L’ orologio della Piazzetta racconta

– di Antonella Durazzo

Il restauro del quadrante maiolicato per sanare i danni del tempo alle 196 piastrelle.
Il vento è il grande nemico delle lancette.
Quella prima fotografia del 1885 e le tre epoche.
Quando le ore divennero mute per quattro mesi e Maria Russo protestò.
Da 40 anni il gran custode è il giornalaio Salvatore Federico.

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200304-15-2mSalvatore sta con me da più di 40 anni.
E’ lui che mi assicura una discreta salute, e che tiene oleata questa specie di ingranaggi, è lui che sposta la lancetta due volte l’anno: un’ora avanti, una indietro.
Riconosce il mio umore, sente quando questo movimento, che oramai è governato dai cristalli di quarzo, è più o meno ferruginoso, sa quando il vento tagliente del nord s’insinua in queste crepe a darmi fastidio, e quando invece il ticchettìo è bello squillante, allegro, e allora queste lancette di lamiera cadenzano, come musica, il ritmo della giornata.
Avete capito di chi sto parlando?
Del mio “manutentore”, sì, così chiamano, con un termine che sembra una malaparola, Salvatore Federico, ovvero il giornalaio della Piazzetta, che si cura di me con un’attenzione che assomiglia all’affetto. Ma lasciamo perdere, io vi conosco, fate presto voi, a tirare le somme, a far passare il mio amico per pazzo, solo perché io, incosciente come un cucù, dichiaro che mi vuole bene. Quel che è certo, è che di fortune, nella mia lunga vita ne ho avute parecchie, la prima delle quali è di trovarmi qui, a segnare le ore nella Piazzetta di Capri. Adesso però si discute sulla mia sorte futura, e pur ammettendo che il mio tempo è stato speso bene, per ironia, sembra che Cronos abbia lasciato anche su di me ferite indelebili.
La Soprintendenza ha mandato a farmi visitare da un bravo architetto, la dottoressa Giovanna Cario, che, capirete, è un po’ come il medico per voi. Insomma, non che abbia nulla da rimproverarle, anzi, si vedeva che era persino dispiaciuta quando sentenziava che non sto bene.
“Colpa del vento”, diceva.
Sì, lo so quanto sia fastidioso, ma non credevo che fosse deleterio fin a tal punto. In effetti, pare che danneggi irreversibilmente le mattonelle del mio quadrante esterno, le 144 piastrelle 20 per 20 centimetri, quindi le 48, più piccole (5 per 20 centimetri), che formano la cornice, più i quattro angoli.
Nel XIX secolo, a Vietri, un bravo artigiano dipinse a mano, col blu, il giallo, il nero, questo campo di ceramica sul quale far scivolare due lancette lunghe e appuntite come spade. E’ questo il mio abito, ovvero, ciò che rende visibile il tempo, che invece è musica e andrebbe ascoltato.
Ad ogni modo è da allora che ogni vicenda caprese ha coinvolto anche me: tutto ciò che vaga nell’aria, tutte le gocce di pioggia, tutti gli sguardi lanciati verso l’alto della torre campanaria. Inevitabile e quasi ovvio che oggi quest’abito sia logoro, le piastrelle scheggiate e crepate in più punti, tanto da suggerire l’idea di un restauro. E io sono pure d’accordo, ma un po’ me la rido. Per carità, niente da eccepire sulle nobili intenzioni che vi muovono, lo fate per il mio bene e allora sia. Sì, restauratemi pure, preservatemi dai danni del tempo e del clima con i sofisticati interventi conservativi che mi faranno star meglio.
Quel che m’induce il sorriso è l’idea base che vi muove, la voglia che avete di fermare la bellezza, di cristallizzarla, di mummificarla, sino a fare tragedia di ciò che è semplicemente inesorabile. Va bene, restauratemi.
E come una vecchia signora che si stira le pieghe, mostrerò al mondo quel che il tempo non ha fatto. Scusatemi però queste considerazioni, tanto simili a un brontolìo, vi confesso che non sono abituato agli sguardi ravvicinati, è questo il motivo di tanta corazza. Ricordatevi, scusandomi, che sono nato col privilegio di guardare il mondo dall’alto dei 16 metri della torre campanaria, Signori, in quest’isola di re io non sono un orologio, sono l’orologio: non l’unico, ma unico. Sono un testimone come non ne avete uguali, che da quassù ha potuto assistere ad ogni cambiamento, ad ogni crisi, a ogni ripresa, ad ogni passo falso della vostra (e della mia) civiltà. Ho visto guerre, boom economici e rivoluzioni culturali; ho assistito ad amori e tradimenti, al passaggio delle celebrità più celebri e dei signori nessuno, ho conosciuto poeti e affaristi, cialtroni, anime nobili e anime perdute. Sì, sono vecchio, è per questo che spesso torno con la mente al passato, ma la mia storia è anche la vostra, i miei racconti, inevitabilmente, si riferiscono a voi. Quanto tempo ho passato quassù? Quanti giri completi? Quanti quarti d’ora scanditi? Non saprei dirlo, ho difficoltà a ricordare con precisione e del resto è già un miracolo che ricordi.
Signori, sono l’orologio, la mia natura è proiettata all’attimo che viene dopo, indietro no, proprio non posso tornare, se non nell’arco di quelle invisibili frazioni che dividono un attimo dall’altro. E’ in quello spazio infinitesimale che s’annida il ricordo, lì, che vive e si spegne la mia lunga giornata.
L’alba mi vide quassù giovane e baldanzoso. La torre campanaria, nata per avvistare i saraceni, cambiava definitivamente uso. Era già entrato il 1800, i turchi non sbarcavano più alla marina, il mio meccanismo allora era di legno, profumava di bosco. A mezzogiorno, grossomodo nel 1885, decisero poi che avevo bisogno di rimodernarmi. Rivoluzione industriale, metallo, carbone, meccanica: allora mi sistemarono un nobile congegno a contrappesi che Cicione veniva a caricare ogni mattina. Chi era costui? Una specie di genio: manutentore, ciabattino e maestro dei fuochi artificiali.
Il meccanismo è durato più a lungo del caro Cicione, e mentre le lancette andavano e andavano, con l’inaugurazione della funicolare, nel 1906, presi a segnare le corse del trenino. E’ da allora, che tre minuti prima della partenza, vi avviso che è tempo d’affrettarsi.
Il mondo fu sconvolto da due guerre, sulla torre, nel corso della seconda, piazzarono anche la sirena d’allarme. Intanto portare avanti queste lancette diveniva ogni secondo sempre più faticoso, e giunse così il momento di darmi un nuovo cuore automatico.
Era il mio pomeriggio assolato, nel 1959, quando la macchina a contrappesi divenne automatica: il mio giorno lentamente cedeva all’imbrunire.
Il vostro mondo però aveva fretta di crescere, che è come dire d’aver fretta di morire. Non vi sto rimproverando la fame tecnologica, vi punite sufficientemente da soli, sto accennando piuttosto al meccanismo elettronico che mi regola dal 1985. Dono della signora Maria Russo. Sì, anche lei mi voleva bene, tant’è che da qualche mese si sentiva sola, poiché, per un malanno, avevo smesso d’annunciare le ore e lei, dolcissima, di notte non riusciva a trovare il sonno senza la compagnia dei miei rintocchi.
La sera è già avanzata, il sole è ormai calato da un pezzo, la superficie del quadrante s’è raffreddata, vi libero dai miei ricordi, in attesa che la notte mi congeli nel suo attimo infinito, quando ogni cura sarebbe ancor più tragica dello stesso, dolce, scomparire.

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