La mitica Malibù del cinema italiano

– di Patrizia Carrano

Negli anni Settanta, sull’estremo lembo settentrionale della spiaggia di Fregene, sorsero le ville di registi e attori, un vero e proprio villaggio che radunò i protagonisti più schizzinosi ed elitari di Cinecittà. Il primo a scegliere quel luogo fu lo sceneggiatore Solinas. Poi arrivarono Rosi, Volontè, Pontecorvo, Florida Bolkan, Nanni Loy, Scola, Citto Maselli. La villetta appartata di Fellini e la disavventura di lina Wertmüller.
Col tempo tutto si è dissolto ed è rimasta solo la casa di Ettore Scola.

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200805-12-3mCon un pizzico di bonaria ironia Mastroianni chiamava quel tratto di spiaggia “la Malibù dei poveri”. A Malibù i registi di Hollywood avevano ville miliardarie costruite sull’arenile. Più modestamente, negli anni Settanta, un gruppo di cineasti italiani aveva fatto base nell’estremo lembo nord della spiaggia romana di Fregene: al Villaggio dei pescatori” trovavi gente come Francesco Rosi, Gian Maria Volontè, Gillo Pontecorvo, Franco Solinas, Florinda Bolkan, Nanni Loy, Ettore Scola e Lina Wertmuller.
Tutti egualmente incantati dall’idea di aprire le finestre di casa e di affacciarsi sul mare. Di addormentarsi sentendo il rumore della risacca. Di condurre una vita “altra” rispetto a quella del milieu cinematografico romano più superficiale e mondano. Senza night, senza pattini, senza bar, senza bibitari, boutiques, parrucchieri, senza neppure un negozio di alimentari, il “Villaggio” piaceva al cinema più “engagé”, più schizzinoso, più elitario.

Solinas, sceneggiatore maddalenino geniale ma ruvido, era stato il primo a decidere di vivere là tutto l’anno. Senza mare, per lui la vita non era vita. In obbedienza a questa regola, aveva comperato una casa con un singolare tetto da baita montana, in cui aveva fatto ritagliare una enorme vetrata. In quella grande stanza, che era la sua camera da letto e anche il suo studio, troneggiava un lungo tavolo da lavoro dove si erano seduti, fra gli altri, il regista Costa Gavras, e l’attore Marlon Brando, che Gillo Pontecorvo aveva voluto protagonista di Queimada. Del resto, la vicenda professionale di Solinas e del suo “vicino di casa” Gillo si era incrociata già anni prima, quando Pontecorvo aveva portato sullo schermo il romanzo di Franco, Squarci. Queimada non era che una nuova tappa.
La casa di Solinas era all’inizio del “Villaggio”, che si dipanava per circa tre chilometri. Quella di Volontè in fondo. Fra queste due parentesi, fra queste due simboliche pietre miliari, era possibile trovare tutti gli altri.

Scola, che negli anni del suo massimo fulgore professionale, quando Cannes già lo chiamava maestro, si era comperato una simpatica baracchetta che la diceva lunga sulla sua idea del “ben figurare”. Rosi, che aveva acquistato la casa gemella a quella di Solinas (per lui niente vetrata, però: a sua moglie Giancarla l’unica signora davvero mondana del luogo – del mare importava poco e quando non faceva le tre di notte a giocare a carte con i suoi ospiti, fra cui Antonello Trombadori, invitava da lei esponenti della “intellighenzia” internazionale. Un nome fra tanti? Gabriel Garcia Marques, da cui Rosi ottenne poi i diritti di riduzione cinematografica di Cronaca di una morte annunciata.
Nanni Loy aveva preso una piccola casa accanto alla rimessa delle barche, costruita da un bravo muratore che ci aveva vissuto per una decina d’anni, e che – per risparmiare – aveva usato materiali avanzati: così la doccia aveva le mattonelle bianche rimaste dai nuovi bagni di Volontè, la cucina i cotti residui della cucina di Solinas, e via continuando. Loy, cagliaritano. Solinas, maddalenino.

Al dunque diversissimi. Ma anche, e inderogabilmente, sardi tutti e due. E dunque uniti da un legame tutto particolare: tacito, inespresso, in fondo indecifrabile. Da isolani. Un filo che li annodava anche a Volontè, che pure isolano non era. Ma che, non a caso, alla sua morte ha chiesto di essere sepolto a Maddalena.
Anche Volontè passava quasi tutto il suo tempo libero al “Villaggio”. Oppure in barca. Io che l’ho conosciuto molto bene, credo che Gian Maria sia arrivato alla barca per un estremo bisogno di solitudine, di riservatezza. Per quel suo essere schivo fin quasi alla scortesia. Il suo era stato un lungo, tortuoso percorso (Volontè nasceva piemontese e aveva con il mare quel rapporto cercato, fantasticato e affascinato descritto tanto bene da Paolo Conte nella sua indimenticabile canzone Genova per noi), un rapporto che l’avrebbe poi condotto nei porti dimenticati, lontani dalle rotte estive, gli unici in cui Volontè si sentiva davvero a casa sua.

Al “Villaggio dei pescatori” (ma l’unico pescatore di cui si aveva memoria era il vecchio Mastino, un sardo approdato là assieme alla moglie e agli otto figli negli anni Cinquanta, che aveva cominciato a cucinare il pesce tirato su con il gozzo, fondando così un ristorante e poi uno stabilimento divenuti famosissimi) comparivano signore come Cristina Ford Vettori, intellettuali come Louis Malle. Al villaggio hanno abitato Margarethe von Trotta, il regista Citto Maselli. Nella casa di Anna Maria Tatò, compagna dei suoi ultimi anni, ha soggiornato a lungo Marcello Mastroianni. Divertito all’idea di stare in una nostrana e spelacchiata Malibù, l’attore più amato e conosciuto dal pubblico internazionale si affacciava malvolentieri fuori dal piccolo recinto sabbioso schermato dalle pagliarelle.

Però origliava curioso il frastuono domenicale dei “fagottari” che approdavano alla spiaggia libera con ombrelloni, tranci di pizza, panini con la cotoletta panata, pupi e nonnette. Mastroianni, l’attore lieve, gentile, ironicamente melanconico, era e restava un inguaribile romano, e rideva con complicità quando sentiva grida del tipo “‘a Nando, portame le ciabatte che la sabbia brucia”. Un chilometro più a sud, dietro l’ultimo avamposto della normalità – un centro commerciale dove tutti andavano a fare la spesa – c’era la casa di Fellini. Una villetta tradizionale, al centro di un giardino con piante ad alto fusto (“mi sembra di vivere in un carciofo” spiegava Federico ai pochi amici che lui e Giulietta ammettevano in casa: Marcello, il montatore Cattozzo, Diogenes, l’editore svizzero che per primo pubblicava i suoi testi). La casa di Federico e Giulietta somigliava alla villetta di un medico riminese: moquette, qualche mobile antico, divani bianchi, un po’ di argenteria. Benché vicini, il “Villaggio” e quella villetta erano separati da una distanza siderale, cosmica: come lo scrittore inglese Ian Mac Ewan, Fellini aveva bisogno di normalità e di anonimato, per immaginare il suo cinema. Al “Villaggio”, invece, si guardava molto all’inquietudine della gauche, ai paesi dell’America Latina, al mito della rivoluzione permanente.

La prima crepa, il primo segno di cedimento di quella che sarebbe poi divenuta una diaspora inarrestabile, fu quando Rosi vendette. Comperò la Wertmüller, che due o tre stagioni dopo, aprendo le finestre che davano sul mare, si trovò davanti una baracca abusiva sorta in una notte. Lei, che aveva una delle abitazioni di “prima fila” (al “Villaggio” si fingeva democraticamente di essere tutti eguali, ma al dunque c’era una gerarchia ben precisa, che riguardava non soltanto la grandezza delle case, ma anche il successo, di critica e di pubblico, dei film scritti o diretti dai suoi abitanti) fu retrocessa in serie B, senza che potesse far nulla. Già, perché tutte quelle case del “Villaggio”, essendo costruite su terreno demaniale, erano abusive.
Con un marchingegno tutto italiano, il demanio chiedeva ogni anno una cifra, senza specificare se era un canone di affitto o una mora. Poiché nel “Villaggio” era stata costruita anche una chiesa, tutti pagavano con tranquillità, certi che nessuno li avrebbe mai costretti ad abbattere quelle case che il demanio chiamava “manufatti”. Sicché quando la Wertmüller si trovò un “manufatto” davanti a casa, non riuscendo a farlo abbattere decise di vendere. Poi giunse la morte repentina e dolorosa di Solinas. La fuga di Volontè, che in quel posto non sapeva più vedersi.

Altri pian piano se ne andarono: come poi sarebbe successo a Capalbio, più il “Villaggio” finiva sui giornali, più arrivavano starlette e personaggini tv, più quel posto smise di somigliare a se stesso.
Chi ancora ha conservato la casa (per esempio Scola) racconta che certi lunedì di giugno, quando si esce la mattina presto a camminare sulla spiaggia, guardando le tracce lasciate dagli uccelli marini sulla battigia e cercando telline, il “Villaggio” sembra ancora lo stesso. Un miraggio, un’ipotesi, un’illusione. Una illusione: poiché il vento del tempo ha fatto il suo giro e quel luogo sembra che ci sia. Senza esserci.

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