La più bella storia d’amore vissuta all’hotel Bellevue

– di Giuseppe Aprea

Nel suggestivo albergo affacciato sulla Marina Grande di Capri, l’incontro del nobile russo Michele Ogranovitsch e Laura, la seconda delle cinque figlie di Giuseppe Petagna, proprietario dell’hotel. Il forestiero, figlio di un barone di Mosca, dipingeva incantato dai colori e dalla luce di Capri. Tra le sue opere, un quadro di irresistibile fascino, quasi vivente, della folla che scendeva dal barcone proveniente da Sorrento. Il “no” al matrimonio giunto per lettera dalla Russia e lo sposalizio nella chiesa di San Costanzo allietato dalla nascita di due figli.

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200608-13-2mDon Giuseppe aveva fatto del suo meglio, ma alla fine aveva dovuto dare ragione a Gelsomina, la sua adorata consorte. “Peppì – gli aveva detto la moglie appena era nata Angela, l’ultima delle loro cinque figlie femmine – se il Padreterno non ha voluto che avessimo un figlio maschio una ragione ci deve pur essere…”.
Don Peppino, là per là, questa ragione non era stato capace di trovarla. Ma in seguito, vedendole crescere e diventar donne, quelle sue cinque creature, si era lentamente ricreduto. Convincendosi presto che se la famiglia Petagna non avrebbe avuto un erede maschio, era pur vero che Matilde, Lauretta, Maria, Elisa e anche Angela, la più giovane, il mestiere di albergatore sembravano averlo nel sangue. Così come i loro antenati sorrentini venuti a Capri nell’Ottocento. E così confortato, si era gettato a capofitto nell’ammodernamento del suo Hotel Bellevue, affacciato sulla spiaggia della Marina Grande di Capri.
Il Bellevue era veramente un bell’alberghetto. Le stanze profumavano di sole e di alghe di mare. La cucina, come amava dire donna Gelsomina ai suoi commensali, era tutta “amore e sentimento” e sfornava, oltre che i ravioli capresi caciotta e maggiorana, anche piatti francesi e tedeschi. Nel salone di lettura, dove il buon Giuseppe aveva raccolto un po’ di libri di vario argomento, un bel pianoforte era a disposizione di ogni mano che volesse suonarlo. Così non era affatto raro che nuovi clienti si affacciassero in portineria attratti anche dalla musica, oltre che dal fascino del luogo. E non era in definitiva da considerarsi un caso se l’albergo nella sua denominazione completa si chiamasse, fin dal 1899, Hôtel Bellevue & Drei Könige – nome un po’ francese e un po’ tedesco – che in italiano suonava più semplicemente “Albergo Belvedere e Tre Re”. Di due di quei sovrani del passato si conoscevano anche i nomi: Oscar II e Gustavo V, entrambi svedesi. Quanto al terzo regnante, se qualcuno ne avesse chiesto notizia all’albergatore, si sarebbe sentito rispondere che era lui, Peppino Petagna, l’altro re del Belvedere. “Quale regnante della terra può dirsi più fortunato di me, signor mio, in mezzo ad una corte tutta di donne?”.
Chissà, forse fu proprio il suono del pianoforte del salone ad attrarre l’attenzione di Michele Ogranovitsch, un giovane viaggiatore russo appena sbarcato sull’isola, ed a convincerlo che quell’albergo in riva al mare faceva proprio al caso suo. Era un nobile, Michele, figlio di un famoso medico di Pietroburgo (appunto il barone Ogranovitsch) e della sua signora, neanche a dirlo pianista di grande talento. A ventiquattro anni – si era nel 1902 – dopo essere diventato maestro di disegno alla scuola del barone Stiglitz, visitava l’Europa per compiere il suo apprendistato di pittore. Il lungo, dolce vagabondare attraverso i luoghi del bello e dell’arte lo aveva condotto infine in Italia: a Venezia, a Firenze, nella Roma degli inizi del secolo. Da Napoli si era poi recato a Portici, prendendo alloggio in una stanza del Palazzo Reale, come del resto si conveniva al figlio di un barone. Lì qualcuno lo aveva consigliato di visitare Capri. Dove tanti grandi maestri della pittura avevano dipinto.
Ebbene, se era la bellezza il pane di cui desiderava nutrirsi, il giovane Michele ne trovò nell’isola ben oltre i suoi sogni più rosei. Per lunghi giorni gli fu persino sufficiente affacciarsi al terrazzo dell’albergo per raccoglierne a piene mani. Davanti ai suoi occhi increduli prese a scorrere subito uno straordinario caleidoscopio di luci, con l’azzurro del mare e del cielo a farla da padroni. E dentro quello, allo stesso modo dei personaggi di un quadro che improvvisamente prendessero vita, c’erano uomini, semplici, umili uomini dell’isola, illuminati, bagnati, anzi, di quella stessa luce. Seduti in terra qua e là, lungo la stretta marina, i calzoni raccorciati e i piedi nudi, intenti a ricucire le reti con lunghi aghi di legno.
O sulla spiaggia, stretti in lunghe file per tirare in secca barche dalle alte prue, le gambe immerse fino alla caviglia nei piccoli ciottoli bianchi.
E poi le donne. Michele non ricordava di averne mai visto di più belle. E non riusciva a spiegarsi se fossero i capelli corvini e lucenti, che portavano raccolti sulla nuca fermati da spilloni d’argento o da pettinicchie di corno, o quella loro carnagione così liscia e bruna ad affascinarlo di più. Vestivano lunghe gonne di tessuto grezzo a tinta scura e, quando non erano scalze, portavano ai piedi piccoli zoccoli di legno. Eppure si muovevano con una grazia innata, quelle donne, le rosse frange di corallo ad accarezzare il petto prosperoso, persino quando trasportavano sulla testa, da un capo all’altro dell’isola, i pesanti orci dell’acqua. O le vedevi sedute sulla soglia di casa a filar seta o a cardare lana, con gesti che sapevano d’antico e di leggiadro, mentre i bambini, poco lontano, erano intenti ai loro semplici giochi.
Ma c’era un momento, un preciso momento che il giovane Ogranovitsch imparò ad amare di più. Era quello in cui, al tramonto, il barcone di Sorrento, appena ormeggiato, affollava il piccolo porto del suo carico promiscuo di uomini e cose e cominciava il duro lavoro di trasporto dei bagagli e delle merci. Quella fu una delle scene che scelse di dipingere per prima, in un grande quadro che alla fine amò tanto da non volersene privare, neanche nei momenti tristi che il futuro gli avrebbe riservato. Mai infatti gli era accaduto di lavorare con una tale ispirazione. Dopo molti giorni davanti al cavalletto, la scena di quel caotico sbarco, in cui gli uomini e le barche alberate sembrano fusi insieme dall’ultima luce del giorno, fu davanti ai suoi occhi. Intensa, vibrante. Persino rumorosa, per chi sa ascoltare col cuore. Viaggiatori in abiti grigi cittadini, donne ferme in crocicchio a chiacchierare, o appena sbarcate, che si guardano intorno, incerte. Qua e là, sul piccolo molo, ceste, casse, sacchi: frutta, ortaggi, farina forse.
Passate di mano in mano e infine ammassate in un angolo, con altre donne che vi si chinano sopra, curiose. Ma l’attenzione di tutti è ai “forestieri” che arrivano e che si avviano alle carrozze, giù in fondo, più lontano dalle grandi barche tirate a riva, dove si intravede la luce ospitale di una piccola locanda. Sembra di udire il vocìo di quella marina. Voci di uomini e risacca di mare.
Ma, tornando al nostro giovane pittore, occorre dire che c’era un’altra bellezza ad inquietarlo, da un po’ di tempo. Era quella di Laura, la dolce figlia di don Giuseppe Petagna, l’albergatore. Lei era la donna che il destino gli aveva riservato: l’aveva capito subito, dal primo incontro.
Dal suo sguardo. Da quel lieve arrossire che aveva intravisto sulle sue gote, e avvertito – con un po’ di imbarazzo – sulle sue.
Donna Gelsomina, da donna matura e da esperta locandiera qual’era, aveva capito presto che tra quei due, che trovavano qualsiasi scusa per appartarsi sempre più spesso, Cupido aveva messo qualcosa di suo. E quando Laura, una sera, le raccontò di Michele, e del suo amore, non se ne sorprese più di tanto. “Peppì, ma ci pensi? – sussurrò in un orecchio del marito quella stessa sera, appena furono soli e distesi comodamente sotto le coperte – si è innamorata di quel pittore, il figlio di quel barone! E anche lui la ama, e vuole sposarla! Ti rendi conto? E’ una fortuna quella che ci è capitata! Nostra figlia…, un artista…, un nobile…!”. Don Giuseppe, colpito a tradimento alle soglie del sonno e investito da quell’improvviso temporale di parole e di esclamativi, non ebbe il tempo per una sia pur minima reazione. Balbettò qualche timido “ma” e qualche tiepido “forse”.
Ma si era accorto già da tempo che nella sua reggia era la corte di donne a comandare, non il re. E si rassegnò.
Convinto che fu papà Giuseppe, restava solo da aspettare dalla Russia la risposta alla lettera con la quale Michele aveva informato i genitori del suo proposito. Ma quella lettera, quando infine arrivò, ebbe l’effetto di un colpo di cannone. Anzi di mitraglia, perché gettò nello sconcerto tutti i protagonisti della nostra storia, ivi comprese, naturalmente, Matilde, Maria, Elisa ed Angela, le sorelle della Laura promessa sposa.
Mai! Mai e poi mai un Ogranovitsch avrebbe sposato la figlia di un locandiere!
Quel foglio di carta pregiata, con in alto lo stemma della casata, scottava tra le mani come un tizzone ardente. Era il ruggito di belva ferita, un lungo urlo, rabbioso e indignato. Leggendo, sembrava di vederlo in tutta la sua furia, il barone, seduto alla scrivania con la penna in mano, la moglie pianista in piedi accanto a lui, disperata e piangente. Mai! Piuttosto l’avrebbero diseredato, quel loro figliolo ingrato e degenere! E finanche disconosciuto, se avesse ancora insistito in quel folle, disonorevole proposito!
La lettera del barone ebbe due conseguenze, forse da lui stesso neppure immaginate. Questo in quanto il giovane Michele, smaltita la prima delusione, comprese alcune cose. Tutte importanti, tutte decisive per la sua vita. La prima era che lui era un Ogranovitsch, come i genitori gli avevano così aspramente ricordato nella lettera. E la seconda era che nessuno, se non lo zar, può costringere un Ogranovitsch al proprio volere. Ergo – aveva concluso – se Laura era la donna che lui aveva scelto per compagna, nessuno aveva il diritto di veto sulla sua parola di gentiluomo.
Parola che tra l’altro aveva già dato a don Giuseppe. Che se non era di stirpe nobile, nobile era nell’animo. Avvenne così che il 17 maggio del 1903, ancor prima di compiere i fatidici venticinque anni della sua maggiore età, Michele Ogranovitsch, di professione pittore, portasse all’altare nella chiesa di San Costanzo della Marina Grande, Laura Petagna, la bella figlia di don Giuseppe e donna Gelsomina.
Il racconto dei lunghi anni che seguirono è troppo lungo per racchiuderlo qui, in poche righe. È scritto sulle mura dell’albergo, appeso alle pareti insieme ai magnifici quadri di Michele, che da Capri non andò più via. Dipinse e dipinse, senza stancarsi, quei paesaggi e quella gente che lo avevano ammaliato. E poi dipinse ancora – scene, sfondi e costumi – quando la guerra portò la miseria e solo il San Carlo, come il “suo” Bolscioi, rimasero a ricordare agli uomini di Napoli e all’Europa intera che solo l’arte era immortale. Lasciò Capri e il mondo nell’ottobre del 1945, quando l’isola era profumata di uva matura. E piena di soldati americani in vacanza premio.
In punto di morte volle accanto a sè i figli che la sua amata Laura gli aveva dato, Giuseppe e Gelsomina. “La Grande Madre Russia è anche la vostra. Imparate a conoscerla e ad amarla come la terra in cui siete nati.”, disse loro come ultima cosa.

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