La strage delle balene

– di Valeria Serra

Ogni anno islandesi, americani, russi, norvegesi e giapponesi ne uccidono 1400 esemplari.
Tredici specie stanno per estinguersi.
Una caccia crudele con arpioni muniti di esplosivo.
La fuga disperata della balena che risalì il Tamigi morendo nelle acque del fiume londinese.
Le quaranta voci differenti dei cetacei rilevate da Beatrice Jann e il racconto di Teiarau Moeiau, il più vecchio cacciatore di balene della Polinesia.

Si continua a leggere di stragi di balene, di Stati che legittimano la caccia e fanno finta non sapere che questo è vero crimine per la vita del pianeta. Sono passati più di due anni dal 22 gennaio 2006.
Eppure, certe notti, mi capita di ripensarci. Non si può dimenticare un’immagine come quella lì. Ripenso a quella povera balena entrata a risalire con affanno le acque grigioverdi del Tamigi. Gli scienziati del mondo, di fronte a quella scena, erano interdetti e giustamente sbalorditi. Io non troppo.
Ero solo molto, molto triste. Il fatto è che Moby Dick era stanca di nascondersi. Non ce la faceva più a schivare i sonar delle baleniere norvegesi. Abdicando al regno dell’oceano, si era inoltrata nel ventre della terra, controcorrente verso il torbido cuore della City.
Ho pensato a Melville. La sua balena bianca aveva trascinato il capitano Achab dalle coste dell’isoletta di Nantucket fino all’opposto fronte:
nei deserti d’acqua del Pacifico. La balena affiorava sporadicamente nell’io del capitano e poi, con un guizzo di coda, scompariva nell’inconscio dell’oceano.

“Chiamatemi Ismaele” aveva esordito Melville per designare in due parole memorabili un tormentato capitano, per il quale la balena era metafora di una tensione esistenziale. Il mondo si è nel frattempo capovolto. Moby Dick è venuta lei all’uomo, goffamente, a costo di nuotare in acqua dolce. In acqua chiusa e mortale. È piombata suo malgrado dentro Londra: il palcoscenico più mediatico che c’è. La sua sagoma grigia, nell’acqua ancor più grigia di quel fiume che ho visto come milioni di spettatori alla tivù, mi è sembrato un SOS disperato, chiuso vanamente in una bottiglia alla deriva.
Se penso che negli ultimi cent’anni sono state uccise due milioni di balene, ci sto male. Sto male perché sento fratellanza con quelle creature solitarie. Con le loro eclissi misteriose. Con la loro mole fuori moda. Delle 80 specie di cetacei esistenti al mondo, 13 stanno davvero per estinguersi. Solo nel 1986 l’IWC, la Commissione Baleniera Internazionale, ha sancito il bando mondiale della caccia ai cetacei per scopi commerciali.
Ma questo è servito fino a un certo punto. Ogni anno i nuovi Achab (che non hanno traccia di alcun romanticismo), armati di ecoscandagli e spie satellitari che neanche sullo Shuttle della Nasa, scovano e uccidono 1400 balene. Millequattrocento. Proprio mentre le balene, esauste da migliaia di miglia si fermano per riposare e dilettarsi nei corteggiamenti, gli Achab distorti di oggi prendono la mira e freddamente sparano.

I cacciatori killer sono islandesi, americani, russi, norvegesi, giapponesi. Questi, poi, con la loro leggenda metropolitana dei piatti afrodisiaci, dècimano tutto: sono arrivati addirittura fino alla mia isola. A Carloforte, in Sardegna, non si riesce più a trovare in pescheria un trancio di tonno fresco che sia uno. Perché i giapponesi sono arrivati prima, con le mazzette di yen strette tra le mani avide e sudate e la baleniera-frigo, pronta come uno sciacallo a stiparli nella stiva, pressati come all’ora di punta i passeggeri in un autobus di Tokyo.
Eppure, nel Giappone antico la balena era un’eccelsa espressione mitologica; un’icona sacra: lo scrigno che contiene il nucleo della vita. E, in India, è il pesce guida dell’arca sulle acque universali del diluvio. Nel mito di Giona, la balena è il ventre, l’arca, la salvezza. Così come nella letteratura nostra, dopo che Collodi l’ha prestata a Pinocchio per poter rinascere.
Poi, ditemi se non è vero: le balene, hanno uno sguardo. Un vero sguardo. Sotto le palpebre rugose e pingui, gli riconosci sempre un’espressione. È come se pensassero, chiedessero o implorassero qualcosa. E, soprattutto, hanno una voce. L’ho sentita. Non sto mistificando. Me la fece ascoltare un giorno una “balenologa”. Si chiama Beatrice Jann. Ero a Capo Verde nell’isola Boavista e invece del fado di Cesaria Evora, ho potuto ascoltare dal vivo le balene. Lei faceva una ricerca per la Swiss Whales Society, come ogni primavera.

Ogni mattina, ad aprile, quando le megattere si avvicinano alla costa, Beatrice Jann esce in mare a vela, per non far rumore, con un piccolo sloop di nome Saudade.
Si avvicina piano e immerge un microfono subacqueo digitale a un paio di metri di profondità. Torna a terra, si mette sul suo Macintosh e decodifica i suoni registrati. In cinque anni di ricerca ha classificato quaranta differenti voci. A metterle insieme, viene fuori un coro polifonico coi fiocchi.
Una di quelle voci, l’ho qui, salvata dentro il mio computer. Peccato non farvela sentire. È commovente, un suono primordiale. Intanto, navigando nel sito di Greenpeace, ho trovato un documento di denuncia dal titolo raccapricciante: “Come si uccide una balena”. Ero tentata a non procedere con la lettura, ma ho finito per andare avanti. Meglio saperle le cose, anche quando fanno male. La sintesi sinistra del documento, eccola di seguito in tre righe. Si spara un arpione meccanico che contiene una nutrita dose di esplosivo. L’esplosivo, penetrata la carne, fa il suo dovere.
Lo squarcio, che all’inizio misura circa venti centimetri, si apre progressivamente in profondità e larghezza.
Il mare si tinge di rosso come in quadro di Turner.

Moby Dick muore così. Ma non subito. Ci mette anche cinque ore. Trecento minuti di dolorosissima agonia.
Direte: ma l’uomo, da sempre, ha cacciato le balene per la sua sopravvivenza. Sì, è vero, ma prima era diverso. E quanto era diverso me l’ha raccontato un vecchio, il più vecchio cacciatore di balene della Polinesia. L’ho incontrato sei anni fa a Rurutù, un’isola dell’arcipelago delle Tubuai dove da Tahiti si arriva solo in cargo: laggiù, niente charter o travel cheques.
Teiarau Moeiau aveva allora 75 anni, la pelle accartocciata dal sole, ma gli occhi frugavano ancora l’orizzonte, come in cerca di qualcosa. Negli anni Quaranta, le mille anime di Rurutù si erano imposte di cacciare una balena l’anno, anche se erano centinaia quelle che passavano e sostavano ogni autunno al limite della laguna. Il vecchio mi disse che la caccia tentava di “limitare il danno”: ne uccidevano una sola per stagione, solo il necessario per sfamare la comunità.
“Seguivamo le balene con le piroghe a vela: giorni e giorni per capire quali fossero le femmine coi cuccioli e, così, poterle risparmiare.
Cercavamo, invece, di individuare come preda la megattera più anziana”.

A Teiarau toccava il compito più ardito e più difficile: in bilico sulla prua della piroga a bilanciere, doveva arpionare la balena; centrarla al cuore con un colpo energico e deciso, affinché morisse nel più breve tempo. C’era una parità di lotta, c’era un etica, c’erano vere necessità da soddisfare.
Per questo, alla fine, non mi è sembrata così strana o inverosimile quella balena disorientata e solitaria andata a spegnersi sulle sponde londinesi del Tamigi. Si è spinta fin là per un’estrema tregua. Per una resa. Per dire “basta”.
Con l’ultimo canto. “Si, basta fare di me spazzole e saponi e per il resto, ormai, avete il Viagra. Basta, uomo; non ne posso più.”

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *