La dea del mare

– di Vittorio Paliotti

Maratea, su un lembo di costa che appartiene alla Lucania, davanti a un mare pulito, paradiso dei sub, è un centro di cittadini longevi, come già annotava uno storico nel 1835.
I settemila abitanti non conoscono la litigiosità. La leggenda di san Biagio e l’isolotto di Santo Ianni, la strada degli asini fuori l’abitato, la statua di Gesù alta ventuno metri su uno sperone di roccia. Dalle nove frazioni sulle rocce la migrazione verso la spiaggia. Un viaggiatore inglese fu il primo visitatore nel 1828. La scoperta del luogo ameno e lo sviluppo turistico ad opera di lombardi e piemontesi. L’arrivo dei conti Rivetti di Biella. Boschi odorosi di faggi e castagni e un litorale ricco di spiagge, grotte e scogliere.

200707-7-1m“Gli abitanti vi godono ottima salute ed arrivano a vivere fino agli anni ottanta e più di loro età. Di presente vi è il dottor fisico don Biase Vita Diodati il quale, come suol dirsi, insulta la gioventù perché essendo di anni novantadue, gode di tutte le facoltà di mente e di corpo: legge e scrive senz’occhiali, assiste alla santa messa in ginocchio, senz’appoggio; convive con la moglie; porta nelle mani un bastoncino per cerimonia, a somiglianza di un Ganimede; fa continuamente delle lunghe passeggiate e spesso si diverte nella campagna e nel mare alla pesca: non sta un momento in ozio. Se non fosse ernioso e sordo potrebbe preferirsi a un robusto uomo di trent’anni”.
Esattamente in questi termini si espresse, nel 1835, il letterato Carmine Tannini in un suo “Discorso istorico” dedicato a Maratea. Quel discorso, bisogna dire, è quanto mai attuale: tuttora gli abitanti di Maratea, circa settemila, possono vantarsi di non dover ricorrere se non raramente al medico e di essere dotati di eccezionale longevità: i novantenni, ormai, si sprecano. Il merito di tutto ciò? “Domandatelo a San Biagio, nostro patrono”, rispondono. I marateoti ascrivono alla benevolenza del loro santo protettore il fatto che i diciotto chilometri di costa tirrenica, tutta a grotte, a scogliere e a spiagge, lungo i quali si dipana la parte in pianura della loro cittadina, siano fra i meno inquinati d’Europa: più volte il Consiglio nazionale delle ricerche ha qualificato come “pulitissimo quel tratto di mare lucano del golfo di Policastro su cui si specchia Maratea”.
Il mare pulito, dunque, e ricco di ogni sorta di pesci (i sub lo considerano un autentico paradiso), i boschi odorosi di faggi, di cerri e di castagni, l’aria tersa dai monti che la riparano e che in qualche caso superano i duemila metri di altezza, hanno contribuito a fare di Maratea un paese popolato da gente non solo scattante e robusta, ma anche di buon carattere, che ignora del tutto la litigiosità.
Poco fuori dall’abitato, verso nord, c’é una località che tuttora le carte geografiche indicano come “Apprezzami l’Asino”. Si tratta di una strada che in origine era talmente stretta da non consentire il passaggio contemporaneo di due somari. E così quando lassù si incontravano due marateoti in groppa a un ciuco, l’uno diretto verso il paese l’altro verso la campagna, essi anziché litigare decidevano urbanamente di gettare a mare, dal dirupo, uno qualsiasi dei due animali: colui che rimaneva in sella era tenuto a rimborsare all’altro il valore dell’asino, dopo averlo adeguatamente “apprezzato”. E a memoria d’uomo non si verificarono mai contestazioni. Oggi, naturalmente, le leggi in favore degli animali non consentirebbero una simile crudele pratica; e anzi c’è da augurarsi che la diffusa etimologia di quel toponimo sia l’invenzione di un burlone. Il buon carattere dei marateoti, proverbiale nell’intera Lucania, è in realtà dovuto essenzialmente al loro senso di religiosità che non è soltanto esteriore ma profondissimo. Lo provano, fra l’altro, alcuni episodi tutt’altro che recenti: il rilancio di Maratea, bisogna premettere, è dovuto ai conti Rivetti di Biella che, negli anni Cinquanta del Novecento, impiantarono nella zona una serie di industrie e un albergo di gran lusso, il “Santa Venere”; e sentirono il bisogno, in omaggio ai marateoti, di costruire anche, in località Fiumicello, una moderna chiesa, come se le nove frazioni di cui si compone Maratea non fossero abbastanza ricche di chiese, e come se lassù, sul monte San Biagio, non esistesse già un santuario. Nel 1965 su uno sperone di roccia visibile da tutto il golfo di Policastro, venne innalzata una statua dedicata a Gesù, alta 21 metri e con un’apertura di braccia di 19 metri: la sola testa è alta tre metri.
La denominazione stessa di Maratea, del resto, deriverebbe, secondo studi condotti nel 1954 da Domenico Damiano, da una espressione ebraica il cui significato è “Cristo è venuto” e tuttora più volentieri accettata di quell’altra che la vorrebbe equivalente di “Dea del mare”. Inoltre le prime persone che andarono ad abitare sulle rocce o nelle caverne delle nove frazioni da cui più tardi sorgerà Maratea (Castello, Santa Caterina, Brefaro, Fiumicello, Cersuta, Porto, Acquafredda, Marina e una primordiale Maratea) non erano che eremiti i quali avevano avuta l’illuminata idea di scegliere, come luogo di isolamento, di meditazione e di preghiera, uno dei più splendenti litorali dell’Italia meridionale. Forse quelle nove frazioni erano già state adocchiate, in epoche comprese fra l’VIII e il III secolo avanti Cristo, dai greci, ma certo è che furono gli eremiti cristiani a riscoprirle. Le nove frazioni si svilupparono l’una indipendentemente dall’altra e solo in epoca posteriore riconobbero la supremazia di Castello, quella che oggi s’identifica con Maratea Vecchia, situata sul monte San Biagio (622 metri). Proprio il monte sul quale si svolsero le vicende salienti di Maratea. Nel 732 la gente di Castello vide una nave sbattuta dalle onde accanto all’isolotto di Santo Ianni; poi la nave scomparve, come inghiottita dal mare, e l’isolotto s’illuminò. Tutti corsero giù, a riva, raggiunsero l’isolotto e rinvennero un’urna nella quale erano contenute reliquie di San Biagio, vescovo armeno vittima della persecuzione di Licinio (316). Quelle reliquie, il torace, parte del cranio e un osso del braccio, furono portate a Castello, sul monte che allora prese, appunto, il nome del martire, al quale fu anche dedicato un santuario.
Per diversi secoli, dall’altare su cui era stata posta l’urna con le reliquie trasudò un liquido giallastro che veniva distribuito agli ammalati assicurando, si dice, guarigioni immediate; tal che papa Pio IV definì quel liquido “manna celeste”. Il miracolo si è ripetuto fino al 10 maggio 1970, ma i marateoti sostengono che San Biagio li colmò di ben altre grazie. Ecco qua il miracolo del 1494: è notte fonda, tutti dormono e non si accorgono che la soldataglia di Carlo VIII re di Francia sta per occupare il paese; senonché San Biagio sveglia a suon di schiaffi e di calci uno per uno tutti i marateoti i quali, dunque, fanno in tempo a impugnare le armi e respingere il nemico.
Purtroppo non vi furono paccheri o pedate di San Biagio in grado di dare vigore ai marateoti nel 1806, quando arrivarono le truppe di Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, che aveva già conquistato il regno di Napoli. Castello, cioè Maratea Vecchia, fu distrutto, ne rimangono pochi ruderi. Ma non tutto il male viene per nuocere; o, come dicono a Maratea, “anche allora San Biagio sapeva quel che faceva”. Gli abitanti, abbandonata l’altura, si spostarono a valle, in quello che oggi è il borgo o centro storico, e intorno a esso, oltre che sulla superficie delle altre frazioni, si svilupperà la nuova città. A scoprire Maratea come luogo di delizie estive non furono gli stranieri, come è accaduto per numerose altre località del Meridione. Vi sbarcò, tutto solo, nel 1828, un giovane inglese laureato all’università di Edimburgo, Craufurd Tait Ramage, ma nel suo libro pubblicato a Londra nel 1868, “Angoli reconditi d’Italia”, ne parlò distrattamente e più che altro per irridere alla “manna” di San Biagio. La scoperta di Maratea, delle sue grotte con stalattiti e stalagmiti, delle sue cale, delle sue scogliere, del suo isolotto di Santo Ianni, venne fatta – come già si è detto – poco più di cinquant’anni fa, da piemontesi, soprattutto, e poi anche da lombardi.
Lo sviluppo, da allora, fu quasi frenetico. Strade rifatte, villette unifamiliari, ville gentilizie, alberghi l’uno dopo l’altro; villaggi turistici, ristoranti e bar dappertutto. E poi spiagge private adiacenti agli alberghi, e parchi per la pesca subacquea. Fra la Campania e la Calabria, in quell’unico lembo di costa che appartiene alla Lucania e che si affaccia sul golfo di Policastro, Maratea si annuncia davvero come la “dea del mare”.

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