La penna, mille pagine, il sigaro, la spider

– di Roberto Gianani

Una vita da inviato, una lunga storia di cronache e di reportages: il calcio, la tragedia del Vajont, le Olimpiadi, le nuotate con Jaqueline Kennedy a Conca dei Marini.

La passione per zeppole e zuppa di soffritto e quel “caratterino” che sa di spremuta di limone con dentro tanto zucchero.

200404-11-1mSo che farai fatica a perdonarmi. So che per i tuoi settant’anni non volevi né feste, né notizie, né bandierine “Viva Mimmo”, né palloncini “Carratelli è grande”, né t-shirt con la tua fotografia.
Schivo e “irlandese”, come ti chiama Antonio Ghirelli, da vecchio lupo di mare ti sei rifugiato a Venezia a cercare la cima per srotolare i tuoi anni. La laguna, le calli, un albergo di riccioli e fiori affacciato sul canale, un giro di roulette, le passeggiate, l’antico amore.
Da vecchio amico non potevo non rendere omaggio al tuo compleanno perché il tuo cuore di giornalista non è un monolocale ma un superattico con finestre larghe e balconi aperti al sole. Davanti il mare di Posillipo, dentro casa uno spazio pieno di libri, affollato di appunti, ricordi, ritagli di giornali, la fotografia di papà Orazio, anche lui giornalista. Le canzoni di Eduardo De Crescenzo, le telefonate di zia Anita, il notes a quadretti dedicato agli amici. Tre nomi in testa a tutti: Mino Jouakim, penna sincera, barba da marinaio, cuore di cioccolato. Armando Borriello, esperto di politica estera e fratellino affettuoso. Tullio Pironti, boxeur tenero, editore tenace. Pochi mobili e un vecchio portapenne d’argento pieno d’inchiostro color seppia pronto per le parole e i suoni di una nuova storia. Inchiostro che riempie gli spazi incantati dei tuoi fogli. Pagine scritte in punta di penna con dentro sempre un pizzico di peperoncino calabrese, quello che fa bene ai battiti del cuore di chi legge.
So che volevi solo una cena a lume di candela, un whisky, un sigaro, la tua penna e una risma di cartelle da riempire.
Parole mai uguali che si rincorrono, si inseguono, si amano, raccontano, si stringono, si abbracciano, si inteneriscono, si addolciscono, graffiano, si inaspriscono.
Si incazzano, sorridono, dondolano nel tempo, raccontano. Sì, raccontano. La storia, lo sport, il sociale, la politica, la cultura, il sogno, l’aquilone, la realtà, l’isola che è dentro di noi.
Il tuo universo naturale non è solo il calcio, è il mestiere tout-court del giornalista. Un mestiere che ti ha condotto in giro per il mondo. Gli occhi assetati dell’inviato che vede le cose che sfuggono agli altri e non le riempie di virgole ma di fatti, memorie, sentimenti che raccontano l’onda che va e viene, che allarga il cuore o lo fa annegare.
Settanta candeline, nemmeno il tuo nuovo computer le sa contare. So che non ti sembrano vere, che ti ribelli e non le vuoi festeggiare.
Io ti vedo così giovane nei tuoi capelli bianchi, così diverso nelle tue ironie, così unico nel tuo non essere mai banale, così guerriero nella tua dignità. Dobbiamo festeggiare.
Tornerà il tuo treno da Venezia, ce ne andiamo da Salvatore Liguori. La tua trattoria di pasta e lenticchie, il brodo di carne del sabato con gli spaghetti spezzati e carote e manzo bollito. Il ragù della domenica. Pochi tavoli e un fiasco di vino buono, un peccato fisso alla settimana: la zuppa di soffritto. Padelloni di alluminio vecchi come i nonni, bicchieri di vetro come una volta ma fuori Napoli non è più quella di una volta. Via Piedigrotta è la strada qualunque di una città qualunque.
Tu non sei un giornalista qualunque, la tua storia di inviato è lunga cinquant’anni ed ha attraversato tutti i sentieri della vita.
I tempi di Milano in Via Solferino alla Gazzetta Illustrata di Gino Palumbo. Le notti bianche a Bologna. Tagliatelle, castrato e lambrusco “al Bitone” e cartelle e cartelle. Prima al Corriere dello Sport Stadio con Giorgio Tosatti direttore e poi al Guerin Sportivo come secondo di Italo Cucci.
Due Olimpiadi, un Campionato del Mondo di calcio e tante finali di Coppa dei Campioni ma, come già detto, nella tua vita di giornalista non tutto è stato sport.
Nell’estate del ’62, da Ravello, racconti di Jaqueline Kennedy, delle sue espadrillas di corda, della gonna a fiori, degli occhialoni neri, delle notti di canti e balli all’Africana, dei tuffi della first lady a Conca dei Marini e tu, unico inviato fra tanti, che riesci a nuotare con lei prima che le guardie del corpo ti intimassero minacciose di sparire.
Pagine intense come quelle di un anno dopo, quando racconti la visita di John Kennedy all’Accademia Aeronautica di Pozzuoli. La Cadillac nera scoperta, il presidente bello, affascinante, lentigginoso, applaudito dai napoletani come un re. “Era la mia parte giovane, aveva carisma, non aveva la pancia. Finalmente un capo di stato che non era un monumento. Uno sportivo e il fatto che gli piacessero le donne non mi di-spiaceva”.
Poi storie di dolore come quel 9 ottobre del ’63, la strage del Vajont. Longarone che non c’era più, milleottocento morti. Cadaveri e fango e paesi come il letto di un fiume di lutti. E ancora dolore nelle pagine da Monaco di quel martedì cinque settembre del 1972. Olimpiadi di sangue, l’inferno all’aeroporto di Furstenfeldbruck, i fedayn, gli ostaggi, i cecchini, i morti.
Cronache come assoli di un sassofono quando le note sono melodiose e la musica ti scende dentro il cuore. Musica di treni, fischi di locomotori, finestrini aperti su nuove avventure portate in giro nelle tasche dei pantaloni tra un gol di Sivori e una canzone di Ugo Calise.
Stazioni grandi come quella di Parigi, spugna di gente, valigie, colori, odori e umanità diverse. O piccole come quella di Vietri sul Mare, una briciola per passerotti e anime sole. C’era il piombo nei giornali. Il computer era solo un vocabolo americano. Il proto era uno “stregone” che quasi tutte le sere, intorno alla mezzanotte, prima della chiusura tirava fuori l’ultima magia. Ora non c’è piombo, non c’è più la vecchia passione e il mestiere più bello del mondo ha perso molti sorrisi. Le Olivetti sono ballerine con le gambe stanche, nessun polpastrello le accarezza più. Il fuorisacco è una busta senza destinazione. Il proto è un distinto signore in camice bianco esperto in elettronica che, invece di dialogare con i giornalisti, parla con un computer.
I direttori erano maestri che ormai non si incontrano più. Giornalisti ricchi di latte nero e di leggende, uomini che avevano sempre bisogno di un whisky e di una storia da raccontare. Era questo il giornale, un mondo di egoisti fottuti pronti a scannarsi per una notizia e a dividersi la vita di fronte ad un gateau di patate.
Oggi, al posto del per si scrive X e invece di caro si dice dear. E allora dear Mimmo, io che sono nato a Napoli e non a Brooklyn ti dico: fottitene di questi settant’anni. Stappa una bottiglia alla salute di tutti i lettori che ti hanno amato, dei direttori che ti hanno apprezzato e anche di quelli che non ti hanno capito.
Settanta candeline, bianche come i tuoi capelli, bianche come le pagine che la tua scrittura riempie di vita come veli di sposa. Che ti frega dell’anagrafe se il cuore dà colpi di remo e, sotto, l’acqua disegna mulinelli bianchi di schiuma, se gli occhi rimangono curiosi, se il tuo mezzo toscano colora una nuvola d’azzurro, se il gallo canta ed è ancora primavera. Se le gambe pedalano e la tua penna ancora graffia e uncina un’alba o un orizzonte.
Sì, tu sei ancora un uncino. Sotto le unghie resta la carne della verità, quella di radici antiche. Quando il mare era mare e a Mergellina una frittura d’alici dorava una serata d’estate per poveri e ricchi. Quando il vino bianco di Ravello scendeva e scendeva e, a notte alta, la luna ti accompagnava sotto le lenzuola.
Il tuo era “Il Roma” di direttori come Alfredo Signoretti, Alberto Giovannini, Piero Buscaroli. “Il Mattino”, di quando eri caporedattore, la voce più autorevole di Napoli.
Che ti importa Mimmo se oggi ci sono le veline, se Luis Vinicio non allena più il Napoli, se Maradona ha sciupato gli ultimi sogni della città, se Bassolino ha smesso di fumare e, come Sansone, ha perso credibilità e senso della misura. Che ti importa Mimmo se Rosetta Russo Jervolino ha voce da cornacchia, ignora Napoli e sogna Bruxelles.
Settant’anni, la spider rossa taglia Napoli in due. Da una parte Bruno Pesaola, sigarette che diventano cicche e ci vorrebbe uno spillo per la felicità dell’ultimo tiro. Un dribbling, un tango, il poker e poi chiacchiere fra gente comune, lì dal barbiere Antonio di Piazza Caravaggio. Dall’altra parte la Napoli piagnona, lacrime e salotti di borghesi che sanno tutto e non sanno niente. Poco spendono, poco fanno. Gente slabbrata e dalle crepe, si sa, non nascono i fiori.
La spider ha la cappottina spalancata nel vento. Mimmo è quello di sempre, un carnevale di lentiggini e un ciuffo di luna. Una spremuta di limone con sette cucchiaini di zucchero, perché sette porta bene e la linea del numero parla di un signore diritto e elegante.
Accelera Mimmo, che musica il tuo motore, che rossa questa carrozzeria nel cielo azzurro di Napoli. Che sgommate, quante salite, poche discese, pochissime frenate.
Accelera Mimmo, la tua penna ci fa compagnia, ali d’aquila e becco di gabbiano. Chi vuoi che ti raggiunga? Dacci la schiena e vola. Poggiati per riposare sulla ringhiera di Via Orazio e goditi il Mar Tirreno. Poi veleggia lungo l’Adriatico, abbraccia il tuo amore, stringi la mano di tuo figlio Roberto, preparati una cravatta per accompagnare all’altare tua figlia Lula e Gigi, l’avvocato penalista.
Settant’anni, dai gas, dai gas. Il whisky apre le coronarie. Quel mezzo toscano ha il sapore complice dell’amico sincero e crea nei polmoni quell’aria pulita che ti accompagnerà ancora e ancora. Settant’anni, il tempo morde la gola ma il tuo tempo ha ancora tempo, ha molto tempo. La tua penna ha tempo.
A Napoli, e forse nel mondo, i giornalisti non si divertono più ma le tue pagine sono ancora piene di sorrisi.
E allora riempi altre mille cartelle sorridenti, graffia, racconta e bevici su. L’equipaggio dei lettori è con te. Alziamo i calici; cin-cin con una spremuta al limone e una di quelle zeppole del bar Vittoria che ti piacciono tanto.
Buon compleanno Mimmo.

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