La leggenda di Alessandro

– di Alessandro Cecchi Paone

Fu Aristotile a salvarlo dalla follia della madre Olimpia e dall’angoscia per l’omicidio del padre. Le donne della sua vita e la bisessualità.
Il periodo felice a Miezia, tra corse e cavalcate, e le aspettative della sua nazione guerriera, la Macedonia.

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200503-14-3mOlimpia, la madre di Alessandro Magno, nulla ha a che fare con l’immaginetta da presepe della mamma tutta casa e famiglia, sottomessa al marito e dedita alle cure del focolare. E nemmeno condivide la solarità del re, figura esplicita e diurna. Olimpia arde di fiamme fredde e notturne, la luce che predilige è lunare, le ombre avvolgono il suo ruolo di vestale del sesso orgiastico di rito dionisiaco, ai maschi preferisce i serpenti, al colore dei fiori il verde metallico delle foglie dell’edera, sacra a Dioniso, dio dell’estasi che perde e rende folli i non iniziati ai misteri. E nemmeno ha senso immaginarsela mentre allatta o culla il piccolo Alessandro cantando filastrocche. Più di un autore l’ha ritratta, forse per screditarla, mentre coinvolge il figlio ancora giovanissimo in rituali ipnotici e sulfurei, a base di incensi che stordiscono e in compagnia di rettili addomesticati.
C’è da chiedersi, a questo punto, cosa abbia salvato Alessandro dal trasformarsi in un Amleto ante litteram, per sempre impaniato nella visceralità delle emozioni e dei turbamenti provocatigli dal conflitto fra i genitori, dalle gelosie e dagli affetti incrociati, reso incapace di agire e di amare dai pezzi di personalità persi con l’omicidio del padre e da quelli risucchiati dalla madre virago. Sta di fatto che, fors’anche perché quasi certamente solo beneficiario e non fautore dell’uccisione di Filippo, Alessandro non resta accecato come Edipo dai sensi di colpa e trova eroicamente la forza di troncare anche con la madre. Come se capisse da solo, per intuito, quello che oggi gli avrebbe detto uno psicoanalista: che se non si fosse strappato dalle grinfie della madre sarebbe rimasto, psicologicamente, oltre che politicamente, uno strumento nelle sue mani, un mezzo per soddisfare i suoi deliri e i suoi disegni.
Come tanti mammoni, anche lui avrebbe sviluppato una personalità castrata, inabile a concludere alcunché, incapace di portare a termine qualsiasi progetto, costretto ad avanzare guardando indietro, per tutta la vita più nostalgico che entusiasta, più passivo che attivo, edipicamente indeciso a tutto.
Non fu così. Virilissimo, come lo volle Filippo, sensibilissimo come lo rese la follia della madre, Alessandro tagliò tutti i ponti, emotivi e non, con il passato, dedicandosi a sé, al suo destino, alla sua vita, senza farsi mai turbare dall’ombra di Banco del padre, e costringendo la madre intrigante, che lo inseguiva per il mondo con lettere farneticanti, a stare al suo posto.
Certo l’amore morboso di Olimpia non lasciò spazio ad altre donne importanti nella vita di Alessandro. Anche Barsine e Rossane, come le altre, forse un po’ meno delle altre, furono scelte prevalentemente per motivi diplomatici o dinastici. Ma la bisessualità di Alessandro, psicologica e affettiva, prima ancora che genitale, non fu un sintomo nevrotico. Oltre che diffusa ai suoi tempi e normale per la morale dell’epoca, fu a suo modo un involontario atto d’omaggio verso il ricchissimo e complesso lascito emotivo dei genitori che ne fece una personalità originalissima, in cui maschile e femminile, come vedremo più avanti, si intrecciarono armonicamente e inestricabilmente.
Quando nel corso di una terapia psicoanalitica, magari dopo anni, si riesce a ricostruire il cosiddetto romanzo familiare, cioè la storia della famiglia del paziente, e a interpretarlo, allora il più è fatto. Ma noi non possiamo ancora far alzare Alessandro dal lettino perché non abbiamo capito come mai, con i genitori che ha avuto, con il peso delle aspettative che gli gravava addosso, con i fattacci capitati a corte, non ne sia uscito fuori come uno squilibrato.
Nessuno, dei tantissimi che si sono succeduti a raccontarlo e a giudicarlo nel corso della storia, ha mai pensato ad esempio ad equipararlo a Caligola, per quanto entrambi abbiano dedicato particolare attenzione ad un cavallo. La risposta sta forse, a parte i doni di natura e la spinta di un particolare momento storico favorevole, tutta in un nome: Aristotele. Ma non solo e non tanto come filosofo, o precettore. Piuttosto come vero punto di equilibrio fra tante, troppe, potentissime spinte contrapposte che potevano fare di Alessandro, invece che un genio di cui ci stiamo occupando con ammirazione e curiosità duemila e trecento anni dopo la sua morte, una qualunque Lady D ante litteram al maschile, travolta dal ruolo e dalla inabilità a ricoprirlo.
Non era cosa da poco, lo abbiamo visto, oltre che avere a che fare con Filippo e Olimpia, reggere le aspettative di una nazione guerriera desiderosa di egemonizzare un’Ellade rissosa ma unita nello snobismo razzistico contro i macedoni “barbari” e entrare nei panni del condottiero chiamato alla riscossa e alla rivincita contro i Persiani, con un successo tale da andare oltre l’obbiettivo originario, allungando il passo dall’Asia Minore all’Egitto e fino all’India. Il tutto in un quadro estremamente fluido, ormai privo di solidi punti di riferimento oltre che geopolitici, culturali e progettuali.
Aristotele si è dedicato al giovane re non solo per insegnargli a leggere i classici e a far di conto. Ha assunto un ruolo di compensazione di tutte le influenze che rischiavano di soffocare Alessandro. D’accordo con quel padre fantastico che in definitiva fu Filippo lo ha sottratto agli intrighi della corte e alla soffocazione in cui si risolveva l'”amore” di Olimpia, e gli ha creato intorno una particolarissima versione di quelle scuole filosofiche che allora erano considerate strumento pedagogico fondamentale e che, ai nostri giorni, trovano nei paesi civili un equivalente nei campus universitari. Dove gli alunni divengono discepoli di uno o più docenti, in quanto affidati alle loro cure non solo in termini di istruzione ma anche di confronto intellettuale, emotivo ed affettivo, crescendo in un circolo di coetanei che si abituano così rapidamente a rinunciare alla famiglia di origine e alle sue dinamiche, comunque conservatrici perché condizionate dal passato, e a sperimentarsi nelle costruzione di nuovi legami volti alla prefigurazione del futuro.
Quello di Miezia fu per Alessandro il Grande un periodo indubbiamente felice, nel corso del quale imparò a conoscere se stesso, la natura dei compagni tra i quali scelse quelli chiamati a seguirlo nella conquista del mondo, imparando fin d’allora quali erano i compiti più adatti a ciascuno, e a coltivare, seguendo il migliore dei precetti educativi classici, la salute del corpo e della mente. Un periodo di corse e cavalcate ed esercizi ginnici e di bagni freddi di gruppo all’alba, intervallati da lezioni, ma anche prove pratiche, discussioni filosofiche, litigate, incomprensioni, grandi amicizie.
Soprattutto, Aristotele fu un vero maestro perché preparò Alessandro a fare, molto presto, a meno di lui.

(2 – continua)

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