La “barca spaziale” del professore delle lenze a Marina della Lobra

– di Carlo Franco

Il “Calafuria” del medico specialista delle malattie respiratorie Vittorio Galloro, che ha abbandonato la montagna per il mare, ha persino teli di paracadute come è ncore.
Una vita tra il lavoro in ospedale e la pesca. L’iniziazione con Costantino Cutolo.
Salvatore Fusillo, marinaio di Nerano, collaboratore eccezionale.
Bolentino e tressette. L’assicuratore Alberto Santamaria, maestro nella caccia alle pezzogne.
Le notti in mare di “Maruzziello”, timoniere e armatore della cianciola di Massalubrense.

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200506-12-3mIl principe del bolentino, il nemico giurato delle pezzogne stanziali dal tempo dei tempi sui fondali di Punta Campanella dove l’habitat e i pascoli sono straordinariamente pregiati, è un medico con l’hobby della montagna e dello sci fuoripista. Uno che con il mare non ci aveva mai preso e che l’ha scoperto per caso nel mezzo del cammin di sua vita, a quarant’anni. E non se n’è più staccato, anzi se n’è perdutamente innamorato. Vittorio Galloro, ottanta primavere portate con l’esprit di uno che sta ancora benissimo in questo mondo e non ha alcuna intenzione di farsi da parte nella professione e nella pratica sportiva, ha fatto del mare e della pesca una ragione di vita.
La sua base è il tavolato del Circolo Nautico di Marina della Lobra trasformato in club dopo essere stato il regno di Mimì della Conchiglia, uno dei cuochi che hanno fatto la storia della gastronomia sorrentina senza avere l’aplomb di don Alfonso. La sua barca è un “Calafuria” che pare la plancia d’una cabina spaziale tanto è attrezzata. Ha perfino i paracadute degli aviatori dell’esercito americano e il professore spiega che “quando li utilizzi come àncora, la barca diventa uno scoglio”.
Il “Calafuria” gli dà molti grattacapi, ma riesce a tenerla in ordine con l’aiuto di un meccanico, un elettricista e, soprattutto, di Salvatore Fusillo, marinaio di Nerano che s’è fatto le ossa al Circolo Savoia andando a vela con tipi tosti come Gianni Agnelli e Pippo Dalla Vecchia. Prima, aveva armato il “Margiupa” – il nome è dedicato alla moglie Maria e ai figli Giuseppe e Paola – con cui ha vissuto esperienze indimenticabili. E pericolose.
“Una sera di tanti anni fa”, racconta, “uscimmo a pesce spada, era la prima volta che lo facevo ed ero molto emozionato perché avevo armato io la coffa mettendo insieme 400 ami, una bazzecola per i pescatori di mestiere che allestiscono mestieri di tremila ami, una fatica tremenda per uno come me. Il programma era allettante, trenta miglia al largo dei Faraglioni, rotta Sud, avremmo mollato la coffa e ogni sei ami avremmo filato un galleggiante con una lampadina attaccata a una bandiera che faceva da segnale. Poi cena e tressette a bordo in attesa di tirar la rete. Avevo compagni d’eccezione, Antonio Iovine, che qualche anno dopo sarebbe morto d’infarto sul suo gozzo mentre salpava la rete, e “Maruzziello”, Mariano Persico, un vero asso ora timoniere e armatore della cianciola di Massalubrense che ogni notte sfida
le ire, spesso fuori luogo, dei guardiani di un Parco marino che esiste solo sulla carta e ha portato più noie che vantaggi. Una bella paranza, insomma, ma l’imprevisto era in agguato e ci giocò un pessimo scherzo. Venimmo sorpresi da una buriana e lottammo disperatamente per ore. Ora che la racconto posso anche permettermi il lusso di una citazione e dire che ci trovammo più o meno nella situazione descritta dal regista de ‘La tempesta perfetta’, ma la tragedia davvero la sfiorammo, anche perché a quei tempi avevamo solo il Baracchino con il quale potevamo solo ascoltare le bestemmie dei pescatori calabresi e siciliani che seguivano la risalita del pescespada e si trovavano nelle nostre stesse condizioni. Rientrammo in porto il pomeriggio del giorno dopo, sulla banchina della Lobra già ci davano per morti”.
Eroe per caso. Galloro è personaggio schivo, di pochissime parole, abituato ai silenzi della montagna e del mare. Conosciamolo meglio. È un medico specialista delle malattie respiratorie; il suo primo incarico da primario lo ebbe al San Paolo (“Quell’ospedale lo fondammo io, Vittorio Monteleone e Pasquale Buondonno), l’altro al Cardarelli fino alla pensione. Dopo, mai domo, ha accettato di dirigere la medicina alla clinica Salus di Castelvolturno, incarico che ancor oggi lo impegna.
“Mi divido tra l’ospedale e la pesca”, ama dire con una punta di civetteria, ma poi confessa che il complimento più bello gliel’ha fatto un marinaio che neanche conosceva, il quale, vedendolo all’opera in barca, chiese chi fosse “chillu pescatore che tutti chiamano prufessore”. Una laurea sul campo, anzi sull’acqua, sintesi di una storia pulita come dovrebbe essere l’acqua del mare che invece profuma di fogne.
Galloro non ha peli sulla lingua. “Oltre che sporco, è frequentato da predatori senza educazione né scrupoli che usano strumenti subdoli come i siluri e non hanno rispetto neanche delle mamme dei totani che portano in grembo decine di migliaia di uova”.
Il professore ha avuto e ha altri compagni di viaggio. Il primo è stato Costantino Cutolo che l’ha iniziato al mare. Il commendatore che ha brevettato la formula dell’Antireumina Cutolo Calosi e di altri rimedi contro reumatismi e affezioni bronchiali, era suo paziente e lo ospitò a casa sua, a picco sul mare di Massa, quando l’incallito sciatore si fratturò tibia e perone avvitandosi sugli sci in un fuoripista senza neve. La pesca preferita dall’ex rocciatore che ancora sfida le Mainarde è quella col bolentino per prendere ad altissima profondità le pezzogne. Maestro di questa pratica è un assicuratore napoletano, Alberto Santamaria, del quale non si riesce a dire se è più simpatico o fortunato, forse è tutt’e due le cose insieme.
Vittorio ama e odia (sportivamente) Alberto che torna sempre col carniere pieno. “Cerco di imitarlo ma soprattutto mi sforzo di mettere in pratica gli insegnamenti del mio vero maestro, Giovanni ‘a tomba”. E chi è? “Un pescatore che sbarcava il lunario facendo il guardiano al Mausoleo di Posillipo e perciò si meritò quel macabro nomignolo. Giovanni ‘a tomba le lenze se le faceva da solo e le firmava; in borsa ne porto sempre qualcuna perché il mio amore per il mare si nutre di queste piccole gioie”.
Chiacchierare con don Vittorio dà una sensazione di piacere cui chi lo conosce non sa rinunciare. “Ne prendo una dose giornaliera”, dice ridendo l’avvocato Luigi De Prisco, “e l’estate passa senza accorgermene”.
Anche sulla banchina la pensano così. Don Vittorio è l’amico e soprattutto il medico di tutti i “marinieri”. Li cura, li tira su psicologicamente e si impegna a fargli avere la pensione Inps. “È vero, ma ho un cruccio, non sono riuscito a farla avere a Rocco che è quello che la meriterebbe di più, ma vallo a spiegare a una burocrazia stupida e sorda”.
Ma ora è tempo di andare via, il rombo del motore del “Calafuria” è tondo al punto giusto e Galloro non può perdere tempo. Pezzogne nascondetevi, sta arrivando il giustiziere.

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