La suggestione di Stromboli raccontata da Stefanino

– di Marco Pellegrini

Un’isola che si può amare subito oppure odiare.
Fra le Sette Sorelle nel mare di Sicilia è il Faro del Mediterraneo.
Stefanino Cincotta, 84 anni, ne svela le magie e la sensualità, i percorsi segreti e gli angoli meno noti. Un marinaio storico.
Quando non c’era ancora il molo, trasportava sulla sua barca a remi i passeggeri dalla nave a terra.
A piedi nudi, all’alba, sui sassi neri per pulire la spiaggia di Scari con Bartolo Cusolito. L’eruzione e lo tsunami del 1930.
Le storiche famiglie che non abbandonarono l’isola.

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200604-9-2mLe Sette Sorelle sono figlie del Vento e della Terra del Fuoco nate un milione di anni fa dall’amore indissolubile tra le forze della Natura. Hanno scelto il Tirreno meridionale come casa fino alla fine dei giorni. L’Uomo si è accorto di loro appena ha vinto la sua prima sfida con il mare e le ha chiamate Eolie per via di quel maestrale che le accarezza o di quello scirocco che le tormenta o, ancora, di quel ponente o di quel libeccio che le trasformano d’inverno in castelli inaccessibili.
Le Sette Sorelle sono una accanto all’altra come se fossero un gruppo di stelle, magari le Pleiadi lanciate lì, davanti alla Sicilia, per tracciare la rotta ai naviganti e difenderli dalle tempeste con i loro ridossi. Nei giorni di settembre, all’alba e se il tempo è favorevole, si vedono tutte in fila venendo da Napoli con la nave: Stromboli, Panarea, Salina, Lipari, Vulcano, Filicudi e Alicudi. Ma lo spettacolo va in scena anche in altri periodi dell’anno quando il grecale o la tramontana puliscono il cielo concedendo di scorgere anche l’Etna.
Sono tutte esclusive le Sette Sorelle, ciascuna con una caratteristica: Panarea è la più antica; Lipari, la capitale, è la più grande; Salina ha due montagne gemelle; Vulcano ha fanghi e fumarole; Filicudi è l’isola delle felci da cui prende il nome; Alicudi è la più inospitale.
E, poi, c’è Stromboli: nera con il cuore rosso per le esplosioni che si susseguono dall’origine del mondo ogni quarto d’ora. Le sue straordinarie fontane di lapilli incandescenti, visibili di notte a miglia e miglia di distanza, l’hanno fatta definire il “Faro del Mediterraneo”.
Stromboli é la più giovane delle Sette Sorelle, la più intrigante, la più suggestiva. La più magica e sensuale. I profumi di fiori e piante di cui è ricca avvolgono il suo maestoso profilo e, sospinti da una leggera brezza mattutina, danno il benvenuto a chi arriva. Forse proprio per questo nacque l’usanza di accogliere gli amici sulla spiaggia con un ramo fiorito di bounganvillea.
Chi la frequenta per la prima volta se ne innamora subito. O subito la odia perché si sa quando si sbarca e non si sa quando si riparte. E’ sola, in mezzo a una straordinaria distesa blu cobalto, e, quindi, la più esposta ai capricci del vento e del mare essendo la più lontana dalla Sicilia e la prima che si incontra navigando da Napoli o dalla Calabria. Molti la amano per pochi giorni l’anno: un tempo troppo breve per poterne apprezzare fino in fondo le suggestioni. Pochi la abitano tutto l’anno. Sono i residenti: meno di cinquecento. Un pugno di eroi: giovani, vecchi, donne, bambini. Tutti insieme a sfidare la solitudine che porta l’inverno e a preparare le gioie dell’estate.
Uno di questi eroi si chiama Stefanino e ha 83 anni, anzi, quasi 84. Gli “Stefanino” sull’isola sono in tanti. Ma quando si dice “Stefanino” si pensa soltanto a lui, a Stefanino Cincotta, il capo-rollo che con una barca a remi traghettava i passeggeri dalla nave alla spiaggia quando non c’era il molo. E’ un saggio d’altri tempi che ha scelto la vita semplice. Scrive poesie dedicandole alla moglie (che gli ha regalato otto figli: tre maschi e cinque femmine) o ai numerosi nipoti tra i quali c’è Carletto (Carlo Lanza) che gli ha dato una mano a pubblicare un delicato libro su una garbata storia di Stromboli di cui Stefanino (allora giovane saggio) è il protagonista di esperienze e racconti pieni di suggestioni.
Ed ecco che lui, nell’introduzione ad “Antiche culture strombolane”, si presenta così, sintetizzando tutta la carica che Stromboli gli ha messo in corpo: “Non solo perché su questo vulcano ci sono nato, vissuto ed invecchiato, ma perché lo sento mio, così come io appartengo a lui. Non potrei mai, anzi non vorrei mai svegliarmi un giorno in un posto diverso, ne morirei… Amo la mia isola e tutto ciò che ha saputo darmi e canto per lei, con le sole parole che conosco, senza cultura e senza pretese, ma con volontà, passione e tanto amore. E grazie a Dio che me l’ha donata”.
La forza di Stefanino sono l’umiltà e la consapevolezza di essere al servizio della Natura. Adesso, dopo aver vogato per una vita o veleggiato con qualsiasi tempo per portare a casa il pesce necessario, passa il tempo tra la sua casa-museo e la spiaggia di Scari dove non passa giorno che non faccia lunghe passeggiate e che una volta era abituato a pulire all’alba insieme con il suo parente Bartolo Cusolito. Di ritorno dalla pesca, e prima ancora che turisti e stromboliani l’affollassero, la restituiva al suo splendore rimuovendo ogni tipo di detrito, anche quelli portati dalle mareggiate. Era un compito ingrato: a piedi nudi sui sassi neri almeno per un chilometro e mezzo. Ma ne valeva la pena. La spiaggia tornava come nuova.
Il rispetto della sua terra l’ha ereditato dalla madre che accompagnava al di là di Punta dell’Uomo a raccogliere capperi e olive e a trovare ricovero in una delle piccole casupole che ancora oggi si scorgono tra i cannizzuli di quella zona (Punta Lena) che cade esattamente a metà fra il piccolo molo di Stromboli e gli scogli di località Lazzaro, verso Ginostra. Lì era una distesa di olivi e viti che si arrampicavano sulle pendici dello Stromboli così come lo erano i versanti della montagna a San Vincenzo e Piscità, dalla parte opposta dell’isola, quella abitata.
Si era sul finire degli Anni Venti quando gli abitanti erano tremila. “I nostri bisnonni con la loro volontà – scrive Stefanino – hanno fatto un paradiso di quest’isola. Hanno piantato vigneti, piante di olivi e capperi, piante di fichi. Esportavano i lori prodotti in tutta Europa e tornavano con le loro barche cariche di grano. Avevano i loro mulini e facevano farina e pasta producendo anche olio a forza di braccia”.
Poi, il giorno 8 settembre del 1930, il vulcano eruttò. Ci furono sei morti e uno tsunami. Stefanino ricorda quei momenti. “Vidi il mare che si ritraeva – ricorda gesticolando con le grosse mani e guardando in alto con gli occhi celesti – e i pesci che guizzavano sul fondale ormai scoperto. Mio nonno mi disse di scappare e io scappai verso il paese”.
Un fiume di lava invase la spiaggia lunga di Piscità bruciando anche delle barche e un altro rivolo si fermò a ridosso della chiesa di San Bartolo. Gli stromboliani ne rimasero a tal punto terrorizzati che la maggior parte abbandonò case e parenti ed emigrò soprattutto in Australia e in America. Ma la famiglia di Stefanino rimase e, con lei, altre storiche famiglie, come quella dei Cusolito, degli Utano, degli Acquaro, degli Scibilia, e altre ancora.
Tre anni fa una seconda eruzione ha trasformato Stromboli nel vulcano più monitorato d’Europa e già se ne vedono i risultati con una serie di servizi a garanzia della sicurezza della gente. Naturalmente anche quella del vecchio capo-rollo che, indebolito dagli anni, ma irrobustito da un’enorme forza di volontà, si accontenta di arrivare a piedi sempre nudi soltanto fino all’ultimo lembo della spiaggia di Scari proprio nel punto in cui si scorgono “i petrazzi”, testimonianza della parte più vecchia dell’isola, il Paleostromboli.
Al di là di quelle pietre si apre la sontuosa spiaggia di Forgia Vecchia, anch’essa custode di antichi segreti ed oggi accessibile soltanto dal mare. Alla fine c’è un grande scoglio (“u scuoghiu ‘a Madonnuzza”) sul quale c’è una cappelletta con una madonnina a cui Stefanino, devoto da sempre, portava fiori e pregava per sua moglie Antonietta. Ci andava all’alba per scoprire ogni giorno l’affascinante mistero del sorgere del sole.

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