La punta di Sorrento e la campanella che suonava all’arrivo dei pirati

– di Vittorio Paliotti

Sbarcavano a caccia di fanciulle da rapire per gli harem d’Oriente.
Il promontorio in faccia al Salto di Tiberio divide il golfo di Napoli da quello di Salerno.
Capri è solo a tre miglia, ma è sconsigliabile tentare di raggiungerla a nuoto per l’insidia delle correnti.
Il naufragio della flotta di Augusto.
La strada costruita dai romani e il villaggio di Termini.
La Torre delle Sirene distrutta dai temporali.

La prima impressione è che, a nuoto, sia possibile farcela. Capri col Salto di Tiberio sta proprio dirimpetto. Una nuotatina, dunque, ed ecco che da qui, da questa lingua di terra, che noi oggi chiamiamo Punta della Campanella, ma che i greci denominarono Promontorio Ateneo e i romani Promontorio Minervae, una nuotatina e siamo a Capri. La distanza è di sole tre miglia. Meglio non tentare, però. Da qui, da Punta della Campanella, in questo silenzio profondissimo, in questo verde di olivi e carrubi, è preferibile limitarsi a godere il panorama; il golfo di Salerno, il golfo di Napoli, gli isolotti dei Galli, i faraglioni e poi Capri; Capri che, appunto, si annuncia col Salto di Tiberio.
E’ vero, appena tre miglia separano questo promontorio da Capri, ma le onde, qui, sono impetuosissime. Nel 34 a.C. una buona metà della flotta di Augusto andò a sbattere contro questo promontorio e finì in fondo al mare. E dunque, questa gradinata scavata nella roccia che da quassù porta al mare a che cosa servì mai? Se ne avvalse Tiberio, l’imperatore che dal 27 d.C., per circa un decennio, regnò su Roma standosene a Capri? Macché: Tiberio, lui, la terraferma la raggiungeva tramite il porto di Misero; l’approdo che è qui doveva, con ogni probabilità, essere utilizzato soltanto in caso di emergenza. Proprio come oggi, in epoca romana, in epoca greca e in epoca preellenica, questo promontorio veniva raggiunto via terra, e non da viaggiatori estetizzanti, bensì da pellegrini alla ricerca del sacro. L’ultimo centro abitato, il villaggio di Termini, oltre Sorrento e oltre Massa Lubrense, dista tre chilometri dal promontorio. Di qua e di là il verde dei campi, ogni tanto uno squarcio di mare, e infine lei, proprio lei, la Punta della Campanella che separa il golfo di Salerno da quello di Napoli. La strada calpestata dal turista di oggi è quella stessa che fu costruita dai Romani intorno al V secolo avanti Cristo. Anche la vegetazione è la stessa.
C’è un faro automatico, quassù, un faro di recente costruzione. E c’è quanto rimane di una torre di avvistamento che fu costruita nel 1335 da Roberto d’Angiò. Era tempo di scorrerie di pirati barbareschi, quello. Ogni tanto i pirati sbarcavano a Sorrento e rapivano fanciulle che poi andavano a popolare gli harem. Appena all’orizzonte compariva una nave pirata, gli uomini di guardia suonavano una campanella dando modo ai sorrentini di mettersi in salvo sulle montagne. Da qui il nome di Punta della Campanella.
Continuano ancora oggi a sgretolarsi le pietre dell’antica torre: le stesse, con ogni probabilità, con le quali erano stati costruiti, quassù, templi famosissimi. La storia, si sa, spesso si confonde col mito. Eppure sembra proprio accertato che qui, nel posto ora occupato dalla torre, sorgesse un tempio dedicato alle Sirene. Se a costruirlo fu Ulisse, esso doveva risalire all’XI secolo a.C. Più tardi, nel 474 a.C., navigatori siracusani al posto del tempio delle Sirene innalzarono un tempio ad Atena. Quanti secoli rimase in piedi? Nessuno può rispondere. Noi sappiamo che Atena veniva chiamata Minerva dai Romani, i quali sembra proprio che, con opere di ammodernamento, abbiano fatto del tempio di Atena quello di Minerva. Archeologi di varie scuole si sono scontrati sulle sue sorti.
La tesi più accreditata è che esso fu distrutto dai temporali; e comunque nel Settecento, è accertato, esistevano ancora validi ruderi.
Difficile intraprendere una traversata a nuoto da qui, abbiamo detto. Ma è possibile tuffarsi, visto che il mare, giù, è ad appena pochi metri? Bisogna vincere anche questa tentazione, gli scogli sommersi sono pericolosissimi. Non c’è che da godersi l’incanto del paesaggio, con le verdi pendici del monte San Costanzo e di qua e di là azzurro di mare, con Capri anch’essa azzurra. E c’è inoltre da godersi il silenzio. Ma attenzione, il vento porta, ogni tanto, voci lontane. Sembra quasi di udire il canto, anch’esso pericoloso, delle sirene ammalianti.

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