La vita felice di Jorge e Maria del Carmen nell’isola di Ons

– di Francesca Romaldo

Lui sa tutto del mare, lei conosce il segreto del “pulpo a la feira”. Non hanno voluto mai andar via e sono rimasti nel loro mondo senza elettricità, comodità e servizi medici legati indissolubilmente dal loro amore e dalla fedeltà alla terra di rocce e gabbiani, al vento, al silenzio dei sentieri, alle piccole barche con la vela quadrata e all’incantesimo dell’alta marea e del mare scintillante di plancton, il “mar de ardora”.

2_m.20091209221925 (61)L’odore me lo ricordo, è di sale, e il vento lo schiaccia in viso violento. Il catamarano “Soy de Ons” si avvicina all’imbarcadero con timore, alle sue spalle il golfo di Pontevedra si allontana lento. Il mare mosso sembra voglia allontanarlo da quelle pietre levigate da secoli di storia, da quel molo che si snoda con malizia su una distesa d’acqua che presto sarà tappeto di rocce. Il sole si riflette sulle incrostazioni saline costringendo i tre marinai a socchiudere gli occhi mentre lanciano le cime per l’attracco. L’isola di Ons accoglie così i suoi ospiti, selvaggia e fiera, li invita tra i suoi sentieri di terra e sassi, li guida alla scoperta di meravigliose leggende dimenticate.
Jorge aspetta il mare sulla terrazza di Casa Acuña, un bicchierino di agua ardiente nella mano scavata dal tempo. Guarda distrattamente i turisti scendere sul molo e dirigersi verso la casetta di pietre dell’ufficio informazioni. Jorge aspetta paziente il mare, ogni mattina, da quando aveva 15 anni. Sa che fra poco meno di un’ora l’acqua lascerà spazio alla terra, ritirandosi fino a scoprire una lunga distesa di rocce brillanti, ricche di crostacei e polipi. È l’alta marea a decidere del suo lavoro e dell’esito della sua giornata.
Fu suo nonno ad insegnargli tutto quello che sa del mare e dei suoi frutti. Ancora suo nonno gli raccontava, prima di andare a dormire, storie di streghe e sirene che popolavano l’isola. Il piccolo Jorge si nascondeva sotto le calde coperte di lana intrecciata dalla nonna quando la notte ascoltava i tremendi ululati provenienti dall’altro lato della costa. Con i nonni e la madre viveva nel piccolo villaggio di O Curro, un grappolo di dieci case a pochi metri dal molo, il principale insediamento umano sull’isola.
Maria del Carmen è la migliore cuoca dell’isola, il suo pulpo a la feira è famoso in tutta la Galizia. Con le mani scottate dal sole riempie d’acqua un enorme paiolo di terracotta, appartenente alla famiglia da generazioni. Qualche secondo dopo l’ebollizione, Maria del Carmen lascia scivolare nell’acqua cinque monetine di rame e poi inizia ad immergere il polipo. Lo immerge una, due, tre volte mormorando parole che hanno perso il loro significato nelle pieghe del tempo e infine lo lascia affondare nell’acqua saporita di cipolla. Ogni mattina, da quando era una bambina, Maria del Carmen si sveglia e va in chiesa, una piccola costruzione con le pareti screpolate da anni di umidità, si inginocchia sul pavimento di mattonelle bianche e prega. “San Xaquinciño da Illa, / danos ventiño na popa. / Qu’ imos de chegar o porto / e temos a vela rota”. “San Gioacchino dell’Isola / dacci il venticello in poppa / che dobbiamo arrivare in porto / e abbiamo la vela rotta”. Prega per gli uomini che andranno a pescare con le loro “dorne”, le piccole barche dalla vela quadrata. Prega per i bambini dell’isola, perché almeno loro possano, finalmente, essere proprietari di quelle case che i loro nonni e i nonni dei loro nonni hanno costruito e che ancora non gli sono riconosciute. Da secoli l’isola passa tra le mani di differenti padroni, prima privati e poi pubblici, che affittano gli appezzamenti di terreno. Gli isolani non sono mai stati proprietari della terra che hanno coltivato, delle case che hanno costruito, in cui hanno fatto nascere i propri figli e hanno visto morire i propri genitori.
Era una ventosa mattina di inizio luglio quando Maria del Carmen e Jorge si sposarono sulla terrazza del faro, un meraviglioso edificio rivestito di azulejos, bianche piastrelle di terracotta verniciata. Dal Faro di Ons è possibile vedere tutta l’isola, l’intero golfo di Pontevedra e, spingendo lo sguardo verso l’orizzonte, le altre isole Atlantiche.
Era tempo di nidificazione e migliaia di gabbiani volteggiavano sulle loro teste, esibendosi in una danza che sembrava volesse benedirli.
Avevano solo venti anni e si sentivano i padroni dell’isola che a quel tempo non contava più di venti abitanti. Che si sposassero era quasi scontato, per i genitori e anche per loro che oramai si conoscevano come fratelli e avevano esplorato l’isola palmo a palmo.
La possibilità di andare via dall’isola, per lavorare a Sanxenxo, gli si presentò fin da subito e la scelta di restare fu per loro tanto scontata quanto lo era stata la scelta di sposarsi. L’idea di dover lasciare quel mare, quei sentieri sterrati, quelle spiagge amene e quei tramonti, era così insopportabile che scelsero una vita felice senza comodità, senza elettricità, senza servizi medici e sanitari piuttosto che un’esistenza triste, lontani dalle proprie radici. Il matrimonio si tenne nella chiesa di San Xaquin, ma le promesse che intimamente si fecero ebbero come teatro il Burato do Inferno, una immensa voragine che scende verticalmente fino al mare.
Tutte le notti il vento gelido della Galizia soffia sulla scogliera. Gabbiani e cormorani cercano rifugio tra le ripide pareti del crepaccio e i loro richiami echeggiano tra le rocce, riversandosi su tutta l’isola, come anime in pena. Gli anziani dell’isola giurano di non aver mai sentito un sasso risuonare sul fondo del dirupo e che, in questo dannato abisso senza fine, il diavolo trascini le anime razziate agli uomini.
Ogni anno, per ricordare il giorno del loro matrimonio, Jorge e Maria del Carmen si accampano sulla spiaggia di Area dos Cans, una distesa di dune bianche e sabbia finissima al lato del borgo di O Curro. Mangiano empanadas e tortillas, brindano con una bottiglia di Albariño agli anni passati insieme, ai loro figli, alla loro isola, aspettano il mare che puntuale arretra. Con la bassa marea, lentamente, dall’acqua emergerà un sentiero di rocce appuntite e sassi scivolosi e l’antico sepolcro sul piccolo scoglio di Laxe do Crego sarà così raggiungibile a piedi.
Restano li, seduti, fino a quando non cala il sole e la luna si alza alta in cielo. Solo allora il miracolo del “mar de ardora” si compie. Un’infinità di minuscoli puntini luminosi iniziano a brillare nell’acqua leggermente increspata, come se centinaia di costellazioni si stessero rispecchiando in essa. È il plancton che dipinge il mare di stelle scintillanti; milioni di esseri microscopici, fluttuanti sotto il pelo dell’acqua, lo inondano di luce.
È davanti ad uno spettacolo del genere che rendono grazie per essere nati sull’isola, per aver incontrato lo spirito antico che vive in quelle spiagge, per aver compreso il suono che riecheggia tra le scogliere, per aver imparato a rispettare il vento, ad ascoltare il silenzio di un sentiero, ad assaporare la pace di un belvedere. Perché loro sono quel belvedere, sono quel sentiero, sono quel vento, perché loro sono quelle scogliere e quelle onde che vi si infrangono, sono quelle spiagge e quelle barche che su di esse si riposano, perché loro sono i suoni, i sapori, i colori dell’isola, perché loro sono l’isola.
La loro casa è il mare, le loro stanze le “dorne” che ondeggiano romanticamente sul pelo dell’acqua, il loro letto è l’insondabile fondale di sabbia e rocce. Come coperta, una trapunta di stelle.

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