricerca di che cosa, di chi? Ogni isola che ho visitato e legata dallo stesso comune denominatore, la luce, la luce che c’e nelle isole ti invade, ti inonda, non ho mai incontrato in nessun posto questa luce, luce da origini del mondo, sensazione di nascita, di inizio, di guscio d’uovo che si rompe in tanti frammenti e vita appena cominciata.
Fantasticare di trascorrere qui il resto della propria vita, non solo d’estate, ma quando le giornate iniziano a farsi piu corte, i cieli piu scuri, le stelle piu lontane. Dimenticare la fretta del vivere, lo spossante sforzo dell’apparire, del piacere, dell’essere accettato. Al mattino scrutare l’orizzonte con gli occhi incantati di chi ha una giornata nuova da vivere, misteriosa e intatta come un libro non ancora letto. Guardare negli occhi la persona che e con te, stringersi le mani gia appena un po’ segnate dal tempo, parlarsi con parole vere. Seguire i ritmi della natura, guardare gli uccelli che fanno sosta prima di raggiungere i luoghi dove svernare, aspettarli di nuovo a primavera e riconoscerli.

Questa e Karpathos, nel Dodecanneso, fra Rodi e Creta, scoscesa e ricca di montagne, percio incontaminata.

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