La cittadella monastica sulla baia di Sorrento

– di Antonio Maria Fiorillo

È Astapiana, eremo dei “padri bianchi”, sulla strada che da Seiano sale ad Arola.
Luogo di villeggiatura e antico borgo legato all’industria della seta. L’allevamento dei bachi e una lavorazione unica nel suo genere all’epoca borbonica. La crisi e la fine dei telai. La trasformazione del complesso monastico per il soggiorno dei turisti nelle caratteristiche casette conventuali e l’organizzazione di eventi musicali.
Quando la neve del Faito trasformata in ghiaccio veniva trasportata a Napoli in battello.

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200803-11-2mPercorrendo la strada che da Seiano porta ad Arola, poco prima di giungere a questa frazione di Vico Equense, una stradina laterale, carrozzabile, quasi ancora un sentiero, attraversa una faggeta e porta alle pendici del monte Crocione.
Entrando da una porta turrita, ci si ritrova sotto l’ombrosa coperta di foglie scure di un bosco di querce.
Più in là, verso destra, un belvedere assolato, protetto da una sicura e spartana ringhiera, apre agli occhi ammirati una delle più belle vedute della baia di Sorrento. In fondo alla radura, a sinistra, alcuni grandi edifici rivelano la loro natura di antica masseria mentre, di fronte, oltre il limite del maestoso e secolare bosco di querce, separate da un muro con ampio varco, sorgono un non definito numero di casette che appaiono a prima vista piccole case coloniche.

Sono i Camaldoli di Astapiana un tempo cittadella monastica, un eremo dei “padri bianchi” camaldolesi.
Gli edifici grandi erano destinati a servizi comunitari, a refettorio, a biblioteca, a foresteria per l’accoglienza dei viandanti, e alle lavorazioni delle produzioni dei fondi agricoli.
Le casette erano le celle dei Padri e ciascuna, separata da muri, comprendeva un piccolo orto giardino.
La chiesa che un tempo ne faceva parte non c’è più.
Nei primi anni dell’800 il monastero, come per tutti gli altri monasteri e proprietà religiose entrate nell’influenza napoleonica, viene soppresso e inserito da Giuseppe Bonaparte nei beni d’intendenza della casa reale. Dopo la sconfitta militare nel 1815 vi si rifugia, in fuga, Gioacchino Murat.
Disperso quasi totalmente il patrimonio custodito al suo interno, l’intera proprietà, nel 1822, viene venduta al duca Luigi Giusso, banchiere di origine genovese, elevato al rango dal re Ferdinando IV di Borbone dopo il suo ritorno sul trono di Napoli. Negli stessi anni la proprietà Giusso in territorio di Vico Equense si estende al Castello feudale con annessa casa baronale e ad un’ampia parte della Marina di Equa.

Il duca è un oculato imprenditore e mantiene in vita la calcara di Marina di Equa, sviluppa programmi di cantieristica, utilizza il castello come albergo e ad Astapiana, diventato un sito destinato alla villeggiatura della sua famiglia ed alle attività agricole, impianta anche un’azienda collegata all’industria della seta.
Segue un periodo di profonde ristrutturazioni e alla foresteria viene dato un assetto di residenza familiare, il cui arredo esiste ancora oggi anche se sciupato dal tempo. Gli ambienti conventuali si trasformano, quindi, in dimora privata. Nella zona delle casette destinate alla clausura dei monaci sono demoliti i muri divisori che delimitavano gli orti giardino di ciascuna cella e gli ambienti vengono destinati a casa colonica o stalle.
Ne vengono, però, abbattute alcune per dar posto ad aie. Sul corpo centrale viene realizzata una nuova copertura a tetto per sistemarvi i “letti dei bachi”. In prosecuzione ottica del bel colonnato esistente ne è costruito un altro, monumentale, in funzione di pergolato per le viti.

Una cappella privata dedicata a San Romualdo viene ricavata al piano terra della foresteria grande per sostituire la chiesa demolita.
La masseria intraprende la coltivazione del baco da seta e ancor più quella delle sole foglie di gelso, da vendersi alle aziende del territorio sorrentino che anch’esse allevano il baco da seta. L’industria della seta in penisola sorrentina era molto fiorente.
L’allevamento dei bachi era diffusissimo e con la seta si lavorava una grande quantità di tessuti. La lavorazione tipica era costituita da un pregiatissimo velo sottilissimo, unico nel suo genere. La produzione soddisfaceva richieste provenienti non solo da tutta Italia ma anche dall’estero.
Nell’ambito del lavoro agricolo e domestico era eseguita, poi, la tessitura dei nastri sorrentini, chiamati “sigarelle”.

In epoca borbonica la produzione aumentò talmente che le spedizioni dal porto di Sorrento avvenivano tutti i giorni. Con l’incremento del trasporto marittimo aumentò l’attività di mercanti-armatori della penisola quali i Cafiero, i Maresca, i Castellano che fece accrescere la loro flotta.
Alla metà dell’800 la fabbrica dei Maresca, a Piano di Sorrento, contava fino a sessanta telai in ferro. A Vico Equense la grande fabbrica dei Cosenza era dotata di 24 fornaci per la cottura dei bachi e produceva quasi 500 tipi diversi di tessuto.
Con l’unità d’Italia finì la protezione pubblica all’industria della seta.
L’immissione sul mercato dei prodotti industriali del nord Italia e l’epidemia del 1860, che colpì i bachi da seta, danneggiò fortemente il settore.

Astapiana continua ad essere luogo d’incontro e di ospitalità della società borbonica. Vi viene accolta in visita tutta la nobiltà borbonica tra cui il conte di Trapani Francesco di Borbone come documentano bellissime fotografie tuttora esposte nell’appartamento principale.
Ma l’innovazione tecnologica e la nuova concorrenza fa pian piano scomparire la produzione della seta, dei bachi e del gelso. Con il nuovo secolo i telai sono ridotti a poche decine e dopo la prima guerra mondiale la produzione finisce completamente.
L’erede del duca Luigi, Girolamo, sindaco di Napoli nel 1878, senatore del Regno e ministro dei lavori pubblici nel 1901 nel gabinetto Zanardelli, estese i suoi interessi nel tenimento di Vico Equense, acquista il Monte Faito e costruisce la strada per Castellamare così da poter trasportare più agevolmente il ghiaccio confezionato con la neve del Faito da dove, in battello, era portato a Napoli. Ghiaccio che, poi, era scaricato sul litorale di Mergellina nell’ansa della Torretta ai piedi della strada che ancor oggi viene denominata Vico d”a Neve. Conservato il più possibile con metodi naturali in luoghi freschi, veniva destinato al consumo.
La proprietà di Astapiana fu assegnata, invece, all’altro figlio di Luigi, Candido, che la riduce a propria casa di villeggiatura. L’interesse per la proprietà e il suo utilizzo diminuisce sempre più anche da parte dei successivi eredi cui perviene.

Nel 1976, per preservare dal completo degrado uno degli ultimi esempi integri di architettura camaldolese in Campania, l’intero complesso architettonico e i possedimenti terrieri circostanti vengono dichiarati d’interesse storico e architettonico e a tanto vincolati. Nel 1980 la foresteria piccola viene alienata, ma nel 1989, col tentativo di cedere anche parte della grande foresteria, il Ministero dei beni culturali interviene nella vendita ed esercita il proprio diritto di prelazione.
Oggi il sito è prevalentemente aperto alla fruizione turistica. Sotto il controllo della Sovrintendenza dei beni artistici e culturali nel complesso monumentale fervono ampi lavori di ristrutturazione edilizia ed ambientale per renderne quanto più confortevole e completo un nuovo utilizzo. La grande cucina, ornata con mattonelle del Settecento di gusto eccezionale, con l’ampia cappa sopra ai fornelli e al forno a legna, riacquista al suo originario splendore.

Il salone di ricevimento, con i divani e le poltrone ricoperte di seta di San Leucio impunturata e gli altri arredi ottocenteschi, torna ad accogliere ospiti.
Questi, anche provenienti dall’estero, vi soggiornano per brevi periodi di vacanza, prendendo alloggio nelle caratteristiche casette ristrutturate e graziosamente arredate. Astapiana è anche frequentata per gite giornaliere.
Vi si tengono manifestazioni culturali e musicali. Tra l’altro ogni anno, nel mese di maggio, in uno spiazzo del bosco, all’ombra degli alberi di quercia, a pochi metri dalla erbosa terrazza, si tengono concerti di musica da camera o leggera eseguita da noti artisti. Eventi molto piacevoli che conferiscono una sensazione di grande suggestività. Sono organizzati nell’ambito di manifestazioni promosse da associazioni turistiche e culturali locali e vi affluiscono invitati e spettatori di tutta la penisola ai quali viene offerto anche un frugale rinfresco.

Nel complesso immobiliare, tra le altre cose, alcuni ambienti sono stati destinati a piccolo museo in cui sono esposte le sopravvissute opere degli antichi arredi che, si spera, saranno arricchite con quelle di altra provenienza.
Il panorama che si gode è da mozzafiato. Napoli e il Vesuvio sono a portata di mano. Ma si rimane incantati ed estasiati soprattutto dallo stupendo spettacolo che offre il panorama della terrazza erbosa. Ecco Meta, subito già ai piedi del dirupo, a duecento metri, poi, via via, Piano, Sant’Agnello, Sorrento. Capri, Ischia, Procida. Al tramonto il sole sparisce sul mare, o dietro Ischia, lasciando il sito in una serena tranquillità.

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