La spiaggia del Campese regina del Giglio

– di Giuseppe Ulivi

Sabbia fina come il talco, collinette che si illuminano d’argento, il movimento delle barche. Il tre alberi di Kevin Kostner. I concerti di Uto Ughi. I cagnolini di Valentino. Ricordi nitidi e fantasie infantili.

200504-6-1mGiglio Campese. Lo scirocco sovrano irrompe sul mio patio (quello dello Zì-zì). E non ho mai capito perché: l’arco da cui proviene il vento infatti volge a libeccio.
Di fronte, a libeccio, vicino a me, barchette appollaiate in una minuscola ansa protetta da qualche masso di granito. E ancora più in là, al limite della falce della spiaggia, molti, troppi ombrelloni.
La spiaggia del Campese, la più grande del Giglio, è interrotta, a tre quarti dal suo percorso da nord, da una collinetta non più alta di venti metri. Poi, trenta, quaranta metri più avanti, si conclude con un’altra spiaggetta; ma diversa da quella più grande: questa di granito e accesa dal quarzo, a grana grossa, lucente; quella di sabbia fina fina che si appiccica sulla pelle come il talco. Non ci andavamo mai da ragazzi ché non avevamo né docce, né accappatoi: niente per levarcela di dosso. Di qua, in quella più grande, la sabbia te la scollavi con le dita, carezzando lievemente la pelle più rossa che bronzea.
Di fronte, sempre a libeccio, due collinette perfettamente uguali, come due turgide poppe con il capezzolo di macchia più ardita. Forse perché il sole là domina sempre. Ma anche quando si fa notte, talvolta, lì sopra si innesta la luna. E allora, se il mare si calma, le collinette s’illuminano d’argento riflesso, più di peltro forse che d’argento, sciabolato dalle luci degli alberi che tintinnano sulle barche alla fonda nel golfo.
Poi a poco a poco le barche se ne tornano all’alto Tirreno, o magari a Nizza o a Monaco o in Corsica. Che ne so. Ma ne salgono altre dalle Eolie, da Capri, da Ischia o da Ponza. E si fermano anch’esse. Barche ricche come lo splendido fascinoso tre alberi di Kevin Kostner, stupendo da morirci su, oppure il “Blue Dream” di Hugh Grant. Scendono di notte, entrambi, per evitare il bagno della folla. Ma le ragazze e anche le signore se ne accorgono e si passano la voce.
Uto Ughi, invece, scende da Giglio Castello. Divini i concerti che regalava a noi dal balcone della sua casa, su, in alto, vicino alla Rocca pisana. Si faceva silenzio in tutto il paese. Magico Uto. Scende da Giglio Castello, si sdraia al sole sul lettino che gli prepara Meco. Sembra assopirsi: sono sicuro che ripassa nota per nota tutte le “Quattro stagioni” di Vivaldi. Nessuno osa disturbarlo. Con umiltà e con rispetto. Dovuto.
Valentino non scende mai. Manda i suoi cagnolini per i loro piccoli bisogni e a correre sotto lo sguardo vigile dei marinai.
Arriva di getto, improvviso, il ponente. Stupendo, forte, inesorabile. A poco a poco cresce, ma non urla come il maestrale. Sale silente. E poi cresce ancora. E ancora. E allora sì che urla, più del maestrale. Pescatori e barcaioli tirano su le barche con voce allarmata: “Tira, tira, tira, metti il parato più avanti, addrizza addrizza che casca di traverso, paréa paréa paréa t’ho detto”.
Ora il ponente biancheggia più del maestrale. Onde alte: alte e schiumose che arrivano qualche volta anche alle case. Un vento dritto dritto sul Campese che scompone uomini e cose, che frantuma quel che con la sua furia riesce a ghermire. Le grandi barche nel golfo non ci sono più. Sono sciamate alla prima avvisaglia. Tutte insieme.
Si fa sera. Il mare torna calmo. Le collinette davanti a me sono scure, senza bagliori di luce.
Addormentate. Ma domattina saranno piene di sole che il ponente lascia dietro di sé quando si calma.
Il patio si rassegna. E’ l’architra della mia solitudine: mi cura i nitidi ricordi, le fantasie infantili, le antiche passioni, le follie; mi rammemora le amicizie, gli interessi ancora vivi, la vita vissuta sempre tra la gente, i viaggi in giro per il mondo.
Straordinariamente bella la mia isola. In settembre si chiude nel silenzio, sonnacchioso, quasi letargico. Fino alla primavera successiva che sarà stupenda. Come sempre.

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