La latteria di Vuotto e l’asino Michelangelo

– di Salvatore Cosentino

Storie e storielle di un’altra Capri negli anni del dopoguerra. I due locali di via Longano che passarono dal nero del carbone al candore della nutriente bevanda. Il terribile cliente del “Quisisana” che organizzava in albergo show sorprendenti e scandalosi e lo scherzo delle zollette di zucchero propinate all’asinello della piazza. Un ricordo della signora Miradois.

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200605-14-2mRaffaele Vuotto, titolare dell’omonimo bar in Piazzetta, uomo di grande vigore, sempre preso dal lavoro, era impegnato quasi tutto il giorno nelle sue molteplici attività. Era figlio di Costanzo, “u lattaiuolo”, un imprenditore i cui interessi spaziavano dall’edilizia alla raccolta del latte.
Proprio quest’ultima attività piaceva a Raffaele che volle aprire una moderna latteria. Acquistò due grandi locali in via Longano, che erano serviti per la vendita del carbone, fra i commenti diverti dei capresi che vollero sottolineare che Raffaele andava a vendere un prodotto che si identifica col candore nei locali dove invece il nero l’aveva fatta sempre da padrone.
Il giorno dell’inaugurazione tutta Capri, incuriosita, andò in via Longano per vedere la latteria di Raffaele Vuotto. Si aspettavano di entrare in una latteria classica con un banco di maioliche bianche e tanti misurini per il latte. Fu grande la meraviglia, e forse anche l’invidia, quando tutti videro che cosa aveva realizzato Raffaele Vuotto: un locale modernissimo e accogliente, che neanche sembrava una latteria, con tutte le apparecchiature più moderne e addirittura una macchina elettrica che faceva i “toast”, novità per quei tempi.
Tutte le cassandre che avevano profetizzato il più nero dei fallimenti per il prodotto bianco di Raffaele Vuotto dovettero ricredersi. La latteria divenne un locale frequentatissimo e di gran moda che vivacizzò addirittura la via Longano.
Ho ancora negli occhi la mattonella di ceramica posta all’entrata della latteria, una risposta a coloro che, invidiosi di Raffaele Vuotto, se ne erano augurati cattivi affari e ne avevano pronosticato il fallimento. Sulla mattonella era dipinto un asino e, sotto, la scritta: “Ben fare e lasciar ragliare”.
* *
Di tutti i frequentatori di Capri nel periodo del dopoguerra è sicuramente quello che mi è rimasto impresso nella memoria. Piccolo, grasso, leggermente strabico, di lui si poteva dire tutto tranne che fosse un Adone. Ma tutto ciò che gli mancava sul piano estetico era compensato da un’eccezionale cultura. Parlava speditamente in latino.
Quando c’era lui, il bar del “Quisisana” si animava. Arrivava all’ora dell’aperitivo della sera, si sedeva al bar, ordinava un Martini e, appollaiato sullo sgabello, che spariva letteralmente sotto le sue enormi chiappe, si guardava un po’ in giro e poi decideva a quale tavolo di persone che non conosceva andare a sedersi. Si presentava, senza essere stato invitato, e si accomodava su una sedia libera tra la sorpresa e il divertimento dei clienti del tavolo, aperti a qualsiasi esperienza per entrare nella vita caprese di cui si favoleggiava nel mondo. Al tavolo prescelto ordinava un altro drink.
Sfruttando la sua parlantina e il fatto che faceva molto chic mostrarsi anticonformisti, iniziava la sua opera di suggestione. Nel giro di pochi minuti creava l’atmosfera giusta. A un suo cenno, dal bar si provvedeva ad abbassare le luci e lui iniziava il suo show. Era noto a tutto come “l’avvocato”.
Venivano spostati dal centro del bar tutti i tavoli per creare uno spazio dove, dopo essersi adornato il capo con una tovaglia, a mo’ di turbante, si sedeva a terra incrociando le gambe al modo indiano. L’attenzione era tutta per lui.
Con tono sicuro ordinava ai presenti di sdraiarsi per terra.
Incredibilmente, i signori in smoking e le signore in abito da sera gli ubbidivano facendo cerchio attorno a lui. Nel silenzio più assoluto, cominciava a parlare in latino che solo lui intendeva. Gli astanti, che non volevano dare l’impressione di non capire, alla fine di ogni frase applaudivano freneticamente. I clienti del “Quisisana” si divertivano un mondo e fioccavano le mance per i camerieri.
Dopo una mezz’ora circa si era creata l’atmosfera giusta per il clou dell’avvocato. Allora lui si alzava in piedi e annunciava solennemente il “Cess Party”. Chiamava l’inserviente che era un uomo piccoletto e questi, che sapeva a memoria il copione, si precipitava a spalancare tutte le porte delle toilettes situate all’ingresso del ristorante. L’avvocato, tra lo stupore e il disagio dei suoi spettatori, si metteva alla testa del corteo di tutti i presenti che sollecitava a seguirlo e cominciava a declamare poesie vietate alle orecchie delle educande.
Entrava in una delle toilettes, spaziosissima come si conveniva a un albergo di lusso, e si sedeva sul water. Con un gesto improvviso prendeva il mantello blu con la fodera rossa di Charlottine, una ragazza inglese elegantissima e immancabilmente scalza che, con la madre, partecipava ogni sera allo show dell’avvocato, e lo poneva sulle spalle dell’inserviente al quale, nel frattempo, aveva ordinato di distribuire rotoli di carta igienica a tutti i presenti, invitati ad avvolgersene.
Quando tutti si erano, per così dire, addobbati, lui si sistemava sul capo un rotolo creando, con una solennità degna di un vero monarca, la scena di una incoronazione. Quindi, si alzava dal water, abbandonava la toilette e, a capo di un nuovo corteo, imboccava lo splendido salone d’ingresso del “Quisisana”, salutava con magnanimità gli addetti alla portineria e conduceva tutti in strada per un giro nella piazzetta antistante, una capatina al “Number Two” e il ritorno in albergo per il “dinner”, autorizzando i “seguaci” ad onorarlo nei loro abiti eleganti senza più appendici igieniche.
La cena si protraeva oltre la mezzanotte fra le lamentele dei camerieri trattenuti oltre l’orario normale. La direttrice dell’albergo soffriva oltremodo la presenza di quel cliente estemporaneo dal quale poteva aspettarsi di tutto e perciò era in costante tensione.
Davanti al “Quisisana” stazionavano i due asinelli che trasportavano i turisti al Monte Tiberio per visitare Villa Jovis. Il padrone, che li teneva sempre in ordine e puliti, gli aveva dato due nomi straordinari, Michelangelo e Leonardo. Il primo era bianco, mansueto e un tantino furbo. Si avvicinava alla scalinata dell’albergo in attesa che i clienti seduti ai tavoli della terrazza gli lanciassero qualche zolletta di zucchero.
Della golosità di Michelangelo approfittava l’avvocato per un altro dei suoi show. Si procurava in portineria una buona quantità di zollette e, fra la curiosità dei clienti dell’albergo seduti sulla terrazza, si avvicinava all’asinello, lo prendeva per le briglie e, imboccandolo continuamente di zollette di zucchero, gli faceva salire la scalinata d’ingresso del “Quisisana” conducendolo nella hall dell’albergo. Curiosità, imbarazzo, persino proteste accompagnavano quell’exploit.
L’avvocato, imperterrito, parlando sempre in latino a Michelangelo e ai presenti, continuava a propinare lo zucchero all’asinello conoscendo lo strano effetto che le zollette procuravano all’animale.
La scena era già di per sé singolare al centro della hall, ma la clamorosa sorpresa avveniva di là a poco, quando lo zucchero ingurgitato da Michelangelo produceva sull’animale l’effetto che l’avvocato conosceva e attendeva. Improvvisamente, infatti, Michelangelo emetteva un raglio smisurato e sfoderava la sua “spada”, notevole e turgida, e naturalmente subito ben visibile nello scompiglio dei presenti fra risate, orrore, pudicizie accennate delle signore che guardavano fingendo di coprirsi gli occhi e apprezzamenti degli uomini che si dichiaravano esperti in misure di “spade” e affini.
“Quello è un diavolo” dicevano tutti del singolare avvocato del “Quisisana”.
* *
Alcune generazioni di capresi debbono riconoscenza alla signora Miradois. Si può dire che non c’è persona a Capri che non abbia beneficiato del suo insegnamento. Credo fosse di origine tedesca. Insegnò inglese, francese e tedesco a tutti gli isolani tra i dieci e i cinquanta anni.
I suoi allievi erano di tutte le estrazioni sociali, dagli albergatori ai muratori. Sembrerebbe strano che anche coloro che praticavano mestieri non a contatto con gli stranieri fossero suoi allievi. Ciò era dovuto al fatto che anche coloro che facevano mestieri estranei al turismo non volevano essere da meno dei camerieri e dei portieri d’albergo, considerati i più fortunati lavoratori di Capri perché facevano “lavori leggeri” ed erano sempre ben vestiti. Così che il dialetto caprese si infarcì di vocaboli stranieri.
Qualche esempio. Per definire una persona furba, un imbroglioncello, che in dialetto si diceva “sfaccimm”, si rendeva magnificamente l’idea definendolo “spizzpupp” dal tedesco “spitzbube” che significa birbone. Quando si andava dal sarto o dal calzolaio per prendere le misure degli abiti e delle scarpe, spesso si usava una parola francese che ricorreva nel frasario alberghiero. Ci si raccomandava così: “L’arraccumanne, suagnè”, dal francese “soignè” che significa accurato.
Ritornando alla Miradois, le sue lezioni erano, finanziariamente, alla portata di tutti. Percepiva un compenso che le permetteva una vita appena dignitosa.
Rientrando a Capri dopo una lunga assenza, quando uscii dalla Funicolare vidi la piazza del belvedere piena di gente in abiti scuri. Meravigliato, cercai di ricordarmi quale ricorrenza importante cadesse in quel periodo, ma non me ne venne in mente nessuna.
Mi dissero che era morta la Miradois e tutta Capri era al funerale. Mi accorsi che quelli che stavano in piazza erano solo la coda del corteo che si era formato fino all’ospedale dove stava la bara che il mio amico Antonio Palomba aveva tappezzato di boccioli di rose in segno di gratitudine da parte di tutti i capresi. Perché la signora Miradois era stato un autentico pilastro dello sviluppo turistico di Capri insegnando a tutti gli isolani le lingue straniere.

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