La Grotta Azzurra al tempo di ‘Ntulino e Costanzo

– di Rosanna Di Giaimo

Imbarcavano i turisti sui motoscafi e il prezzo del biglietto era di 300 lire.
Flash-back sulla Capri degli anni Sessanta.
Carmelina, Costanza e Colomba vendevano nacchere, cartoline e frutta fresca alla Marina Grande.
La pretesa di Claudio Villa.
La vita monotona di Arturo, il pappagallo dell’osteria di Totonno.
Le colazioni capresi da Mauriello.
I fanali del porto e le difficoltà del vaporetto “Faraglione”.

“One hundred! One hundred!” quasi gridava Carmelina ai primi turisti della giornata, offrendo allegre nacchere dagli improbabili natali capresi. “Cartoline, cartoline!” faceva eco Costanza, mentre Colomba incalzava: “frutta fresca!” Ecco le voci del mattino, argentine come il fischio del primo “vaporetto”, lì sul piccolo slargo della Capitaneria di Porto, al borgo marinaro di Marina Grande. Il carretto verde della frutta c’è ancora ed è sempre quello, gestito dai figli di Colomba: lei non c’è più, come non ci sono più Carmelina e Costanza e neppure le nacchere e le cartoline. Tutto è cambiato! Alla banchina dei motoscafi per la Grotta Azzurra (300 lire, il prezzo del biglietto), ‘Ntulino ‘u forchettone e Costanzo ‘u caicco organizzavano i gruppi di turisti con maestria e calma, anche quando qualcuno, nella ressa, cadeva nello specchio di mare lasciato libero da imbarcazioni di ogni tipo. Erano gli anni Sessanta, l’epoca di “Mare Moda” che faceva confluire sull’isola le grandi firme della sartoria internazionale.

I divi “sfilavano” senza scorta dal traghetto ai taxi (belli quelli sempre lucidi e rossi decappottabili), prodighi di autografi e sorrisi. Claudio Villa approdava senza autorizzazione con il suo smargiasso yacht: toccava al comandante del porto, che non faceva sconti a chicchessia, allontanarlo come un comune, mortale trasgressore.
Giuseppe Faiella, in arte Peppino di Capri, non si sa se per economia o per piaggeria, viaggiava in aliscafo, utilizzava la funicolare, portando da sé il bagaglio; le giacche appese ad una stampella retta per il gancetto dondolavano dietro la schiena. I Kennedy, habituè dell’isola, gustavano la cucina di mare con palese avidità mentre i loro giovani rampolli mostravano non poca imperizia nell’uso della forchetta alle prese con gli spaghetti: li avvolgevano con le dita.

Arturo, il vecchio pappagallo accovacciato sul trespolo all’ingresso dell’osteria di Totonno, agli avventori che lo chiamavano con insistenza non mancava di rispondere scocciato: “povero pappavall’!” In proposito si narrava che l’occhio mancante a Totonno fosse conseguenza di una decisa beccata di Arturo, stufo di dover “recitare” la sua parte di “pennuto scocciato”. Qualche ingresso più in là c’era Mauriello; da lui si consumavano le colazioni “capresi”: il classico panino con pomodori e mozzarella, tutto affettato. Sempre affollata la sua salumeria, d’inverno e d’estate. A Capri avere una barca era questione di vita, di esistenza. Anche un gozzo andava bene. Il giro dell’isola era un’avventura dello spirito: le grotte, gli anfratti, le pareti rocciose a picco sul mare rimanevano impressi nella retina dell’anima. E poteva capitare anche di incontrare Gennarino, il sub più famoso ed unico dell’isola. Si immergeva con esperienza. Lo fece anche quando la montagna, scendendo giù rovinosamente nell’insenatura di Caterola, uccise ‘u ferone, un pescatore locale così chiamato per la sua considerevole mole. Gennarino si rattristò non poco per non essere riuscito a salvarlo.

Già perché a Capri si muore anche. Il cimitero si adagiava in ascesa su tre livelli: bambini, adulti e appartenenti ad altre confessioni. Il mondo intero è a Capri! Qualche morto veniva dal mare. Si diceva che anche l’alluvione abbattutasi sul salernitano nel 1954 avesse portato sino all’isola tanta gente: sembrò quasi un privilegio. Di notte due fanali, uno rosso ed uno verde, si accendevano a delimitare i bracci del porto e quasi a far da richiamo ad una luna caprese, sempre splendente, anche quando era nuova. A d accendere i fari era don Vincenzo ‘u fanalist’, perché, in quegli anni, non erano ancora in uso le fotocellule che comandano accensione e spegnimento secondo la luce solare. Don Vincenzo non era caprese, perciò definiva la sua vita sull’isola la “favola bella”, anche con il mare capriccioso: ricorda ancora la “grecalata” che lo sorprese in barca con figlie e nipoti. Ma lui, il fanalista, non si perse d’animo: approdò alla spiaggetta di Palazzo a mare e, messa al sicuro la barca, ritornò a casa con l’allegra nidiata dopo una tortuosa scarpinata.

D’inverno il mare cambiava la sua voce. Mugugnava furioso, spruzzando le case attintate della Marina.
A volte per il forte vento, il “Faraglione”, proveniente da Napoli, non poteva entrare nel porto: al capitano in attesa di istruzioni non restava che andare con la nave su e giù, lontano dalla costa. Aveva andamento lento l’inverno a Capri, ma si ritornava alla vita “normale” scandita dalla scuola, dal lavoro, dalle passeggiate tranquille e solitarie per stradine, scalinate e piazzette divenute d’incanto troppo ampie.
La salita per Via Marina Grande, alla svolta della chiesa di San Costanzo, lasciava il mare offrendo all’animo un paesaggio mutato. Era l’inaspettata campagna di Capri con muretti a secco, orti, viti, aranci, ulivi, castagni. C’è ancora, ma con le pendici collinari un po’ più disegnate di case. Mutava anche la gente, d’inverno. Diventava taciturna, riservata, legata ai ritmi di una natura non sempre generosa. Sembrava quasi godere del silenzio dell’isola, un silenzio avvolto dalla luce ramata del sole al tramonto, adesso discreto complice della memoria involontaria: a ritrovare il tempo di Combray è il fischio dell’ultimo vaporetto che porta via il mondo altro…

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