La presa di Capri in due settimane

– di Mimmo Carratelli

4 ottobre 1808.
Gli inglesi sorpresi dal piano di sbarco dei francesi che, fingendo di puntare alla Marina Grande e alla Marina Piccola, scalarono una scarpata anacaprese a strapiombo sul mare e dalla città di sopra cominciarono la conquista dell’isola.
Una grande flotta nel golfo di Napoli, ma le poche navi inglesi arrivarono in ritardo per dar man forte agli assediati.
La guarnigione del comandante Hudson Lowe verso la resa.
16 ottobre: la capitolazione.
I protagonisti degli scontri e le battaglie.
Gioacchino Murat seguì gli ultimi giorni dei combattimenti da Punta Campanella.
La vittoria del generale Jean Maximilien Lamarque e il governatorato di Jean Thomas.
Il ruolo di Pietro Colletta.

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200808-14-3mQuant’era innamorato di Graziella, deliziosa ragazza caprese, il colonnello Hudson Lowe, nella maturità dei trentanove anni, irlandese guardingo, ma preso da quella forte passione sull’isola, e quanto era stanco delle guerre combattute in Italia, in Egitto e in Germania? Da cinque mesi era a Capri, comandante della guarnigione inglese che contava su due reggimenti di fanteria, il Royal Corsican Rangers e il Royal Malta, milleottocento uomini. Era sull’isola da quando, in maggio, i Royal Marines dell’am-miraglio Sidney Smith avevano occupato Capri, sloggiandone i francesi, perché Sua Maestà Britannica aveva voluto quell’avamposto a 18 miglia da Napoli contro i francesi stabilitisi nella città del golfo dopo averla espropriata ai Borbone che scapparono in Sicilia nell’altra metà del loro regno.

L’AMANTE DEL COLONNELLO
Ci stava bene a Capri il colonnello Lowe, e con Graziella ci stava anche meglio. Un po’ pigro, dopo avere conosciuto la ragazza caprese s’era impigliato nei progetti di Sua Maestà di predisporre, da Capri, le condizioni di una sommossa a Napoli contro i francesi.
Per la verità, venne giocato da qualche spia al soldo degli inglesi che passò dall’altra parte facendo il doppio gioco.
Ma l’abile ministro di polizia di Murat, Saliceti, un diavolo d’uomo, finì per servirsene passando agli inglesi false informazioni. Vivevano sull’isola quattromila capresi, tra la città di sotto e il borgo di sopra, contadini e pescatori, né filofrancesi né filoinglesi, tantomeno filoborbonici, ma semplicemente capresi che consideravano il soggiorno degli invasori un’eccellente occasione di commercio vendendo agli stranieri tutto quello che avevano da vendere.
Nessuno può dire se il colonnello Lowe, con la tipica focosità degli irlandesi, si stesse sollazzando con Graziella la notte del 3 ottobre (ma c’è da augurarglielo per la felicità dei suoi sensi) quando un legno di pescatori fece il giro dell’isola e, sulla barca, l’ufficiale del genio borbonico Pietro Colletta, passato ai francesi, scrutò approdi, marine e scogliere per farne un rapporto dettagliato al magnifico Gioacchino Murat, re di Napoli per volontà dell’Imperatore di Francia, il corso Napoleone Bonaparte, che era anche re d’Italia dopo avere debellato gli esercito austro-piemontesi. Gioacchino Murat, figlio di un albergatore, era un affascinante quarantenne, nato in un paesino francese del Midi-Pirenei, che aveva fatto una rapida carriera militare dopo essere scappato dal seminario consegnandosi alla gloria di Napoleone fino a sposarne la bellissima sorella Carolina. Issatosi a cognato dell’imperatore e incoronato re di Napoli, la conquista di Capri fu il suo primo progetto militare.
Lo solleticava l’orgoglio di riuscirci dopo che aveva fallito l’impresa il suo predecessore, nientemeno che Giuseppe Bonaparte, il fratello dell’imperatore che era stato re di Napoli per due anni, dirottato poi al regno di Spagna. Napoleone aveva un suo manuale Cencelli per piazzare parenti e fedelissimi in tutte le terre che conquistava. Al cognato Murat aveva affidato Napoli. Pietro Colletta aveva 33 anni ed era tenente generale di Murat che ascoltò il suo rapporto, e anche gli opportuni suggerimenti sullo sbarco, e predispose una flotta e molti uomini alla conquista di Capri. Dal canto loro, gli inglesi del colonnello Lowe si sentivano su un’isola inespugnabile e per questo l’avevano battezzata “una piccola Gibilterra”. Controllavano marine e approdi con cannoni e uomini e per il resto si sentivano protetti dalle altissime rocce a strapiombo sul mare.

LA FLOTTA FRANCESE
La notte del 4 ottobre sessanta navi, una fregata, una corvetta, ventisei cannoniere e dieci paranze armate mossero da Napoli, Pozzuoli, Castellammare di Stabia e Salerno, portando a bordo 1.958 uomini, con reparti speciali di volteggiatori, che erano bassi e agili, granatieri, specialisti nel lancio delle granate, e carabinieri, esperti nel tiro con la carabina. La truppa, di svariate provenienze, ce n’erano anche di colore arruolate con il Royal Africain, venne allegramente definita “una vera arca di Noè” dall’ufficiale di Stato maggiore francese Jean Thomas, trentottenne piacente già distintosi nell’assedio di Gaeta, cui fu affidata l’avanguardia del corpo di spedizione. Comandava la flotta, sulla fregata “Cerere”, il generale Jean Maximilien Lamarque, un trentottenne nato in Guascogna, bell’uomo, valoroso e risoluto con ampie benemerenze belliche. Sull’isola, gli inglesi ritenevano che Murat fosse esclusivamente impegnato nei festeggiamenti della sua ascesa al trono e dormivano sonni tranquilli. Quando le prime vedette dettero l’allarme, avvistando le navi davanti alla Marina Grande e alla Marina Piccola, cominciò il subbuglio. Il colonnello Lowe dispose un piano di difesa alla Marina Grande e lasciò la protezione di Anacapri al maggiore irlandese John Hamill. Nello stesso tempo, allertò i cinque forti dell’isola, quattro a Capri (difesa anche da una cinta di mura) e uno ad Anacapri. Non successe niente per tutta la notte e il mattino dopo. Questo aumentò la tensione degli inglesi. Dove sarebbero sbarcati i francesi? Nel primo pomeriggio del giorno 4, le cannoniere francesi del generale Pierre Montserrat cominciarono a sparare verso Tragara. Gli inglesi attesero lo sbarco per aprire il fuoco, ma le navi francesi continuarono a stare al largo sia della Marina Grande che della Marina Piccola. Alle due del pomeriggio scattò il piano segreto suggerito a Murat da Pietro Colletta. Dopo avere confuso il colonnello Lowe con la parata delle navi davanti alla Marina Grande e alla Marina Piccola, un gruppo di imbarcazioni si diresse verso la costa più alta di Anacapri. Erano le navi comandante dal generale François Destres, e in parte quelle del generale François Chavardes, sulle quali Jean Thomas era pronto a un audace sbarco con un primo pugno di uomini. Il punto fissato era la Cala di Limmo, tra Punta Carena e Punta del Pino, trenta metri di roccia da scalare. Jean Thomas partì con alcune scialuppe per la ricognizione del posto. Tornato a bordo, riferì che era pericoloso e non affidabile. Il comandante della spedizione Lamarque volle verificare di persona e raggiunse la cala su una scialuppa.
Dovette convenire che Thomas aveva ragione. Fece risalire le navi lungo la costa scrutandola con i cannocchiali e individuò un punto più favorevole di fronte al terrapieno di Orrico.
Decise che sarebbero sbarcati là contravvenendo agli ordini di Murat che aveva fissato lo sbarco a sorpresa alla Cala del Limmo.

SCARSA DIFESA AD ANACAPRI
Anacapri era debolmente difesa dagli inglesi che la ritenevano inaccessibile dal mare se non alle due marine dove avevano concentrato le difese. Avevano pochi cannoni e il capitano Richard Church, brillante ufficiale irlandese di 24 anni e ragazzo molto colto, responsabile della difesa di quella parte dell’isola, aveva allestito alla meglio delle fortificazioni con la scarsa collaborazione dal capitano del genio Charles Pasley che riteneva l’isola invulnerabile su quel versante. Il capitano Church si era così limitato a sbarrare con muri fortificati le cale della costa occidentale e, sotto il muro tra la Torre di Guardia e la batteria del Tombosiello, che contava su alcuni pezzi di artiglieria di corta gittata, aveva fatto realizzare un fossato con chiodi e un marchingegno di tavole che, una volta abbassate, avrebbero riversato una pioggia di pietre sugli invasori.
La difesa di Anacapri era affidata agli uomini del Royal Malta, molti dei quali vivevano sull’isola con mogli e figli, erano indisciplinati e con scarsa attitudine al combattimento benché li comandasse un duro come il maggiore John Hamill.
Alle due del pomeriggio di quel 4 ottobre (allons enfants de la patrie?), Jean Thomas e ottanta uomini affrontarono il terrapieno di Orrico alto una trentina di metri. Era una scarpata verticale sopra una serie di scogli a fior d’acqua, in cima una superficie spianata. A pochi metri di altezza, la scarpata presentava un incavo nella roccia. Gli invasori avevano con loro, per l’ascesa, le scale dei lampionai di Napoli. E una prima scala fu agganciata a quell’incavo, poi una seconda per andare più su. Nel gruppo d’assalto c’erano il comandante Lamarque e Pietro Colletta che ne ha lasciato questa testimonianza: “In un luogo alpestre del lito di Anacapri sbarcammo alcuni uffiziali, ed appoggiando alla rupe una scala di legno, ascesimo all’alto arrampicandoci per quei sassi per non breve cammino; indi, posta altra scala e salita, giungemmo a terreno alpestre e spazioso, naturalmente coronato di grandi pietre disposte in arco, ultimi e superabili impedimenti per poggiare al dosso dell’isola”.
Alè. Salirono su quel terrapieno altri 350 uomini acquattandosi tra la vegetazione e le rocce.
L’operazione di sbarco durò tre ore. Alle 17 di quel pomeriggio, i francesi issatisi sul terrapieno di Orrico furono 650. Lamarque decise di attendere la notte per attaccare i fucilieri inglesi. La sorpresa riusciva in pieno anche perché il maggiore John Hamill perse tempo. Se avesse ordinato ai suoi soldati di intervenire subito, avrebbe avuto ottime chances di ributtare a mare gli assalitori. Quando ci fu il contatto fra le truppe, i francesi erano già saldamente sul terrapieno. Per giunta, lo schieramento del Royal Malta, con due pezzi di artiglieria, risultò troppo arretrato rispetto alla costa. Le compagnie erano allineate sulle alture e le riserve erano nel paese di Anacapri. Il maggiore Hamill non aveva alcuna forza a presidio delle scogliere che gli inglesi avevano ritenuto inaccessibile.
Crepitarono i fucili. La luna illuminò il campo di battaglia favorendo l’attacco francese, sostenuto dai colpi delle cannoniere.
Gli inglesi del Royal Malta, sorpresi dallo sbarco e in difficoltà contro l’assalto dei fucilieri francesi, arretrarono. Ben presto gli invasori dilagarono verso Anacapri. Più di trecento inglesi furono fatti prigionieri: in pratica, il reggimento dei Royal Malta venne dissolto.

LA SCALA FENICIA
I francesi, giunti alla Porta di Capodimonte, bloccarono la Scala Fenicia, unica via di fuga degli inglesi verso Capri. Tutto avvenne rapidamente così che due compagnie dei Corsican Rangers, giunte dalla città di sotto a rinforzare la difesa dei reparti del maggiore Hamill, tornarono indietro senza neanche combattere. La situazione, ad Anacapri, era totalmente compromessa.
Negli scontri, il maggiore Hamill perse la vita, sorpreso con una esigua pattuglia in località Monticelli dai volteggiatori. Uno di loro gli intimò tre volte di arrendersi, il maggiore reagì brandendo la sciabola e cadde ucciso da un colpo di fucile.
Le truppe del capitano Church, trovando sbarrata dal nemico la Scala Fenicia, risalirono la montagna di Cetrella. Qui tentarono un’altra via di fuga per raggiungere Capri che gli fu indicata da un esperto rocciatore dell’isola: era il sentiero del valico del Passetiello.
Un distaccamento del Royal Malta rimase a Cetrella, il capitano Church con i Corsican Rangers affrontò l’ardita discesa per Capri. Cetrella fu subito raggiunta dalle truppe francesi. I 320 inglesi che vi erano asserragliati con donne e bambini trattarono una resa onorevole e furono trasferiti a Napoli. Il giorno 5, occupata interamente Anacapri, lo sbarco dei francesi venne completato con l’arrivo di altre truppe.
Sulla montagna di Cetrella, i francesi piazzarono due pezzi da montagna e due mortai con i quali presero a cannoneggiare Capri. Tre compagnie francesi, comandate da Pietro Colletta, discesero la Scala Fenicia, completamente indifesa, per raggiungere la città di sotto. Cominciò l’assedio di Capri. Nel primo scambio di fucileria, il comandante Lowe, attestatosi nel Palazzo Inglese, rischiò di essere ucciso subito. Lo salvò dai colpi Nicola Morgano, l’appaltatore caprese che aveva realizzato le fortificazioni della città, buttandolo a terra con uno spintone. I capresi furono messi in salvo sulle alture di Moneta. A Capri rimasero solo i soldati inglesi. Il giorno 6 la parte bassa dell’isola era in mano ai francesi sbarcati a Marina Grande senza incontrare resistenza. Gli invasori controllavano ormai vari punti strategici per portare a termine l’impresa presidiando gli accessi costieri e piazzando l’artiglieria sull’altopiano di Campo di Pisco, posizione favorevole per tenere sotto tiro l’eventuale arrivo della flotta inglese in soccorso degli assediati.
Il genio franco-napoletano per favorire gli sbarchi di altre truppe spianò la marina di Palazzo a mare, luogo ben protetto perché defilato rispetto al tiro delle soprastanti batterie inglesi. Il giorno 8, l’arrivo della flotta angloborbonica proveniente da Ponza, minacciò di far fallire lo sbarco francese.
Gli assedianti si trovarono fra due fuochi, da terra e da mare. Ma la potenza di fuoco degli inglesi risultò scarsa e i francesi poterono continuare le operazioni di assedio a Capri. Allestirono le batterie di tiro per aprire brecce nelle mura di difesa della città e prepararono barili di polvere da far esplodere sotto le mura. Il giorno 9, le condizioni del mare molto agitato misero in difficoltà la flotta francese, ma fu un contrattempo passeggero.
Murat, intanto, raggiungeva Punta Campanella per seguire da vicino le operazioni militari e ordinò l’invio di altre sessanta navi cariche di artiglieria. La nuova flotta si mosse il giorno 13 e riuscì a sbarcare can-noni, munizioni e truppe sulla spiaggia di Palazzo a mare dopo essersi sottratta all’attacco delle navi angloborboniche e sfuggendo ai colpi dell’artiglieria del comandante Lowe appostata a Santa Maria del Soccorso. Nel pomeriggio di quello stesso giorno avanzò da sud una flotta inglese proveniente dalla Sicilia, ma il vento e il mare mosso ne ostacolò il cammino.
Sull’isola il comandante Lowe era sempre più solo.

L’ASSEDIO DI CAPRI
Dal 14 ottobre i francesi sferrarono l’attacco contro Capri. Il fuoco dell’artiglieria dei due fronti si fece sostenuto. I francesi bersagliarono Capri con la batteria posta sul Monte Solaro e, intanto, misero in azione il tiro ravvicinato per fare breccia nella cinta muraria della città. Al fuoco francese rispondevano i colpi delle fortificazioni inglesi e i tiri delle navi angloborboniche. Le mura di Capri resistevano. Le “palle da 12” delle batterie francesi aprivano buchi nelle mura senza farle crollare. Nel pomeriggio del giorno 15, undicesimo giorno dallo sbarco dei francesi, ridotta la carica dei proiettili per ottenere gli opportuni effetti dirompenti, si ebbero i primi risultati. Alle tre del pomeriggio fu aperta la prima breccia.
Salirono al cielo gli hurrà dei francesi che prepararono due colonne di assalto per penetrare nella città. Le comandavano il generale Destres e il principe napoletano Pignatelli Strangoli.
La breccia non bastava e furono poggiate diverse scale per superare le mura di Capri. Le operazioni furono interrotte perché gli inglesi chiesero l’apertura di una trattativa di resa. Alle 9 del mattino del giorno 16, il comandante Lowe precisò i termini della capitolazione di Capri. Avrebbe consegnato ai francesi artiglierie, munizioni e viveri chiedendo il libero imbarco della guarnigione per Palermo, dai Borbone. Prima che Murat approvasse la richiesta di Lowe sbarcarono nell’isola 350 uomini del Reggimento Watteville dalle navi inglesi giunte dalla Sicilia. Un arrivo tardivo, e ormai inutile, che era stato ostacolato dalle avverse condizioni del mare che costrinsero altri 600 soldati a rimanere sulle navi. Nell’attesa che Murat controfirmasse la resa, gli inglesi ripararono le mura di Capri e i francesi armarono una nuova batteria per sfondarle. Non ci fu- rono più scontri perché, il giorno dopo, 17 ottobre, Murat approvò le condizioni della resa britannica e, alle dieci, le truppe franco- napoletane entrarono in Capri. Gli inglesi si radunarono alla Certosa per organizzare l’imbarco per Pa- lermo. Nelle battaglie avevano perso venti uomini, trentasei fu- rono i feriti, 750 i prigionieri e i dispersi. Più pesante il bilancio delle perdite umane per i franco- napoletani: 300 uomini tra morti e feriti. La sorpresa, l’audacia e il più pronunciato spirito combattivo dei francesi, combinati alle esita- zioni dei comandanti inglesi e al minore vigore delle loro truppe, decisero le sorti di Capri in due settimane. Il colonnello Hudson Lowe fece ancora parlare di sé diventando, sette anni dopo, il carceriere di Napoleone a Sant’Elena.
Rientrato in Inghilterra scrisse un libro di memorie giustificando la sua condotta militare a Capri e scaricando sugli altri comandanti e sulle truppe dell’isola l’insuccesso contro i francesi. Jean Thomas fu nominato da Murat Governatore di Capri: ripartì le terre demaniali dell’isola tra i non possidenti, migliorò l’agricoltura, l’istruzione e le strade, ebbe un’amante e una figlia da costei e lasciò Capri dopo tre anni, destinato ad altre missioni militari, rimpianto dai capresi. Il comandante Jean Maximilien Lamarque se ne andò, sette anni dopo, a reprimere l’insurrezione della Vandea, combatté a Waterloo e finì in esilio in Olanda, morendo poi di colera a Parigi a sessantadue anni. Pietro Colletta fu aiutante di campo di Murat, firmò nel 1815 il trattato che restituì il Regno di Napoli ai Borbone, mantenne i gradi militari sotto re Ferdinando, combatté con i realisti contro gli austriaci, finì in esilio in Moravia per rientrare a Firenze dove si ritirò negli ultimi anni di vita scrivendo fra l’altro la voluminosa “Storia del Reame di Napoli” e morì nella città toscana a 56 anni.
Gioacchino Murat finì fucilato dalle truppe borboniche a Pizzo Calabro a 48 anni, nel 1815: una tempesta lo dirottò sulle coste calabre mentre, cinque mesi dopo avere perduto il Regno di Napoli, tentava di rientravi per sollevare la popolazione contro i Borbone.
Napoleone, saputo della sua morte nell’esilio di Sant’Elena, disse che il cognato aveva tentato con un drappello di 250 uomini di conquistare un territorio che non aveva saputo tenere quando di uomini ne aveva 80mila. Davanti al plotone di esecuzione, Murat ordinò al drappello dei fucilieri: “Risparmiate il mio volto, mirate al cuore, fuoco!” . Era un uomo bellissimo e quello fu il suo ultimo gesto di eleganza.

L’ULTIMA INVASIONE
Centotrentacinque anni dopo, il 12 settembre 1943, Capri si sarebbe arresa in maniera incruenta a un’altra invasione. Il presidio italo- tedesco dell’isola, comandato dal colonnello degli alpini Guido Mar- siglia, depose le armi davanti agli anglo-americani giunti a bordo del cacciatorpediniere “Knight”. Le truppe sbarcarono a Marina Grande al comando del maggiore Malcolm Munthe, figlio di Axel, il medico svedese che aveva vis- suto ad Anacapri per 56 anni ed era tornato in Svezia tre mesi prima per curarsi. All’Hotel Quisi- sana, il colonnello Marsiglia firmò la resa davanti al commodoro Charles Andrews sbarcato dalla “Knight”. Tre giorni prima, gli Alleati erano sbarcati in massa sulla costa salernitana. Un’altra guerra prendeva il suo corso.

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Un commento su “La presa di Capri in due settimane

  1. alfonso pelosi 29/07/2014 at 12:20 - Reply

    bell’articolo, piuttosto dettagliato ed esauriente. Una cartina topografica con l’indicazione del punto di sbarco, e del sentiero del passetiello sarebbero molto interessanti. Anche il punto in cui le mura furono sfondate aggiungerebbe un particolare utile.

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