La medusa di Lampedusa

– di Claudia Forlani

Lo straordinario percorso dalla costa tunisina oltre lo scoglio di Lampione sino al porto dell’isola. I “banchi”, la fauna variopinta, le tartarughe, la Madonna del mare, le grotte e i sifoni, la Secca di Levante, il villaggio delle cernie e la leggenda dello squalo bianco.
Il diario sottomarino di una femmina misteriosa dal corpo sodo e trasparente.

Lasciate che mi presenti. Celenterato della classe “idrozoi”. Slanciata, di bella presenza, come ogni femmina pericolosa. Proprio un bell’esemplare di misteriosa “pelagia nocticula”.
Ospite “sgradito” del Mediterraneo da quando una mia collega ionica, particolarmente avvelenata da brucianti pene d’amore, incappò negli illustri arti inferiori della moglie del premier greco Papandreu nel lontano 1983. Le procurò uno choc anafilattico che scatenò reazioni nel governo di Atene innescando ricerche, convegni e ipotesi di studio dei più illustri esperti sulla periodicità delle nostre temute e cicliche invasioni nei vostri mari.
Corpo trasparente ma sodo e sinuoso, con sfumature dal rosa cipria all’avorio e al grigio perla, dotata di una innata classe, un po’ gelatinosa (è il mio cruccio, ma quale femmina non ne ha almeno uno), leggermente convessa nella parte superiore, particolarmente attenta alla moda che, per quest’anno, impone filamenti flessibili a forma di frangia.
A seconda se dotate di velo, noi meduse veniamo apostrofate “idro” o “scifo”. Non vi assalga alcun dubbio. Da vera femmina, io il velo ce l’ho e lo porto con brio. Come una vera Betty Boop degli idrozoi, una Sofia delle idromeduse, apoteosi della femminilità marina, un po’ impettita, incuriosita e vogliosa di scoprire la terra che mi è quasi omonima, viaggio sospesa verso le Pelagie e, solleticata da una benevola e tiepida corrente, dalla costa tunisina percorro la piattaforma africana fino al 35° parallelo e, a passo di danza, dopo lo scoglio di Lampione, sono a Lampedusa, pezzo d’Africa al centro del Mediterraneo, nell’isola più a sud d’Europa.
Miglia e miglia di fondali tra i 50 e gli 80 metri che proseguono bassi fino a formare, nei pressi dell’isola di Lampedusa, i famosi “banchi”, veri vivai naturali del Mediterraneo, ideali per la riproduzione dei pesci. Mi si presentano uno scenario mozzafiato e una fauna assolutamente unica, per certi aspetti tropicale, variopinta e rigogliosa, tra coralli e rose di mare, habitat di aragoste, saraghi, orate, sgombri, ma anche dei più rari pesci-pappagallo, dei pesci-balestra e delle pregiatissime spugne.
Non credo ai miei occhi seppure esperti di paradisi marini: il mare salatissimo si fa ad un tratto di colori inaspettati, nemmeno mai visti dalle mie oceaniche colleghe degli atolli più lontani. L’argento e la perla screziano un impalpabile soffio di turchese proprio tra la costa e l’Isola dei Conigli, là dove le tartarughe “Caretta-Caretta” nidificano all’inizio dell’estate depositando centinaia di uova che schiuderanno dopo due mesi dando vita ad un vento straordinario che si ripete da millenni. Inciampo in una cupoletta di rete metallica deposta dai volontari del WWF per proteggere le uova.
L’eleganza della forma e dei colori della costa fa da cornice e mi pizzica l’anima. Decido di inaugurare le mie lezioni di tango argentino slegando i filamenti in ritmati passettini, accavallamenti e osando rapidi voltafaccia alla Cortès tra saraghi, cefali, salpe, ricci e ricciole. Tale trambusto si arresta improvvisamente di fronte all’atmosfera mistica della Madonna del mare realizzata per conto del fotosub Roberto Merlo e incorniciata, a una decina di metri di profondità, da un arco naturale. Immobile e inquietante evoca l’assenza del tempo e dello spazio che ogni preghiera anela. Mi commuovo e immagino un drappello di archi spargere tra le onde le note soavi di una Ave Maria di Gounod. Intanto, mi imbatto nelle ginocchia di tre o quattro cristiani che a breve malediranno il nostro incontro.
Di notte salgo nuovamente dal fondo alla superficie per nutrirmi di plancton e un colpo di vento mi sospinge verso est fino al Capo Ponente, frequentato da enormi e innocui “trigoni”, e, più in là, Punta Parise che assicura il ridosso dai venti di scirocco. A levante della Punta Sacramento ecco il bellissimo scoglio Faraglione che emerge dalle acque blu cobalto. Percorro le grotte e i sifoni di Punta Taccio Vecchio e Punta Alaimo, pizzicata da gamberi e aragoste. Navigando verso ovest, approdo a Cala Creta con i suoi fondali di sabbia bianchissima.
Sul versante est, doppio Capo Grecale, sovrastato dal suo bianco faro, e Punta Sottile, aguzza come la punta di una matita che scompare sott’acqua in una zona irta di punte taglienti, mentre una grotta naturale, inaccessibile da terra, completa la fantastica galleria di miracoli marini.
Da una cicala di mare ricevo informazioni sulla “temibilissima” Secca del Levante, enorme bassofondo roccioso dieci miglia a sud-est di Lampedusa. Decido di andarci. E’ difficile anche per una navigata medusa come me descrivere questo villaggio di cernie. Dalle centinaia di usci pigiati nelle spaccature della secca si affacciano grosse “cernie a candela” come matrone rionali a godersi l’escursione termica tra il tepore della tana e il refrigerio della corrente marina.
Il mio cicerone marino (la cicala di mare) mi informa della leggenda dello squalo bianco che per la sua mole nemmeno insegue le prede limitandosi ad aspirarle nella sua bocca piena di denti. Tanto basta per un vivace passo di danza che mi sospinga lontano. E sono già nel porto, al sicuro, verso le sabbie dorate di Cala Guitgia, Cala Salina e Cala Palma.
Più in là, ancora sabbia e altri lidi.

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