La Costiera delle sorprese

– di Vittorio Paliotti

Da Marina di Camerota a Scario, fra giardini e anfratti, e su un mare delle più diverse tonalità dell’azzurro e del verde, quindici chilometri di rade, spiaggette, torri medioevali e un paesaggio incontaminato.
Grotte, alcune inesplorate, dai nomi curiosi, e cale intrise di leggende.
La Grotta sepolcrale e la teoria del prof. Parenzan sull'”homo camerotaensis”.
Naufragi storici. Il porto degli Infreschi, rifugio di sirene e sosta di una nave dei Crociati.

200712-12-1mGiardini lussureggianti, siepi fiorite, e poi oliveti, aranceti, vigneti: il tutto lambito dal mare, un mare che, secondo gli orari, assume gradazioni di verde e di azzurro diverse, e ad ogni pochi metri si introduce in una grotta. Siamo sulla costa che va da Marina di Camerota a Scario, cioè all’estremo limite della provincia di Salerno, subito dopo Palinuro e verso il golfo di Policastro: “Questa plaga costiera è ignota ai più; è ignota forse anche agli stessi nativi; è certo ignota agli altri italiani del Mezzogiorno, che se ne vanno in sollucchero per altre stazioni balneari: stazioni di soggiorno e di villeggiatura eleganti, non c’è dubbio, ma costose e afose, nonché prive di riposante pace, che qui invece ne costituisce l’elemento essenziale”.
E’ una descrizione, questa, dovuta al meridionalista Pietro Visconti e che risale agli inizi degli anni Cinquanta.
Mezzo secolo da allora è trascorso. Ma non è che le cose da allora siano molto cambiate. Perché se Marina di Camerota e Scario si sono infittite, negli ultimi decenni, di alberghi e di ristoranti, il fascino della costa è rimasto immutato ed è ancora questa la condizione che distingue i suoi non contaminati paesaggi. Ecco perché la chiamano “Costiera delle sorprese”.
In una quindicina di chilometri di costa frastagliata, sono racchiuse piccole rade, spiaggette, torri medievali, scogliere. L’approdo non sempre è possibile. Può perfino avere l’impressione, chi da un’imbarcazione osservi questa costa, di essere capitato ai tropici, tanto è rigoglioso il verde; e invece è immanente in ogni pietra il ricordo di Roma repubblicana e di quella imperiale. Storici come Orosio, Polibio, Diodoro Siculo, Floro, Valleio, Appiano, Dione, ci hanno tramandato notizie degli eventi, alcuni mitici altri reali, che ebbero come teatro il mare che bagna la Costiera delle sorprese.
Proprio in queste acque, che pure sembrano evocare nient’altro che quiete e tranquillità, si ebbero due memorabili naufragi con la distruzione di due flotte. Il primo naufragio avvenne durante la prima guerra punica: centocinquanta navi onerarie al comando dei consoli Servilio Cepo e Sempronio Bleso incapparono in una tempesta e andarono a schiantarsi contro le rocce. L’altro naufragio, colpevole una libecciata, si verificò all’epoca dell’impero e comportò la perdita, pressoché totale di una flotta comandata da Ottaviano in persona. Il ricordo di questi disastri fu tramandato in cupi racconti dalla gente del posto: si disse e si ripeté che i resti dei marinai erano stati sepolti in tre grotte, denominate perciò “Grotte delle ossa”.
A quanto pare, verso l’anno Mille le onde corrosero un muro che ostruiva una grotta e comparvero, fissate in stalagmiti e stalattiti, grandi quantitativi di ossa. Quelle dei naufraghi, si ipotizzò; e quei resti furono portati via ad uno ad uno dai forestieri quali souvenir o anche come amuleti contro il malocchio. Oggi gli studiosi di geologia si sono formata la convinzione che, in realtà, quelle ossa erano appartenute non a esseri umani ma ad animali di cui si nutrirono uomini preistorici. “Grotta nera delle ossa” è tuttora chiamata una delle numerose altre spelonche che sforacchiano la costa e in cui, per la verità, non c’è proprio niente di tenebroso.
Qui soltanto gli appellativi, in qualche caso, sono un po’ allarmanti: come ad esempio la “Grotta sepolcrale”. Ma tutto è collegato al fatto che uno studioso, il professor Piero Parenzan, vi rintracciò reperti preistorici fra cui addirittura quelli dell'”homo camerotaensis” diverso dall’uomo di Neanderthal solo per la forma del mento. Parenzan s’innamorò talmente della sua teoria scientifica da ricostruire in gesso, un facsimile dell'”homo camerotaensis” in un sottoscala di via Cesare Rossarol a Napoli: lo mostrava, orgoglioso, ai suoi colleghi docenti universitari.
Tornando alla “Costiera delle sorprese” e alle sue spelonche, c’è da aggiungere che tracce di insediamenti dell’era paleolitica sono state rilevate in quella che, con riferimento alla linea dell’apertura, è stata chiamata “Grotta della serratura”. Ma ecco, finalmente, la “Grotta degli innamorati”. Una leggenda vuole che qui, nel XIII secolo, avessero trascorso la loro clandestina luna di miele un giovane e una ragazza la cui nozze erano contrastate dalle rispettive famiglie. Già di per sé gigantesca, questa grotta sarebbe collegata con altre spelonche sottostanti alla cosiddetta “punta dello Zoncale”; proprio per la complessità di quelle gallerie, si sostiene, quei due innamorati riuscirono a sottrarsi all’assedio dei familiari.
Vi sono anche grotte senza nome, lungo questa costiera, o grotte alle quali taluni danno un nome, altri un altro. E se, nella maggior parte esse sono state esplorate, non mancano quelle che nessun essere umano è mai riuscito a percorrere fino in fondo; molte infatti si articolano in bui camminamenti irti di pericoli, che traforano la roccia per centinaia di metri e che probabilmente sboccano in laghetti sotterranei.
Non bisogna mai, su questa riviera, lasciarsi ingannare dalla toponomastica: nemmeno da quella che si riferisce alle spiagge e alle insenature o agli scogli. Sono tutti nomi di fantasia, creati per lo più dallo spirito scherzoso di antichi abitanti. La “Cala della fortuna”, la “Cala bianca”, la “Cala longa”, per esempio, non sono che l’antefatto della “Cacata del marchese”.
Nessuno si scandalizzi nè torca il naso: il nome è segnato sulle cartine e anche sulle guide turistiche e serve a individuare un masso che, tra la “Cala della fortuna” e il “Monte di luna” emerge dalle limpidissime acque. Si racconta che solo qui, e in nessun altro luogo, un antico aristocratico riuscisse a por fine ai suoi dolori di pancia. Marina di Camerota, con le sue villette e i suoi bungalow, e Scario, col suo ridente porticciolo e le sue attrezzature balneari, sono semplicemente la prima e l’ultima perla di questo meraviglioso tratto di costa. Ma fra l’una e l’altra c’è ancora una perla che non va trascurata: il Porto degli Infreschi, che per i suoi giardini, i suoi panorami, i suoi colori, può essere considerato uno dei luoghi più suggestivi dell’intero Mediterraneo.
Le sue grotte, peraltro, nascondono sorgenti d’acqua e perciò sono mete continue di marinai e pescatori che vanno a farne rifornimento.
E le leggende? Che cosa dicono del Porto degli Infreschi le leggende?
C’è da scegliere fra quella delle Sirene e quella dei Crociati. La prima recita che proprio qui venivano a svernare, attratte dalla mitezza del clima e dallo splendore dei paesaggi, le sirene del golfo di Napoli. L’altra leggenda vuole che qui, appunto per rifornirsi d’acqua, fece scalo una nave diretta alle Crociate. Ma si trovarono così bene, quei crociati, nel Porto degli Infreschi, da decidere di rimanervi per sempre mandando al diavolo la guerra di religione.
Dovettero intervenire, dal Paradiso, legioni di santi, beati e servi di Dio, per indurli a riprendere la via di Gerusalemme. Del che, conclude la irriverente leggenda, quei crociati si pentirono per il resto dei loro giorni.

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