La siriana Jiulebbina dolce maga di Positano

– di Carlo Nicotera

La leggenda della ragazza
portata dal mare che preparava
misture per ridare vigore
alle notti coniugali della
Costiera Amalfitana.
Ma la troppa passione
fa dilagare le corna:
dalli alla fattucchiera!
Meno male che c’era
‘O Strummolo,
occhi d’amore
e braccia di ferro.
La fuga dalla Torre
del Furnillo sulla rotta
dei “purtualli”.

“Ma che c’hai ‘no spicchio d’aglio?”. Angelica mi guardò come per dire “ma che sei scemo? Ti pare che non c’è aglio qua in casa mia?”… andò verso il cestello che stava sul davanzale della finestra che s’apriva a levante e che irrorava la cucina sempre d’una bella luce all’ora del primo caffè. “Tie'” disse con un sorriso malizioso dandomi tre quattro spicchi di aglio rosso di Nubia, piccolo e profumato come una terra senza spazi. La guardai con un sorriso pieno di tenerezza e cupidigia. Mi piaceva quella donna così franca e senza orpelli di pensieri complessi, che sapeva di sapone Marsiglia e lavanda e che pure come per un vezzo antico di campagna non sempre amava depilarsi le ascelle. Pensai con un misto di eccitazione e timore a come sarebbe stato baciarla dopo aver mangiato quell’insalata che stavo preparando con il segreto del colpo di mano: rucola, pomodori, olive nere e bianche, una patata lessa a pezzetti, due acciughe appena pulite con l’acqua e messe in olio e aceto, due tre capperi al posto del sale. L’olio di casa preso da quelle piante che pian piano invecchiavano insieme a me e alla fine due spicchi d’aglio appena schiacciati con un colpo della mano sul marmo del bancone.

Mi venne in mente mia madre che detestava il sapore dell’aglio nei ciati delle conversazioni di casa, al punto che era capace di tritare il prezzemolo e metterlo a forza in bocca a figli e marito dopo che avevamo mangiato uno spaghetto aglio e olio: “In questa casa voglio che si parli e si racconti, e non possono esserci facce disgustate dei nostri aliti… al massimo dalle scemità che si dicono… su , masticate bene ‘sto prezzemolo”… Però le piaceva quell’alone di sapore acrognolo che richiamava alle case fumiginose dei nonni d’Irpinia, e alla fragranza della campagna, alle medicine delle vecchie comari del paese dov’erano sfollati in guerra, e alle leggende di san Giovanni, quando le streghe si riunivano per il sabba del solstizio d’estate sotto i noci di tutte le campagne e foreste dell’Europa contaminata dai cantastorie medievali del nord e del sud.A pensarci bene a tanti anni di distanza, mia madre era sempre stata una donna capace di circondarsi di aloni: di mistero, di allegria, di charme, di tenacia, di passione, di sarcasmo. Era presente e inafferrabile allo stesso tempo, proprio come quella refola di aglio che era capace di far sprigionare da un piatto, ma che non diventava mai immanente, ossessivo, greve e indigesto … un alone di bellezza o aglio, l’importante era alimentare il segreto di una fascinazione. Come il sapore di quelle insalate che tentavo di riprodurre e che ora speravo mi portasse un altro abbraccio complice di Angelica che rientrando dal mare – ancora incrostata di salsedine e rossa di sole imponente, disidratata di luce e appena umorosa di olio per i capelli – mi aveva detto con un sorriso “vieni da me stasera, Giulio. Voglio una di quelle tue insalate fresche e saporite. Ti faccio bere un bianco del Vesuvio che m’ha dato zia Rosa e che mette allegria e poi mi racconti tutte le storie che ti vengono in mente su una barca di legno a vela. Siamo stati tutto il giorno a mare tra plastica e gomma e non mi ricordo più come è fatta una barca di legno. Voglio che me la racconti tu, che un po’ più vecchio di me sei, e certamente c’hai un sacco di cose da fantasticare su sciabiche e felùche … Magari così mi addormento tra le tue braccia e diventi il mio tappeto volante … Ma non è sicuro eh Giu’! Poi vediamo …” E così mi ero messo a preparare l’insalata e mentre mescolavo il tutto, schiacciando appena l’aglio con il palmo della mano, avevo pensato a come lo spicchio assomiglia vagamente a una lampada di Aladino senza manico e che quel profumo era un profumo di sempre e di tutti i punti cardinali (anche se ora quello che arriva dalla Cina puzza e rimane indigesto come una fogna a cielo aperto) e che la barchetta di legno scuro dipinto di blu con la falchetta gialla che avevo immaginato di raccontare ad Angelica aveva la vela latina e il picco e il timone a poppa esterno e un nome di promesse e misteri: “Sesamo”.

Pensando a “Sesamo”, ho viaggiato verso un Est più remoto e popolato di cammelli e spezie. E m’è venuto di spruzzare anche un po’ di pepe nero sul cibo, mescolando alone a profumo, e sorridendo all’idea che forse su quella barchetta avrei fatto viaggiare una presunta strega – quella giovane siriana che tutti chiamavano Jiulebbina per il color miele degli occhi. Finché aveva curato con le erbe le punture di riccio e di scorfano, le artriti delle mani e i catarri molesti, o aveva aiutato a partorire nonostante fosse ancora giovanissima e vergine, a Jiulebbe era andato tutto bene, e sembrava quasi che il paese l’avesse fatta figlia propria, pur essendo arrivata sulla costa salvata dai pescatori dal naufragio di una tartana algerina. E pure se mai aveva raccontato la sua storia di prima d’allora. Troppo piccola? O spaventata. O già incantatrice di sé e degli altri? Ma poi aveva ceduto alle insistenze di Rosaria prima, e di Maria dopo, e di Nunziatina ancora, e a quelle di Assunta e Titina, Carmela, Amelia e Caterina, Agnese, Maddalena, Immacolata e Giuseppina che, tutte, le avevano chiesto erbe e spezie ed elisir per fare più potenti i loro uomini, più attenti, più appassionati anche se la tempesta li aveva fiaccati e la magra pesca avviliti. E questo era stato un errore, perché gli uomini, curati dalle loro donne con segretezza nei deschi di casa, avevano scoperto all’improvviso, invece, di avere sangue ed energie soperchie anche per altri golfi di carne e correnti di umorosi muschi, che stavano su rotte non più domestiche e casalinghe, ma su quelle di altre case e altre spiagge …

Scappa là, vieni qua, torna tardi e parli nel sonno, lascia il seme nel piatto che non è tuo e lascia il tuo senza sfizio per troppe volte nonostante la magia … corna e gelosia, rabbia e ‘nvidia, carezze e murmurii avevano squassato la quiete di Positano, Praiano, Amalfi e più su di Agerola e Furore. E finanche a Raito era arrivata la lagna e il sospetto, la libidine e l’inquietezza. C’era aria di guerra di faida e di vendetta, e più degli uomini che stavano a spassarsela come manco i mori quando arrivavano e stupravano ridendo, erano le femmine che si rintorcevano nella gelosia e nei diritti maltolti. ‘Sto scempio s’aveva ferma’. E bastò che Ninetta ‘a zampogna, trascurata più per merito della sua voce e della sgraziata forma che non perché il marito Tore ‘o mulo se la facesse con le altre, andasse a dire al parroco Sebastiano Cannulo originario di Pollena Trocchia che tutta quella zuppa di disordine e peccato era colpa della siriana, di Jiulebbina e dei suoi infusi, delle erbe piccate e rafanose, ma senz’aglio sempre, di quella strega maledetta che aveva rovinato le famiglie e la santa pace di quei paesi, che don Sebastiano si mettesse in azione!

Intanto per avvisare il vescovo di Salerno, e poi per godersela nel confessionale prima, dove strappava racconti dettagliati e colorati (veri propri film hard, anche se per i film veri e propri ci volevano almeno altri quattrocento anni) al prezzo di “trenta patre ave e gloria e due settimane di magro”. E nel letto della canonica dopo, dove sfogava le sue fantasie da solo. O anche nei pagliai della collina con qualche comare che troppo gli aveva raccontato per non temerne la vendetta se non gli faceva vedere dal vero che peccato aveva confessato a voce. Insomma, presto fatto, la colpa delle corna incrociate e del peccato originale che si era abbattuto su quelle caste comunità di pescatori fu tutta all’improvviso e solamente di Jiulebba, la pagana. Che fu trascinata in catene nella torre di Fornillo sul pelo del mare in attesa della sentenza che pietà non avrebbe avuto, pena l’impossibilità di salvare le pie anime della Costa dalla vendetta divina.Ed è qua che arriva, di notte e con il mare inasprito, Giacomo Gemito, detto ‘o strummolo, giovane e solitario, marinaio ‘sperto e sognatore inarrendevole, che alle femmine ci arrivava pure senza spezie, perché era sfrontato e giovane e sapeva di mare. Ma il mare aperto, quello di smeraldo e pesci volanti. Lui a Jiulebeb l’aveva sempre guardata con l’occhio diverso, quello che si usa per la stella marina e la stella polare. L’occhio che non vuole parole perché già parla e per questo non si fa vedere, si nasconde, si mimetizza. Ma che ti rispetta e ti port’ammore!…

Notte scura, altro che luna caprese! “Jiule’! Jiule’!” … “Chi sei?” – si affacciò alla finestrella che guarda ai Galli – “Ah sei tu, ‘o strummolo!! E solo tu potevi essere , solo a te potevo aspettare … ma mo’ che fai? Che facciamo?!”…
… “Ti devi fidare, e devi avere coraggio … Sotto al legno dove cachi, c’è un buco che va a mare … mo’ c’è risacca ed è pericoloso, ma io scassai la grata che era marcia nel tufo … io ti vengo a pigliare, ma tu devi farti pesce e nuotare sott’acqua con me, e se non lo fai non sei una strega e muori da strega scimunita… ‘o ffai??”… “Io nun so’ strega, ma mi faccio pesce cento volte pe’ campa’… e pure pe’ tte”… “…che pesce e pesce, pe’ mme ti devi fare sirena…” “… e io pe’ tte mi faccio Sirena Giacomi’, ma mo’ devi venire…”
Giacomo nuotò sotto il tufo, aiutò Jiulebbe a tuffarsi a nuotare quei quattro metri sott’acqua nel buio frastornante della risacca, l’aiutò ad arrampicarsi sul “Sesamo”, bordò la vela sul maestrale e prese il largo … C’era panno asciutto, coperta e sacco di canapo, acqua vino formaggio e fave e pure una salsiccia secca fatta con vino e finocchietto e freselle abbastanza per cinque o sei giorni e un cesto di arance che per il po’ di maraglione rotolarono sul pagliolo e qualcuna finì pure a galleggiare a mare … al largo, al largo, e poi giù verso la Sicilia o la Calabria o verso un porto, uno solo, bello e caldo, non un porto, ma una conchiglia di madreperla …
“Grazie Giacomi’, grazie … ti devo la vita e sarò la tua Sirena. Ma tu ‘o ssai, è vero?, che lo sarei stata pure se non mi dovevi salvare, perché prima o poi ti avrei costretto a guardarmi negli occhi e a leggere nei miei … ma che tieni là sul petto, non t’ho mai visto quel laccio di cuoio. Ehh?! che ci tieni in quel sacchetto?… Oro?”…
“… No Julebbi’… aglio ci tengo. Aglio. Che saccio io se sei ‘na sirena o davvero una strega!!…”

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *