La grotta da ballo nella roccia di Praiano

– di Vito Pinto

I favolosi anni dell’Africana creata da Luca Milano.
È stata il centro della dolce vita sulla costiera amalfitana.
Una caverna unica e suggestiva.
Da ristorante a night, dalle lampade ad acetilene alla luce diffusa. Un suonatore di fisarmonica nascosto tra gli scogli.
L’orchestrina nera.
Un barbecue per la regina d’Olanda.
La notte di Jacqueline Kennedy e Gianni Agnelli.

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200906-11-2mSoltanto una donna come Jacqueline Kennedy poteva alterare l’impassibile far-play di Gianni Agnelli. Fu allorquando la first lady americana preferì il giovane Agnelli al padre per un ballo a piedi nudi sulla levigata pista di quel meraviglioso antro sul mare chiamato “L’Africana”, il night club di Praiano letteralmente scavato nella roccia da Luca Milano, tragicamente scomparso quattro anni fa.
Erano gli anni del boom economico e la gente voleva dimenticare, vivere, divertirsi e saziarsi di cronaca rosa. Erano gli anni della “dolce vita” osannata ed esaltata da Federico Fellini, vissuta dalla gente in vario modo, erano gli anni degli amorazzi e di quelle amicizie particolari che transitavano gli italiani dal fidanzamento al flirt. Mitica era diventata la mondanità notturna di Via Veneto a Roma, dove i paparazzi si acquattavano per rubare scene di un “mano nella mano” di coppie celebri più o meno ufficiali (o clandestine?), la nuova “frequentazione” (o conquista?) di attori famosi e di attricette in cerca di notorietà. Spesso le conseguenze erano risse per una foto “non autorizzata”, per un articolo di “pettegolezzo”. La lingua italiana non era stata ancora spodestata dagli inglesismi e francesismi: chi li usava lo faceva per vezzo o per impreziosire, con grande eleganza, un discorso salottiero. Carlo Dapporto docet.

Anche in Costiera amalfitana forte e palpabile era la voglia di dolce vita. I rocciosi e lunati tornanti erano frequentati da fiammanti spyderini – mitico quello della Innocenti – con a bordo giovani leoni vogliosi di prede straniere. E ne giungevano dai paesi nordici con le loro biondissime chiome sbrigliate nel salmastro vento della costa. Comoda, per quella strada, anche la Vespa, diventata mitica due ruote dopo le “Vacanze romane” di Gregory Peck e Audrey Hepburn.
Da Cinecittà, mecca del cinema italiano, i big del mondo di celluloide, quelli della musica e del jet-set scendevano su queste aspre coste. “E anche regnanti” sottolineava Luca Milano con una certa resistenza a ricordare il passato.
In uno degli incontri “per pochi amici” che ogni tanto Luca organizzava al di fuori dell’ufficialità, amava raccontare squarci di vita nella grotta: “Qui, all’Africana, una sera giunse a cena la regina Giuliana d’Olanda con il marito, il principe Bernardo. Mentre li guidavo alla visita del locale, feci apparecchiare un tavolo sospeso sul mare e improvvisai un barbecue sugli scogli, mentre di fronte due lampare tiravano a bordo le reti, il cui pescato fu subito messo sulla brace e servito ai reali olandesi”.

Erano anni di “follie” estive e per Praiano, per l’Africana passava un “popolo misto”, voglioso di assaporare, almeno una volta, la favola della “dolce vita” notturna della costiera amalfitana.
Fino a qualche anno prima Paiano era stato un borgo di pescatori, poi si era trasformato in centro turistico, grazie all’intraprendenza e all’inventiva di Luca Milano, in quegli anni sovrano assoluto di un regno notturno, sotterraneo, dove la dolce, languida “follia d’amore” era di casa. In quella grotta, a mezzo tra il mare e la sovrastante strada statale costiera, nascosta agli sguardi indiscreti di passanti e curiosi, tra luci soffuse, musica di sottofondo (tranne quando vi erano le “grandi feste” del patròn) e il complice sciabordio del mare, tutto parlava d’amore, di quello intenso che Luca Milano aveva per il suo luogo natio, per il suo lavoro. E tutto rimandava ad amori infiniti che si intrecciavano in una sera d’estate su una rotonda sul mare, cantava Bongusto, e si scioglievano con i primi soffi di vento autunnale.
“A Praiano – ricordava Luca – non c’era niente: né acqua, né luce, né telefono. Eppure ebbi il coraggio di fittare una casa borbonica di un principe di Napoli e trasformarla, da casa per carrettieri e cacciatori, in un alberghetto, che barattai per un grande albergo durante un mio giro per mezza Europa. Ma in definitiva il grande albergo io l’avevo ed era Praiano. Giunsero i primi turisti e quando divennero più numerosi delle camere che avevo, cominciai a smistarli presso i miei compaesani che avevano stanze a disposizione. E così cominciò il cammino turistico di Praiano”.

Poi un giorno Luca acquistò, dall’amico Luigi, un terreno alla Torre, un pezzo di roccia in ripida discesa verso il mare. E subito cominciò il folle scavo destinato ad essere un grande ristorante. Dopo qualche tempo, però, l’impresa si mostrò più “tosta” di quanto si pensasse, per cui Luca si dovette fermare e utilizzare il lavoro realizzato per evitare la bancarotta. Fu abbandonata l’idea del ristorante e l’antro fu trasformato in luogo dove incontrarsi nelle sere d’estate cariche di maliziose suggestioni, ascoltando una buona quanto complice musica. Il successo fu immediato ed enorme: l’ambiente, la frequentazione si rivelarono subito “in”. E Luca andò avanti su quella strada, ampliando e arricchendo con amore, giorno dopo giorno, la sua caverna senza nome sul mare di Praiano, di fronte a quella Positano che occhieggiava con le mille luci di una internazionalità in forte crescendo.
A dare un nome a quella grotta ci pensò la gente. Sulla pedana addossata alla roccia, ogni sera suonava un complessino di musicisti neri, mandati a Luca da alcuni suoi amici del Coven Garden di Londra. Era una chiccheria avere quella band di “colore” e la gente diceva che andava a ballare dove erano gli africani. Il gioco era fatto e fu “L’Africana”.

Molto tempo è certamente trascorso da quando sul tavolo vi erano le lampade ad acetilene dei pescatori per l’illuminazione ruffiana e tra gli scogli, ben nascosto, vi era il suonatore di fisarmonica a poche migliaia di lire per sera, che conciliava, con dolci melodie, gli approcci d’amore, i baci non tanto rubati, le carezze e gli abbracci. Poche erano le parole italiane che le bionde vichinghe o le figlie di Albione sapevano pronunciare, ma sapevano dire: “Questo posto è un incanto” e “Ti amo, baciami”. I giovani leoni, a digiuno di lingue straniere, avevano imparato “i love you” e “besame mucho” ricordando una canzone senza tempo. Ci mettevano tutte le inflessioni passionali italiche, ma certamente non era la stessa cosa di “Baciami, cara”. Col passare degli anni anche l’originaria grotta si trasformò, tutto divenne più sofisticato, più bello, più accattivante, più chic, perché Luca il suo antro, il suo regno, in quegli anni lo arricchì e lo trattò come una signora alla quale offrire tutto intero un amore infinito. E lui, Luca, il suo antro lo amava perdutamente, come si amano gli occhi della propria donna in una notte di stelle di mezza estate in costiera amalfitana. “L’Africana” non c’è più, è scomparsa con Luca Milano, ma in questa parte della costa salernitana resiste il mito di un luogo dove l’estate era dolce vita.

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Un commento su “La grotta da ballo nella roccia di Praiano

  1. Sono a milano dal 1969 come non ricordare quello spendido locale e quella meravigliosa stradina che portava simo al mare l’ultima serata con bongusto la rivivo ancora nei miei straordonari ricordi con Eliana mip primo amore deglo anni60.

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