La casa dal nome esotico di Lamberti Sorrentino a Capri

– di Lavinia Daolio

Il grande e avventuroso inviato speciale soggiornò nell’isola dal 1961 al 1986 e sposò una ragazza che aveva la metà dei suoi anni. Aveva girato il mondo per raccontare dal vivo guerre, grandi eventi e personaggi. Al seguito di D’Annunzio nella impresa di Fiume. Le interviste allo Scià di Persia e a Marlene Dietrich. I rischiosi viaggi in Argentina e Brasile. La fine nel 1993 in un pensionato per giornalisti a Grottaferrata.

Ho cominciato ad interessarmi alla figura del giornalista e scrittore Lamberti Sorrentino qualche tempo fa a Capri. Essendo io innamorata dell’isola e sempre in cammino per la sua scoperta, mi sono avventurata un giorno su scale invase dalla vegetazione che salivano dietro un divelto cancello sul percorso del Pizzolungo. Dopo alcune rampe, mi sono trovata davanti una grande casa in stato di abbandono. Al suo interno, quello che in passato doveva essere stato un arredo dignitoso e confortevole appariva gravemente danneggiato e tutto faceva pensare ad una profanazione incosciente dell’anima della casa e di chi l’aveva abitata.

Tuttavia, la posizione spettacolare e solitaria della dimora, le tante librerie ancorate al muro benché occhieggianti con orbite vuote di libri dagli sportelli aperti o mancanti, il camino con alcune superstiti poltrone al piano superiore, il bene supremo del silenzio che tutt’intorno regnava sul giardino inselvatichito mi hanno fatto subito amare chi poteva averla un tempo scelta e vissuta.

La mia visita disturbò una gabbianella che forse aveva fatto il nido lì vicino e, dopo poco, presero a volare in cerchio sulla mia testa altri gabbiani con rauchi gridi, generando in me una certa inquietudine.
Scesi quindi sul sentiero che mi avrebbe portato sulla via per l’Arco Naturale con nella mente l’urgenza di conoscere la storia del luogo appena “scoperto”. Nell’andare, m’accompagnò per un tratto la vista della villa di Curzio Malaparte, in basso sull’opposto versante, allungata come uno stanco cetaceo sulla roccia di Punta Massullo: seppi presto che lo scrittore toscano era stato collega, vicino e amico di Lamberti Sorrentino, l’uomo dimenticato dentro la grande casa di cui nessuno pareva averne ereditato i muri e la memoria. Ancor prima di sapere che questi “s’inventò” come uno dei primi inviati speciali italiani, fui avvertita degli strani fatti che volevano la dimora, chiamata Noa Noa, abitata da voci e da insonni spiriti. D’altronde, le case abbandonate da decenni forse si vendicano di tanta solitudine e si popolano di piccoli fantasmi garruli e dispettosi.

Dunque, Lamberti Sorrentino nacque a Sala Consilina, in provincia di Salerno, nel 1899, data di nascita che con civetteria non rivelava facilmente. Patì ancora piccino la morte della madre e, più tardi, quella del fratello Manfredi, morto poco più che adolescente presso la Grancia a Sant’Eustachio. Il padre, al quale era stato assegnato un posto come sorvegliante delle ferrovie, lo portò con sé nei suoi trasferimenti, l’ultimo del quale lo vide vivere a Napoli presso una zia, dove seguiva malvolentieri studi tecnici. Si recava però con piacere alla Biblioteca nazionale per leggere difficili testi su Spinoza e altri filosofi. Non ancora diciottenne, si arruolò volontario negli Arditi con il grado di sottotenente, ottenuto alla Scuola allievi ufficiali di Caserta.

Partecipò alla traversata del Piave e seguì poi D’Annunzio nell’impresa di Fiume. Il suo temperamento indomito ed avventuroso lo portò nel 1923 ad emigrare prima in Brasile e poi in Argentina, dove si rifugiò per sfuggire ad una condanna a morte in contumacia.
Infatti, le tante rivoluzioni che sconvolsero negli anni ’20 l’immenso paese carioca, lo videro coinvolto ben oltre i confini di un reportage, tanto che, nella cerchia di amici e giornalisti italiani che là vivevano, si guadagnò per la sua fama d’avventuriero il nomignolo di “Il Pampèro”.

A Buenos Aires aveva diretto due grandi giornali, “La Patria” e “II Mattino”, in lingua italiana. Qui sposò Susy, figlia del professore anarchico Emilie Zuccarini, dalla quale ebbe due figlie. Renata ed Elisabetta. Aveva intanto cominciato ad imporsi come corrispondente di guerra. Tornato in Italia dopo tante rocambolesche imprese in America Latina, mise la sua esperienza giornalistica al servizio delle guerre d’Etiopia, Spagna, Albania e, più tardi, di Russia. Alla fine degli anni ’30, collaborò come inviato speciale per il settimanale “II Tempo”, di cui redattore capo era allora Indro Montanelli. Romanticamente affascinato dal rischio, fu sempre in prima linea per raccontare “dal vivo” le cose viste e vissute. Uno tra i primi fotoreporter, si vantava di aver creato il “fototesto”, dove l’immagine narrava ciò che taceva l’articolo e viceversa. Certo, l’avvento della televisione, più tardi, rese le sue testimonianze meno preziose e finì con essa il “vecchio” modo di fare giornalismo: in quello nuovo gli fu difficile peraltro ritrovarsi. Riusciva a leggere in maniera quasi profetica gli eventi prossimi e futuri, con una sensibilità che gli costò l’internamento nel campo di Mauthausen per propaganda antinazista.

Era infatti amico di Galeazzo Ciano, conosciuto in Argentina, al quale aveva prefigurato la prossima disfatta tedesca sul fronte russo. Fu arrestato dalla Gestapo in Ungheria, dove era riparato grazie ad un amico: fu liberato dal campo di concentramento tedesco un anno dopo, nel maggio del 1945 per l’intervento americano.
Nel dopoguerra continuò a collaborare con i suoi memorabili reportages per varie importanti testate italiane. Particolarmente efficaci furono le sue inchieste in Sicilia sui temi della riforma agraria, del separatismo, della mafia, del banditismo e della religione, con ritratti di un mondo arrivato alla fine della sua storia ma tuttavia ancora resistente, come quello dei grandi latifondisti meridionali. S’incrinava intanto il matrimonio con Susy, per via delle sue continue assenze per lavoro. Nel 1955, dopo la morte di lei, sposò Chiara Pisani, figlia di un avvocato romano, ma l’unione fu funestata da reciproci dissapori e si concluse con la separazione.

Sempre assetato di drammatico e sensazionale, nel 1956 si recò in Medio Oriente per descrivere lo sviluppo del giovanissimo stato d’Israele e, sempre nello stesso anno, durante la rivolta ungherese, fu fatto prigioniero delle truppe sovietiche. Di questo paese divenne poi grande conoscitore nonché amministratore ed amico, percorrendolo da un capo all’altro della Transiberiana. Nel 1959, una lunga permanenza in Cina gli permise di capire come cinesi e russi fossero radicalmente diversi, a dispetto dell’ideologia corrente che li vedeva in simbiotica fusione. Più volte a Cuba, capì che gli americani non avrebbero mai avuto ragione della rivoluzione castrista. Sempre intorno agli anni ’50, si cimentò come attore nel cinema e così pure nell’attività teatrale. Passando per le sedi diplomatiche e i migliori salotti mondani, ebbe modo di intervistare tanti personaggi illustri, tra cui Jorge Luis Borges, Ingrid Bergman e Roberto Rossellini, lo Scià di Persia e la fascinosa Marlene Dietrich.

La sua attività letteraria comprende diverse opere, tra cui “Sognare a Mauthausen”, dove racconta la sua “privilegiata” seppur durissima esperienza nel lager tedesco e che gli valse il premio Campione d’Italia. Il suo linguaggio giornalistico e letterario fu influenzato dalla frequentazione di scrittori latino-americani e un poco dal modello Heminguay.
Oltre che di Montanelli, fu collega di Sandro Sandri, Vergani, Monelli, Malaparte, Lilli, Buzzati.
Napolitano, Artieri, Cipolla, Emanuelli e molti altri dimenticati.
L’indipendenza di giudizio, l’insofferenza verso i poteri costituiti, la delusione nel vedere i mutamenti di bandiera di tanti che aveva conosciuto e la rude schiettezza del carattere furono motivo dell’isolamento che caratterizzò gli ultimi anni della sua lunga e sempre consapevole vita. Si ritirò infatti in un pensionato per giornalisti a Grottaferrata, dove si spense nel 1993 a 94 anni.

Profondo e duraturo fu il suo legame con Capri che, anche se a fasi alterne, lo vide soggiornare sull’isola dal 1961 al 1986. Qui sposò nel 1973 Pamela Satrina, che aveva la metà dei suoi anni e dalla quale ebbe il figlio Manfredi, oggi residente negli Stati Uniti. Nella grande casa che tanto ha parlato alla mia immaginazione, lui visse da uomo elegante e raffinato, molto attento alla sua persona. Nuotava ogni giorno con regolarità ed era parco nel cibo. Da sempre amava rischiare al gioco e, come racconta Montanelli di lui, in una sola notte trasformò uno squadrone di cavalleria, di cui era comandante, in un battaglione di fanteria, in quanto s’era giocato a poker tutti i cavalli. Questo accadeva in Argentina: a Capri, si limitava a mandare un garzone a tentare la fortuna al botteghino del Lotto, con 500 lire suddivise per “combinazioni”.

Il motivo del lungo stato d’abbandono in cui è rimasta la suggestiva dimora, pare sia da ricercarsi nell’impossibilità della famiglia di rivendicarne la proprietà. Sorrentino di fatto aveva occupato l’immobile, per tutto il periodo che soggiornò sull’isola, appartenente alla Società Noa Noa. Il rapporto tra lui e la villa che ne portava l’esotico nome fu sempre di natura conflittuale, portando a controversie giudiziarie e per ultimo al fallimento della Società stessa, di cui l’unico azionista era Valeri Manera, un imprenditore di Venezia animatore delle serate mondane nella città lagunare. Gli eredi non avevano quindi titoli idonei per riscattare quel nido d’aquila, nascosto tra i recessi rocciosi del Pizzolungo. Di recente, pare che Noa Noa, dopo quasi tre decenni di oblio, sia stata rilevata dalla Società Innovest di Milano.

Novello Ulisse, Lamberti Sorrentino scavalcò materialmente ed idealmente i monti che circondano il Vallo di Diano, la sua terra, per “seguir virtute e canoscenza”. Dal suo eremo caprese, forse scrutava le navi che si profilavano all’orizzonte da mondi lontani, cariche di eventi leggendari, di cui lui era stato puntuale testimone.

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