La bianca signora di Cesina

– di Giuseppe Aprea

Vita, passioni, concorsi, bellezza e hobby di Blanche Gordon Lennox, la nobile inglese che trasformò in un luogo incantato l’intera collina caprese vinta dal marito a un principe napoletano col gioco delle carte.

Il sogno realizzato di un grandioso giardino fiorito con la collaborazione di Mimì Ruggiero, giardiniere-gentiluomo dell’isola.
La straordinaria flora con piante importate da tutto il mondo.
Un villino leggiadro al posto della casa colonica.
Le vendemmie con un torchio commissionato alla Rolls-Royce.
Le gare per il cavallo, la mucca e il cane più bello di Capri.
Il premio alla stalla di Michele Salvia.

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200712-14-3mÈ fin troppo ovvio ripetere che la nobiltà più autentica è quella dell’animo, non quella che discende dalla nascita e dalla pecunia.
Ma fu proprio in nome di questi sani principi che Algernon Gordon Lennox, lord d’Inghilterra, concesse al suo pari Giovanni Giudice Caracciolo di Leporano, principe napoletano di antica casata, di estinguere i suoi debiti di gioco nella maniera che è d’uopo, tra gentiluomini.
Cioè con un entente cordiale, un accordo sancito da un sorriso e una stretta di mano. Ecco, quel semplice gesto, che nella storia dell’umanità ha sancito una miriade di incontri e altrettanti addii, quella volta segnò il passaggio dalle mani del principe Caracciolo – in un momento, come dire, di scarsa liquidità – a quelle di lord Algernon, dell’intera tenuta di San Michele a Capri. La proprietà comprendeva, oltre ad un villino di campagna, l’intera collina di Cesina e forse valeva ben più delle 75mila lire cui ammontava il debito di gioco.

Questo episodio – che in alcuni salotti dell’isola fu vivamente deprecato, ma che la comunità inglese vide invece come un esempio della “kindly disposition” dei gentiluomini d’oltremanica – avvenne nel 1904. E impresse, se così si può dire, una sterzata decisa alla tranquilla esistenza di Blanche, la bella moglie londinese di lord Gordon Lennox. Vedremo in seguito in quale modo.
Quanto al principe di Leporano, diciamo che i maligni sostenevano che avesse tre passioni, purtroppo non facilmente compatibili tra esse. La prima, è fin troppo evidente, era quella per il gioco, una malattia che invano la moglie Emilia aveva dapprima tentato di curare con la dolcezza e poi di contrastare a muso duro, ma senza risultato. La seconda era quella per la pittura – paesaggi e soggetti sacri – che la consorte incoraggiava, invece, perché fornisse un po’ d’ossigeno al sempre più magro bilancio familiare. La terza passione del principe era infine quella per la bella Emilia, che gli aveva dato ben dieci figli. E dieci – si badi bene – erano quelli che erano sopravvissuti…

Accadde così che il nobiluomo napoletano e l’amata Emilia, seguiti dalla numerosa prole, si ritirassero in buon ordine dalla tenuta di Cesina a Villa Caterina, a due passi dal Quisisana. Mentre Blanche e il suo amato consorte, preceduti di qualche giorno da un buon numero di servitori, prendevano possesso della pietrosa collinetta di San Michele e della villetta, in cui per qualche tempo era vissuto un altro inglese celebre, lo scrittore Norman Douglas.
Era da tempo, da lungo tempo che la collina aspettava un padrone degno di tal nome. Ultimi di una lunga serie, nei primi anni di quel secolo, gli inglesi di Hudson Lowe avevano eretto sulla sua sommità, aperta sul grande golfo, un fortino.
Non aveva certo avuto rispetto per il luogo e per il suo illustre passato, l’arcigno colonnello Lowe… Aveva spedito i suoi soldati a demolire in quel luogo i resti di un grande, antico tempio. Forse romano, o forse appartenente agli antichi coloni greci che li avevano preceduti nel possesso dell’isola. Ma lo sfregio non doveva essere stato affatto digerito dagli dei degli uni o degli altri, perché i francesi del generale Lamarque, qualche anno dopo, si erano fatti beffe del fortino in cima al colle e dei suoi prodi ma ingenui difensori inglesi. E avevano preso l’isola quasi senza colpo ferire, con grave scorno del colonnello Lowe, che per punizione era stato trasferito su di un’altra isola ben più piccola e molto meno importante a far la guardia ad un solo uomo, un piccolo corso dal nome buffo, Napoleone.
Tutto ciò lady Blanche Gordon Lennox lo sapeva bene. E sapeva pure – glielo aveva confidato Camillo Rotella, il suo uomo di fiducia a Cesina – che nei tempi antichi, in cima alla collina che ora le apparteneva, i primi cristiani di Capri avevano posto una grande croce e quel luogo, da allora e per secoli, si era chiamato monte Calvario.
Ora invece, per tutti nell’isola, quello era il colle di San Michele, perché in alto, raggiungibile attraverso un sentiero campestre, sorgeva una cappellina dedicata all’Arcangelo, il nemico giurato del terribile Lucifero. Lady Blanche, bianca nel nome, nella pelle e nella fluente capigliatura, si accinse così nella difficile opera di ridare al luogo la perduta, sacrale verginità. E ci riuscì dando libero sfogo alla sua unica, vera e grande passione, il giardinaggio. O meglio, nel suo caso, l’arte del giardinaggio. “I made a dream of a garden”, confidò una mattina al marito. Un sogno che il luogo stesso le aveva evocato, fin dal primo giorno, quando il ruvido profilo del Solaro era apparso davanti ai suoi occhi, immerso in una nebbiolina azzurra. E un attimo dopo, come in un incantesimo, acceso dai raggi del sole di un magnifico rosa vivo.

Domenico Ruggiero, il giardiniere- gentiluomo che collaborò con lei nei lavori, si dimostrò degno dei più valenti architetti di giardini del Regno Unito. Si era appena trasferito a Capri da Napoli (nel 1900), chiamato dal fratello Luigi, di poco più grande, per aiutarlo a sbrigare la grande mole di lavoro che gli era capitata. Tra le altre cose c’era da terminare il parco di Villa Andrea, nella zona di Pastena, e non era cosa da poco. In più c’era da accontentare l’altro riccone tedesco, il Krupp delle famose acciaierie, che aveva in mente di realizzare uno spazio fiorito affacciato sul mare di Marina Piccola. “Vieni immediatamente – aveva scritto Luigi al fratello – c’è da guadagnare e poi l’isola è un posto meraviglioso per viverci”.

Lady Gordon-Lennox sentì che Domenico era il “suo” uomo fin dalla prima volta che lo vide. Mimì – nessuno a Napoli e dintorni può pretendere a lungo di essere chiamato con il suo nome per intero – era veramente una persona speciale. Prima di tutto era più simile ad un inglese che ad un uomo del sud: longilineo, elegante nei gesti e nell’incedere. La fronte alta e spaziosa e i baffi, che a forma di trapezio univano le narici con l’attaccatura delle labbra, gli davano un’aria più da intellettuale che da giardiniere. E in un certo senso le cose stavano proprio così, perché la passione per i fiori, in Mimì, era solo una delle espressioni del suo straordinario e raffinato tesoro di creatività. Su questo innato talento, che fin da giovanissimo aveva dimostrato, si erano in seguito innestate l’esperienza e le lezioni del padre, educato alla grande scuola svizzera di giardinaggio di Zurigo.
La seconda delle passioni di Domenico era la musica e molti nell’isola potevano raccontare delle sue dolcissime melodie alla chitarra o al mandolino, strumenti dei quali aveva avuto cura di insegnare gli arpeggi ai figli. Soprattutto a Concetta e Immacolata, che se ne erano dimostrate le migliori interpreti.
Con la consulenza di Mimì, la grande competenza di lady Gordon-Lennox e l’entusiastica adesione di Lord Algernon, che ci impiegò un buon numero di sterline, la grande opera poté iniziare senza ulteriori indugi. Le prime ad esserne investite furono la vecchia casa colonica, ai piedi del lato di meridione della collina di Cesina, e la vigna che la circondava. Ma mentre la prima – a lungo vittima delle scarse finanze dei Caracciolo, precedenti proprietari, e della loro numerosa prole – ne uscì bene, ripulita e imbiancata da cima a fondo e ampliata con due nuovi ambienti, la seconda, la vigna, fece le spese della passione di milady per il giardino all’inglese. E tra le lacrime (e qualche imprecazione a bassa voce) dei contadini incaricati di divellerle, le viti e le relative pergole finirono, nel giro di qualche settimana, ammucchiate a far legna da ardere. Al loro posto, dopo che il terreno fu sterrato e concimato secondo le tecniche più moderne, lady Blanche fece realizzare un magnifico giardino fiorito.
Nelle aiuole trovarono confortevole dimora centinaia di bulbi di tulipano, giunti appositamente dall’Olanda, canne giganti di uno sgargiante arancione e color cremisi. E poi ancora rose di ogni varietà, rampicanti e a cespuglio, macchie di caprifoglio, weigelia leggiadra, lillà, rossi melograni. Bianche colonne, molte delle quali inghirlandate da gelsomini profumati, delimitavano non senza solennità lo spazio fiorito.
L’arida, pietrosa collina di San Michele cambiava identità, spinta verso la trasformazione da due forze inarrestabili: l’arte floreale della signora d’Inghilterra e… l’acqua piovana, raccolta in abbondanza dalle grandi cisterne romane di Cesina e finalmente profusa in quantità in quella terra rassegnata alla sete. E nel caso del limoneto – è giusto dirlo – fu proprio questa seconda a risultare decisiva. Conseguenza ne fu che i vecchi limoni, cui l’arsura aveva fatto da fedele compagna negli anni, ricompensarono l’inattesa benefattrice con una quantità di frutti mai vista prima.

Lady Blanche e lord Algernon alternavano agli “impegni” capresi i doveri cui erano tenuti in madrepatria.
A Londra, il salotto e naturalmente il giardino dei Gordon-Lennox (in Portland Square) erano tra i più frequentati e milord, il cui unico cruccio era che la sorte avversa gli avesse impedito di diventare il settimo duca di Richmond (il fratello Charles era ahimé nato due anni prima di lui), godeva di grande popolarità e simpatia.
Blanche, figlia adorata di Charles Henry Maynard e di Blanche Adeliza, discendente della nobile dinastia dei Fitzroy, se n’era innamorata un po’ per volta, tra un ballo e un altro, quando insieme agli altri giovani ufficiali veniva richiamato a Londra, in licenza per il meritato riposo.
E i giusti onori.
Si erano sposati il 31 agosto del 1886, a Easton; Algernon aveva trentanove anni, a quel tempo, Blanche solo ventidue. Un anno dopo era nata Ivy, bellissima, biondissima, occhi azzurri. Lady Gordon Lennox poteva dirsi una donna veramente appagata. La sua vita scorreva quieta come l’acqua del Tamigi sotto i ponti londinesi, il suo tempo era equamente diviso tra la cura del ménage domestico – la giornata iniziava di buon mattino con le consegne alla servitù e la sempre complicata scelta del menù per colazione – e quella privata.
Quest’ultima, che Blanche non avrebbe minimamente concepito senza il suo Algernon, prevedeva una selezionatissima partecipazione alla vita sociale della città, s’intende a quella dei suoi pari. Ma non infrequenti erano i contatti con l’altra Londra, quella formata da tutti i numerosi ed occasionali detentori di sangue banalmente rosso. Alcuni di questi eventi trovavano spazio anche sulla stampa ufficiale: nelle festività natalizie del 1903, ad esempio, i Gordon Lennox ospitarono nel castello di Broughton i sessanta alunni e i relativi insegnanti della scuola di Shutford. Per tutti gli ospiti – annotava il cronista – i padroni di casa ebbero un sorriso e ogni bambino, in più, una ciambella ed un cesto di dolcini.

Ma tra coloro che periodicamente traevano beneficio dalla generosità dei coniugi Lennox non c’erano solo i bambini. C’erano anche i cani; solo quelli appartenenti ad una razza però, precisamente quella (naturalmente nobilissima) dei Pechinesi. Lady Blanche, che amava in verità tutti gli animali, impazziva letteralmente per quei batuffolini morbidi, i cui primi esemplari erano stati trovati per la prima volta da alcuni soldati inglesi a Pechino, nel 1860. Erano nel Palazzo Imperiale, accanto ai corpi di due dignitari che si erano suicidati per sfuggire all’umiliazione della cattura. Molte signore dell’alta società inglese avevano eletta quella nuova specie canina a loro prediletta e lady Blanche era stata solennemente eletta presidentessa del Pekingese Club, che, oltre a varie attività in difesa della purezza della razza pechinese, organizzava sovente mostre e gare canine. Nel corso di uno di questi eventi, in un pomeriggio destinato a restare per l’eternità nel cuore dei Pekingese’s lovers, la Gordon-Lennox e la sua amica, mrs. Douglas Murray, presentarono con legittimo orgoglio ai presenti il primo campione inglese della razza pechinese, battezzato con il nome di “Ch. Goodwood Lo”. E per questo passato alla storia.
Quando non era impegnata nelle riunioni al Club, nelle serate di beneficienza o nei pomeriggi di bridge, lady Blanche non stava certo con le mani in mano. E grazie ai preziosi archivi del glorioso Bambury Today, sappiamo oggi della sua presenza, in compagnia del marito, all’inaugurazione del Grand Hotel New Claridge, a Londra nel 1898, e dell’indimenticabile ricevimento da essi offerto a Broughton Castle agli illustri ospiti dell’estate 1904: nientemeno che “their royal Highnesses the Duke and Duchness of Connaught”.

Ora è fin troppo evidente che tante e così impegnative attività richiedessero qualche periodo di riposo. E nel corso di uno dei viaggi intrapresi con questo scopo alla scoperta dell’Europa e del suo pittoresco meridione, Blanche, Algernon e la giovane Ivy avevano scoperto Capri. E individuato così con certezza il luogo ideale in cui sfuggire il freddo e la nebbia degli inverni londinesi.
La collina di San Michele era così diventata la loro soleggiata e dorata oasi.
Ai primi accenni dell’autunno, dunque, i Gordon Lennox sbarcavano a Marina Grande, caricavano su di una carrozza i loro bauli e nelle mani delle facchine il prezioso contenuto delle casse di legno che avevano portato dall’Inghilterra: bulbacee, rampicanti e sempreverdi di innumerevoli e preziose varietà. In una di queste occasioni, anzi, Lady Blanche realizzò (peraltro senza averne consapevolezza) il suo capolavoro, e consegnò direttamente nelle mani di Mimì il giardiniere, che per l’occasione l’attendeva sul molo, alcune talee di una pianta che ella amava molto e che a Capri era del tutto sconosciuta. Si trattava dell’Echium Candicans, i cui nobili pennacchi erano destinati in pochi anni ad illeggiadrire i giardini di tutta l’isola.

A partire dalla metà di maggio in avanti, quando il colle era un oceano di colori, persino il più ostinato e maldisposto tra i coloni capresi dei Gordon-Lennox rendeva omaggio (magari a denti stretti) ai pini d’Aleppo ed ai cipressi, il cui ruolo (invernale) di frangivento era stato da molti di essi sottovalutato. E gli ospiti di lady Blanche – lo scrittore Mackenzie, appassionato anch’egli di giardinaggio, e sua moglie Faith erano tra i più entusiasti – potevano accompagnare la padrona di casa lungo gli ampi tornanti della collina, tra cespugli di echium azzurro e rosa, fino in cima, a godere dell’ombra del grande pergolato e della vista sul mare. L’altro appuntamento da non perdere, per gli amici di Lady Algy, era quello con l’annuale vendemmia: memorabile quella del 1905, in cui fu inaugurato uno speciale torchio commissionato per l’occasione alla famosa Rolls-Royce. Per macinare l’olio – la collina di Cesina si fregiava infatti anche di un magnifico uliveto – si utilizzava il locale adiacente la chiesetta campestre de La Croce, in cui anticamente si diceva avessero dimorato i monaci di un conventino.

Famoso e frequentatissimo tra tutti gli appassionati era anche l’annuale Concorso che lady Blanche organizzava e per il quale metteva in palio ricchi premi e sostanziose somme di denaro. Nel corso di una festa nella (unica) piazza dell’isola, cui lei stessa presenziava, elegantissima e bellissima – abito bianco con lunghi guanti dello stesso colore e cappello a falde larghe – una competente giuria eleggeva il cavallo, la mucca, il cane più bello ed elegante.
Per qualche anno fu anzi premiata anche la stalla più confortevole e a Capri c’è chi ricorda ancora di quella volta in cui l’ambito riconoscimento andò a Michele Salvia di Tiberio. La giuria fu concorde e anzi felice di attribuirgli il primo premio per la sua nuova stalla tutta lastricata di mattonelle bianche…
Ma come tutte le storie più belle, anche quella dei Gordon Lennox di Capri finì, un po’ per volta. Milady cominciò ad avere il sentore che la vita non era tutta rose e fiori quando il conte Fersen, un ricco, eccentrico dandy che viveva in una villa più in alto, accanto a Villa Jovis, chiese un giorno la mano di Ivy.
Sembra (così almeno si disse in paese) che fu solo grazie all’intervento del parroco che milady, avvertita che i gusti sessuali del conte andavano abitualmente in assai diverse direzioni, lo bandì senza mezze misure da San Michele. Nel 1921 morì lord Algernon, in uno dei suoi sempre meno frequenti ritorni sull’isola: lasciò alla consorte il suo ricordo dolente ed il prezioso telescopio d’ottone, realizzato appositamente per lui dalla famosa Ross di Londra. Attraverso le sue lenti aveva viaggiato nel cielo di Capri e navigato tra gli astri per intere notti, dalla sommità della sua verde collina.
Lady Blanche se ne andò con più calma, nel ’45, e Ivy ereditò il giardino.
Quanto a Mimì, l’ultimo dei protagonisti del racconto, diciamo che la chitarra e il mandolino tacquero nel 1933. Ma questo avvenne non prima che l’isola intera fosse diventata, sotto le sue mani, un giardino fiorito.

“Costruii in un sito più alto delle piramidi un monumento che né l’acqua, né il vento, né il tempo potessero distruggere” scrisse Lady Algy in un suo articolo per “Le Pagine dell’Isola” di Edwin Cerio.
Ebbene, ciò non è accaduto per il suo magnifico giardino fiorito, che gli anni hanno inesorabilmente cancellato. Ma il vero monumento alla natura dell’isola e alla sua storia, cioè la piccola collina di Cesina, con i resti del fortino inglese e l’antica cappellina, è giunta fino a noi intatta, custodita con amore e rispetto dai suoi discendenti.

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