La città che guarda le isole

– di Angelo Caroli

Marsala, un luogo incantato.
Sul mare luccicano le Egadi. Il battello per Mozia.
Le saline e i mulini a vento sulla costa verso Trapani.
Viaggio nella immobilità antica di Erice.
Il tempio di Segesta col fondale dei boschi.
Appunti di un itinerario affascinante.

200412-10-1m

200412-10-2mMarsala sta a pochi chilometri dall’aeroporto di Girgi. Marsala si distende lungo un litorale senza fine. Marsala è un inno costante alle imprese di Garibaldi. Marsala ti invita a puntare lo sguardo verso quattro lati cardinali e a scoprire tesori indimenticabili. Come il lungo mare verso Trapani, dove il susseguirsi di saline e mulini a vento con cappuccio rosa sembra sospendere il tempo e lo spazio. Sul lungo mare prendo appunti e scrivo:

Il vento sparpaglia i veleni marini fissa una cuffia rossa nei miei occhi
e nei lunghi scheletri di braccia.
Vicino sosta immobile profilo d’airone e la fragile eleganza di sette agavi.
Il cielo mi spiega la quiete della notte accerchiata da ristagni salmastri, dà spazio all’arringa di cicale disperate e ai ciuffi salati di gerani rampicanti.
Perfino l’acre odore di alghe si ritrae.
Ed è allora che la memoria si pavoneggia e baratta le mie patologiche incertezze con la favola mai sopita di Segesta.

La sera la trascorro da “Mamma Caura”, locale farcito di presenze giovanili che gradiscono perfino toni musicali soft. Oltre al sapore di triglie e pesce spada. Totò Lo Presti, l’amico siculo, è un Ovidio post litteram, “lo duca mio” indigeno che si eccita davanti a temi culturali e più ancora vicino a una bottiglie di Donnafugata e di Hopss, pregiate aziende vinicole del posto.
La notte scivola lenta sotto un’esplosione di punti luminosi. Prendo sonno tardi. Riposo, quieto. Al mattino mi godo le straripanti bellezze di Villa Fiorita, paradiso di bungalow tipo igloo circondati da gelsomini, sterlizie, ortensie e rododendri. La piscina accarezza per ore la mia pelle surriscaldata dal sole che artiglia con denti di tigre. Al pomeriggio puntiamo il muso dell’Alfa 147 verso Erice. Da lontano mi ricorda la “balena” del Conero che fa da sentinella a Numana e Sirolo.
Erice è una magia. La scopro e mi pare un sogno della calura che scala, umida, lungo asfalti attorcigliati. Prima attorno a una base di tufo e di argilla ustoria, poi circuendo grappoli di pini e il loro verde sabbiato e infine smaltato. Si percepisce una straordinaria immobilità antica. Il vento esce dalla tana all’improvviso e s’impenna. Un vortice senza meta trascina con garbo nuvole eremite. Mi viene voglia di aspirarle, come se avessero un’anima. Lo sento dentro, il vento. Non mi abbandona mai. Erra fra cunicoli e acciottolati come schiuma incolore, vapore gonfio, una filastrocca di suoni silenziosi, un balsamo greco per tergere l’umidità che evapora, densa, da Valderice, mentre conserva il sapore rosa di oleandri.
Gli stanziali paiono indifferenti al passaggio di turisti taciturni lungo le stradine selciate. Tutto fumiga Medio Evo. Gli stanziali, secondo Tucidide, sono eredi di Troia. Ellenico di Lesbo, studioso vissuto poco dopo Erodoto, li ritiene discendenti degli italiani, gli Enotrii. Le bellezze sfilano solenni: la Torretta Pepoli, la Torre del Balio, il Castello di Venere maestoso come un fortilizio, le Mura ciclopiche.
Fantastico. Suggestivo. Affascinante. Onirico.
Torniamo a valle per “attaccare” lo scollinamento dove resiste al tempo il tempio di Segesta. Prima di scivolarci vicino, osserviamo da un punto più alto la gobba posta alle pendici del monte Barbaro. Incomparabile il fondale di tinte verdi. Prati e boschi si alternano con un’armonia sovrannaturale. Pratoline gialle macchiano la gibba dove giganteggia il Tempio dorico costruito a cielo aperto nel V° secolo a.C. Non molto distante il teatro domina un panorama schiuso come un’immensa conchiglia. L’arena poteva contenere quattromila spettatori. Attualmente, ogni due anni, si alterna con il teatro di Siracusa nell’ospitare spettacoli di indirizzo classico organizzati dall’Istituto nazionale del dramma antico.
Aspiro di nuovo sapore di mare. Sono di fronte a Mozia, l’isola più vicina a Marsala. Più al largo si definiscono le silhouette di Favignana e Levanzo. Marettimo è nascosta. Anche dall’afa. Mozia è l’avamposto dello Stagnone, piccola laguna che non ha colori paludosi. Ci si arriva con un battello pilotato da un marinaio che parla con rapidità inconsueta. Il marinaio non ha la compassatezza dialettica dei siciliani che scandiscono le sillabe al ralenti.
Mozia, un tempo, si dice 400 anni prima della nascita di Cristo, viene distrutta dal tiranno di Siracusa, tal Dionisio. Gli abitanti sono costretti ad emigrare sulla terra ferma. Sono i lilibetani e fondano Lilibeo, l’odierna Marsala. Sono tanti i gioielli di Mozia. Fortificazioni, necropoli, torri, la strada sommersa di collegamento con la terra ferma, il santuario della “Cappidazzu”, le case delle anfore e dei mosaici, il museo e il porticciolo detto “cothon”. Manca all’appello il “giovinetto”, capolavoro di scultura e delicata testimonianza dei rapporti fra punici e greci in Sicilia. Il giovinetto è ad Atene per i Giochi d’Olimpia, noblesse obblige!
Torno nell’isola più grande. Ho il cuore pieno di emozioni. Me ne sto in silenzio a metabolizzarle. Riprendo a parlare in casa Lo Presti, dove la sorella di Totò, Sara, serve spaghetti ai ricci di mare che nulla invidiano al tempio di Segesta.

AFRICA – di Laura Lilli
Anche l’Africa è un’isola. Un’isola molto grande. Questo è un sogno sull’Africa.
Un giorno le scimmie ammaestrate scapparono dal circo. Il piccolo babbuino col cappello da ragazzo dell’ascensore aveva sentito parlare di un posto chiamato Africa dall’elefantino nuovo, in groppa al quale doveva fare sei giri di pista.
“Conosci Africa?” gli aveva chiesto mentre lo alzava con la proboscide e se lo metteva sulla schiena.
E, alla risposta negativa, aveva aggiunto: “Africa è bellissimo, è pieno di alberi. E sugli alberi ci sono tante scimmie. Stanno su in alto, mangiano banane e si dondolano.”
“Tu come lo sai?”
“Me l’ha detto la mia mamma, prima di partire con l’altro circo.”
“E dov’è?”
“Questo non lo so. Però mi andrebbe di cercarlo.”
“Hmmmm…”
Il babbuino riferì di Africa al gorilla e al piccolo scimpanzé. Pensa e ripensa, decisero di tentare.
Nessuno di loro era molto grande e l’elefantino acconsentì a prenderli tutti e tre sulla schiena. Di notte, insonnoliti, uscirono piano piano dalla tenda arancione del circo. Sbucarono in un largo spiazzo asfaltato, solitario sotto la luce violacea di alti fanali. Dallo spiazzo partiva la circonvallazione.
L’elefantino si incamminò. Ma era nervoso e spaventato, e procedeva con incertezza. Le tre scimmie accoccolate in groppa ricevevano forti scossoni e si tenevano come potevano. La circonvallazione era percorsa da elefanti di metallo, velocissimi e rumorosi, che li abbagliavano con luci violente. Spesso sfioravano l’elefantino o si fermavano di botto davanti o dietro di lui fra stridori e rumori acuti e spaventosi.
L’elefantino deviava a destra e a sinistra e sembrava ubriaco. Era pentito di aver parlato di Africa e di averla voluta cercare.
D’un tratto, davanti a lui si materializzò un elefante metallico molto più grande degli altri. Lo afferrò, lo sollevò con una enorme proboscide dura e gelida, e con lui le tre scimmie che si grattavano furiosamente. Poi partì, alla solita velocità esagerata. Era un carro attrezzi, e li portò al bioparco.
Ormai era l’alba, e la vita ricominciava. C’erano molti alberi.
“Africa” pensarono le tre scimmie mentre gli inservienti li separavano dalla groppa dell’elefantino.
“Africa” pensò l’elefantino mentre lo conducevano verso un vecchio e solitario elefante indiano.

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