La vita errabonda del dandy che morì a Capri

– di Carlo Missaglia

Quell’ultimo istante di Giuseppe Vannicola su un muricciolo di via Mulo.
Uomo geniale, poliedrico, eccentrico, estroso, tra alcol e fumo che ne minarono la salute. I soggiorni a Napoli e Parigi. L’amore per una nobile russa sul lago di Como. La spregiudicata e lesbica ballerina del caffè “Giubbe Rosse” a Firenze. Gli incontri con Marinetti e Gide. Il continuo peregrinare fra ospedali e conventi. Una vita fuori dalle regole che lo esiliò dal mondo dei letterati. Gli espedienti per sopravvivere.

Accasciato su uno di quei muretti bassi, di pietra granitica che accompagnano da secoli le stradine capresi, agli inizi del Novecento, stava un uomo non più giovanissimo. Era lì quasi aggrappato, in quell’ultimo anelito di vita, alla terra che tanto aveva amato e dalla quale non si sarebbe mai voluto staccare. Le lunghe dita affusolate e ridotte alla sola essenzialità delle ossa e della pelle stringevano ancora quell’ultima sigaretta che aveva accentuato il colore bruno del vizio sedimentatosi nei tanti anni di dissolutezza. Gli abiti di ottima fattura, lisi ma ben curati, puliti, proprio come si addicono ad un dandy, rivelavano la natura dignitosa dell’uomo.
Ad un tratto parve rivolgere gli occhi al cielo quasi a volersi librare con lo sguardo nell’immensità limpida di quel cielo di agosto del 1915. Subito dopo si addormentò nel sonno dei giusti. A guardarlo così, ora sembrava solo una scultura marmorea, ben rappresentata nel dolore della morte, con quel suo vestito di seta bianca che aveva voluto indossare anche in quell’ultimo momento di vita, quasi a testimonianza di una vita intrisa di dandismo e di esaltazioni bohemienne, con quei suoi capelli bianchi anzitempo. Quel che restava di un corpo che forse era stato anche atletico e vigoroso, con un volto i cui lineamenti ancora conservavano una loro bellezza, un fascino signorile e quasi femmineo, ora era lì, privo di ogni energia, disteso su quel muricciolo di via Mulo, in prossimità della Marina Piccola.

Aveva scelto di terminare la sua transizione terrena, proprio in quel paese, Capri, che aveva accolto i nomi più illustri della letteratura, della storia, della musica, dell’arte del suo tempo.
L’avventurosa e intrigante vita di Giuseppe Vannicola aveva avuto il suo epilogo. Uomo geniale, poliedrico, estroso, eccentrico, che riusciva a trattare tutte le corde dell’arte: con perizia ed assoluta dimestichezza della tecnica. Era nato il 18 novembre del 1876 a Montegiorgio, un paesino della provincia ascolana. Il padre ufficiale dell’esercito dello Stato Pontificio gli fece vivere i suoi primi anni di vita in Roma. Il giovane Giuseppe subito manifestò una sua inclinazione per la musica. Si scelse di iscriverlo all’Accademia di Santa Cecilia, con frequenza al corso di violino. La natura insofferente lo portò all’età di sedici anni a lasciare Roma per approdare a Napoli dove si iscrisse al Conservatorio di San Pietro a Maiella. Gli fu concesso di frequentare direttamente l’ultimo anno di violino, per meriti manifesti, senza dover assoggettarsi a nessun esame. A Napoli, conobbe e frequentò il fior fiore della musica napoletana, Costa, De Leva, Valente, Gambardella. Si legò però fortemente al pittore Balestrieri, che presto partì per Parigi. Vannicola, appena conseguito il diploma, lasciò il Conservatorio, e, dopo essersi recato a Roma per salutare la famiglia, partì per Parigi, dove l’attendeva il suo amico Balestrieri. Lì iniziò per lui una nuova vita; si rivelò in lui un’anima bohemienne e maudit. Si iniziò ai piaceri del fumo, dell’alcol, dell’assenzio. Fu introdotto dal Balestrieri stesso negli ambienti più raffinati della cultura europea.

E’ di quel periodo la diceria che egli avrebbe avuto un contatto con Oscar Wilde già malato e giunto ad uno stadio terminale. Nella sua irrequietezza incontrollabile e forse anche perché affascinato dalla lettura del ciclo Le cult de moi di Maurice Barres, dalle opere dell’Huysmans, folgorato dalle vertiginose ascensioni spirituali di Meister Eckart, Ruysbrocck ed Angela da Foligno, abbandonò Parigi per rinchiudersi nella Abbazia di Montecassino seriamente deciso a prendere i voti. Ma ben presto si stancò anche della vita monastica, di cui riusciva ad apprezzare solo la materialità dei profumi dell’orto, dei fiori dei campi, dei canti e delle armonie salmodiali, e si recò a Milano dove sperava di far parte come primo violino dell’orchestra della Scala.
Il desiderio di alcol e di fumo lo riprese, attanagliandolo in una morsa dalla quale non riuscirà più ad affrancarsi. Mentre era in attesa del sospirato ingresso in orchestra si recò sul lago di Como anche per curarsi da una invasiva forma di poliartrite ereditaria e dal mal francese che aveva contratto in uno dei suoi momenti di sregolatezza. E qui che conobbe l’amore della sua vita e il suo mentore, Olga de Lichnizki, una nobile russa ricca bella e di vasta cultura, ma purtroppo minata nel fisico da quel mal sottile così frequente in quell’epoca fin du siecle. Rinvigoriti dalla passione tornarono insieme a Milano, ma lì donna Olga, forse mossa da una gelosia morbosa, pensò che la carriera artistica dell’amato Giuseppe lo avrebbe sottratto al suo amore. Erano giunte al Vannicola molte proposte di concerti anche all’estero. Lo dissuase consigliandolo di coltivare la sua naturale predisposizione letteraria. Aprì il suo salotto ai migliori del tempo. Fu allora che Vannicola conobbe Martinetti. Siamo intorno al 1900. L’anno seguente dette alle stampe la sua unica composizione in versi, il Trittico della Madonna divisa in tre poemetti, Stella matuytina, Rosa Mystica e Causa nostrae letitiae. Vennero poi Sonata patetica del 1904 che Papini così recensì: “Questo libro non è un romanzo per quanto narri alcune vicende d’amore e di dolore di un uomo, non è un poema per quanto prenda in certe sue parti delle mosse di esaltazione immaginosa, non è filosofia per quanto contenga pensieri sulla vita e sulla morte, sulla felicità e sulla musica, e sia tutto invaso da uno spirito schopenhaueriano. Questo libro è qualcosa di meglio: è lo specchio di un’anima. Di un’anima modernissima, ricca di sensibilità e di analisi, capace di innalzarsi nei cieli metafisici con uno smarrimento religioso e di curvarsi sulla terra, a frugare con mani crudeli le proprie debolezze e i propri morbi”.

Con la rivoluzione russa del 1905 le finanze della Lichnizki ebbero un forte scossone. Tutte le sue proprietà furono espropriate o bruciate dai contadini. Vissero così, per alcuni anni, vendendo i gioielli di proprietà di donna Olga finché lei nel 1909 si rifugiò presso certe suore francesi, dove concluse, in grande ascetismo, la sua vita terrena.
Vannicola, che nel frattempo aveva visto peggiorata notevolmente la sua già malferma salute, fu ricoverato al Policlinico di Roma ove rimase dal 22 dicembre del 1910 al 9 aprile del 1911. Quando fu dimesso andò un po’ in giro per l’Italia.
Nel 1908 pubblicò Distacco, sottotitolato Liturgia della terza persona, una raccolta eccentrica di alcuni precedenti suoi scritti. Guglielmo Genua, l’unico a recensire l’opera, lo fece in modo molto singolare: “Il Distacco è un libro che, per fortuna, piacerà a pochissimi. E’ la storia semplice di un allontanamento dalla vita di tutti i giorni verso il sogno, in un cammino echeggiante di risate, risate tanto più piene e nervose, quanto più amaro urgerebbe il pianto”. Nello stesso anno, si spese moltissimo per difendere la scrittrice sua conterranea, Nada Peretti, che aveva pubblicato per i tipi di Lux, L’eredità di Saffo, un romanzo omoerotico, molto sofisticato, che aveva provocato grande scandalo. Sul numero di settembreottobre 1908 del Coenobium di Lugano scrisse un articolo in cui traspariva tutto il suo sdegno per l’arretrato modo di sentire del mondo culturale del tempo.
Giuseppe Vannicola scrisse una “piece” teatrale, “Elsa abbandonata”, che ebbe una tiratura, fuori commercio, di soli cinquanta esemplari numerati che dovevano servire agli attori. La “piece”, una “morale” che mescolava l’allegoria tardo-quattrocentesca alle ironiche screziature linguistiche del Laforgue, non andò mai in scena. Per Vannicola in quegli anni si acuirono le sofferenze dovute alle malattie che lo affliggevano. Non ultimo come avvenimento che gli fece incanutire precocemente la chioma fu la comparsa di una sua sedicente figlia, Maria Teresa, che anche nelle biografie dell’artista rimane un fatto lacunoso.
Cominciò a fare uso di morfina per cercare di lenire i maledetti dolori ossei dovuti alla sua malattia reumatica.

In un momento di particolar vitalità riuscì ad organizzare la venuta a Roma di Gide che tenne una conferenza su Dostoevskj d’apres sa correspospondance. Fu un avvenimento di massimo rilievo che si tenne nella Sala russa in via delle Colonnette e vi parteciparono gli uomini di lettere più importanti.
La malattia però non gli dava tregua tanto da non riuscire a camminare se non appoggiato ad un bastone, e lo si poteva vedere passeggiare nei dintorni della sua abitazione ad Albano, seguito dal fedele cane bassotto Parquet. Dopo il suo ennesimo ricovero in ospedale iniziò per lui una vita di sacrifici. Lo si vide a Firenze dove per l’editore Baldoni fondò una piccola collana di traduzioni e di inediti intitolata “Prose”, ma riuscì a portare a termine solo una parte del progetto. Conobbe in quel periodo una spregiudicata ballerina russa, lesbica, molto amata dalla cerchia dei Futuristi, e chi lo voleva incontrare poteva provare ad andare a prendere un caffè alle “Giubbe Rosse”.
Sono di questo periodo “Arte d’eccezione”,un estremo omaggio ai suoi tre idoli Laforgue, Wilde e Gide di cui furono stampate solo 51 copie, e “Veleno”, un breve racconto deliziosamente malsano e incestuoso. Nel 1912 dopo aver con fatica consegnato tre articoli a “La Voce” fu di nuovo investito dalla solita accusa di plagio.
Amareggiato, cercò sollievo alla sua malattia in varie stazioni termali a Ischia, Salsomaggiore e Uscio, dove si fermò presso il dottor Arnaldi nella Colonia della salute. Lì trovò il modo di guadagnare qualcosa lavorando come segretario del dottore e dirigendo un piccolo bollettino che lì veniva editato. Scomparve, per riapparire a Parigi, presso il suo amico Gide. Riuscì a tradurre ancora Gobineau, Hello, De Quincey e l’immancabile Oscar Wilde. Ben presto si stancò anche della permanenza parigina, ragion per cui, partì per Napoli non prima però di aver fatto una breve puntata a Roma.
A Napoli ebbe, su diretto interessamento di Scarfoglio, una collaborazione al “Mattino”. Scrisse tredici articoli, che ho letto e ho trovato molto interessanti. Vi si possono estrapolare da essi alcuni canoni di quella vita avventurosa che egli ebbe.

Egli osserva: “Bisogna vivere più di una vita! Spingere fino alla passione la curiosità di tutte le emozioni, moltiplicare ed esagerare se stesso e il mondo. Non più essere o non essere, ma essere e non essere, cioè essere e parere, vivere la propria vita e la propria leggenda. Vivere un solo personaggio è poco vivere; e per gustare la voluttà di vivere due o tre morali differenti e contraddittorie bisogna essere artificiali, possedere quello che Maurice Barres chiama il segreto meraviglioso della vita: la serietà che copre e permette tutte le fantasie senza turbare le opinioni ordinarie dell’ambiente”.
La fastidiousness dell’esteta, la posa continua del dilettante stanco e snervato, l’eleganza sfrenata, il maledettismo di netta impronta francese, l’eccesso di regole d’arte e la carenza assoluta di regolarità esistenziale costarono al Vannicola l’espulsione dalla storia della letteratura.
Di questo, però, egli sorriderebbe a fior di labbra, scettico e malinconico; perché non solo non tenne il broncio alla vita, la sua amante deliziosa e crudele: non lo teneva neppure agli intellettuali organici, i quali (allora come oggi) lo guardavano dall’alto in basso, con quella smorfia di superiorità più eloquente e vomitiva dell’odio.

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