La presa di Capri

QUEL GIORNO DI FUOCO CHE SCONVOLSE CAPRI

di Valeria Jacobacci
Il Vesuvio infuocato sullo sfondo e il golfo brulicante di navi borboniche, inglesi, francesi e russe. Cannonate da San Michele e San Costanzo. La presa dell’isola dei marinai di Murat. Scacciati gli inglesi. L’annuncio della resa da parte del comandante della guarnigione britannica Lawe.

Alla fine del ‘700, con il Vesuvio infuocato sullo sfondo, il golfo di Napoli si riempie di navi borboniche, inglesi, francesi, russe che si contendono il primato nel Mediterraneo nel difficile gioco delle potenze decise a far fronte alla minaccia napoleonica.
La Rivoluzione arriva a Napoli con le armi dei francesi, il Re scappa in Sicilia. Il 1799 sembra l’anno della libertà. Dopo cinque mesi la Repubblica napoletana soccombe. L’armata della Santa Fede ha posto fine a un breve sogno. Tuttavia Napoleone guadagna terreno. Nel 1808 a Napoli il re è Gioacchino Murat. In questo frangente gli inglesi occupano l’isola di Capri.
L’arido scoglio è una donna bellissima, con le chiome sparse nell’acqua. Il mare s’infrange con violenza sulle rupi alte; la fregata e la corvetta sono minuscole dall’alto, incoronate dalle cannoniere, danzano in punta d’onda, accostano; piccole barche con scale uncinate s’aggrappano agli scogli. Da qui salgono i soldati mentre i cannoni sparano da sopra. San Michele e San Costanzo sono pieni di armati ma gli uomini giunti dal mare vengono a prendere Anacapri. S’inerpicano per gli stretti sentieri da caprette selvatiche. Sono in cima. Gli inglesi, chiusi nei forti, aspettano rinforzi dal mare.
201509-15Ora bisogna scendere alla Marina dove il porto riceve le navi. Una scala, scavata nella roccia dai fenici, porta a Capri in 511 scalini, angusti e alti un metro. San Michele vomita palle di cannone sugli uomini che passano uno per volta, ma le batterie disposte negli anfratti, spostate a braccia, rispondono al fuoco, la notte scende profonda e senza luna. L’ultimo soldato è in fondo alla scala. Nel bianco indistinto dell’aurora si profilano le navi inglesi corse in aiuto ai nemici. Dalla parte opposta, di fronte alla Punta della Campanella, inaspettate, le forze di Murat. I legni scivolano veloci da Massa, attaccano i bricks inglesi costretti dal vento a una più estesa bordata. Viveri e munizioni vengono sbarcati, gli inglesi sono circondati da entrambe le parti dell’isola.
“Jeri sera, 17 ottobre, il signor Lawe, comandante per Sua Maestà Britannica in Capri, ha capitolato unitamente alla sua guarnigione”. Così recita il foglio 307 del “Corriere di Napoli” che riporta la resa di Capri e data Napoli, 18 ottobre 1808.
Capri resta a Napoli. Resta l’onore di questa impresa, resta dopo il Congresso di Vienna e di ogni altro successivo evento. I giacobini passano, e anche Napoleone, tanto più moderno delle teste coronate dell’ancien régime! A lui va il merito (quasi suo malgrado) di aver portato ovunque l’albero della libertà. Quegli alberi hanno radici profonde, capaci di mettere rami e fronde da un ceppo tagliato e da una terra bruciata. Altre due rivoluzioni attendevano. Il 1821, il 1848. I tempi non erano maturi. Gli eredi dei Filangieri, dei Pignatelli, dei Serra ritennero che si dovessero realizzare gli ideali illuministici dei loro padri attraverso un atto legale, una Costituzione: solo nella legalità può esistere una giustizia che vada d’accordo con la libertà.
Di lì a poco i napoletani rinunciarono al loro regno, desiderato, ambito, conteso, e amato dai molti figli e spasimanti, che non fu più borbonico e non fu una repubblica. Spalancò le braccia a una Patria più grande. Capri resta, addormentata nel golfo, ancorata con le chiome agli scogli.

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