La voce e la chitarra che conquistarono Ischia e il mondo

– di Pietro Gargano

Ugo Calise e le estati nei locali dell’isola verde.
Il debutto nelle trattorie di Napoli con un violinista del San Carlo diventato posteggiatore. Il successo a Roma.
La canzone “consegnata” a Peppino Di Capri al “Rancio Fellone”. Il suo pubblico di attrici e regine.
Il jazz, passione vera, e gli incontri con i musicisti americani.

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200504-5-2mUgo Calise, la vera voce ‘e night, era un molisano di Oratino, dove aveva visto la luce il 6 maggio 1921. Nato lontano dal mare, cercò il mare per tutta la vita, scegliendo Ischia – l’isola del padre – come patria di elezione.
Sembrava destinato a una professione borghese, come da tradizione familiare. Papà Aniello, patito della lirica, era medico condotto. Sua madre Luisa Augier era figlia del governatore francese della Martinica venuto in vacanza nell’isola verde con un veliero a tre alberi, all’inizio del Novecento: non si mosse più. Mamma Luisa morì quando Ugo aveva solo sei anni, lasciando anche un altro figlio, Mario, che diventerà professore di fertologia.
Le estati dell’infanzia e dell’adolescenza scorrevano lente tra i profumi di Villa Augier a Casamicciola. A Oratino Ugo studiava, studiava anche la chitarra con il colto maestro Giuseppe Garzia. In Molise fu affascinato dai suoni popolari locali, dalla serenata alla ritmica della banda. Studiò al liceo “Mario Pagano” di Campobasso.
Quando papà ebbe il trasferimento a Lacco Ameno – curava gratis, si meritò una riconoscente medaglia d’oro al valore professionale – Ugo si iscrisse alla facoltà di chimica farmaceutica a Napoli. Studiava e giocava al calcio nell’Ischia, cantava e suonava per i compagni. Ogni tanto arrotondava la paga ricevuta da casa cantando e suonando nelle trattorie attorno a via Mezzocannone. Lo stava facendo, un mezzogiorno, quando in quel locale entrò un concorrente: don Eduardo, ex violinista del San Carlo diventato posteggiatore per necessità. Il musicista non s’ingelosì, anzi ascoltò e disse: “Guagliò, re maggiore e va’ annanze, ca tiene ‘a recchia bbona”. Gli piacque specialmente quel pollice posto in una certa posizione, per dare alla chitarra voce di contrabbasso. A volte lavorarono insieme nei ristoranti ed era bello il contrasto tra il giovanotto abbronzato in camicie sgargianti e l’anziano maestro in impeccabile smoking che suonava i pezzi americani alla maniera di Joe Venuti.
Poco dopo un’orchestrina lo chiamò. Lui lo scrisse al padre: “Fammi togliere questo sfizio, ti giuro che studierò di più”. Bugia. A cinque esami dalla laurea decise che una pedana e una chitarra erano molto meglio degli alambicchi del laboratorio.
Nel primo dopoguerra si esibì nei locali per gli americani, accanto al bravissimo fisarmonicista Ciro Astarita e al sassofonista Tony Grottola poi entrato nel complesso Carosone. Ugo si fece apprezzare per lo spirito giocoso e forgiò il suo stile mescolando la tradizione napoletana al jazz. Furono proficue anche le suonate ischitane col pianista Romano Mussolini, il figlio del Duce, suo grande amico; in quel complesso figuravano anche il cantante Ugo Corvino, studente napoletano, e il batterista Vincenzo Calise.
Nel 1947-’48 Calise andò per la prima volta negli Stati Uniti, in compagnia dell’amico caricaturista Nino Falanga. Partì con l’obiettivo di conoscere Count Basie, suo grande amore musicale; e infatti lo incontrò al “Birdland”, il tempio del jazz.
Alla fine degli anni Quaranta cercò fortuna a Roma, dove tenne il primo recital nel cinema-teatro “Alfieri”. “Una castastrofe – raccontò poi. – Il microfono non funzionava, il pubblico urlava, me ne scappai”. Ma quella voce calda e confidenziale presto piacque. Ugo Calise approdò ai locali chic della capitale, “Kit Kat”, “Open Gate”, “84”, “il Capriccio”, fino a “La Rupe Tarpa”. Si arrangiava facendo pure il barman. Tornò a Ischia sicuro di farcela.
Cantò con un’orchestra da ballo al “Monky Bar”, pizzicando la chitarra negli intervalli, poi a “La Conchiglia” con Romano Mussolini al piano, a “‘O pignatiello” regno di Angelo Rizzoli, infine a un locale notturno pieno di musica, il “Rancio Fellone”, da lui stesso fondato e gestito con l’architetto Sandro Petti.
Turisti e villeggianti napoletani apprezzarono quel trentenne dalla faccia insolente, sempre senza cravatta, che alternava canzoni della tradizione a motivi suoi, sorrideva e faceva sorridere. Si innamorarono di quella voce resa sonnolenta e un po’ arrochita dal whisky.
Dal padre, poeta amatore, Ugo aveva ereditato facilità di verso. Ebbe subito fortuna ‘Na voce,’na chitarra e ‘o poco ‘e luna, musicata da Carlo Alberto Rossi. Slow napoletano di qualità, ‘Na voce na chitarra e ‘o poco ‘e luna fu ripresa da centinaia di interpreti, prima fra tutti gli ultimi posteggiatori. Caterina Valente la tradusse in Una guitare au claire de la lune. Calise e Rossi ci riprovarono con Chitarra mia napulitana, presentata al Festival di Napoli 1956; e centrarono un’altra clamorosa affermazione nel 1959 con Nun è peccato. Peppino di Capri la cantò, giovanissimo, proprio al “Rancio Fellone”. Ugo Calise gliela donò dicendo semplicemente: “Peppì, t’aggia fa sentì ‘na canzone”.
Nel 1957 Calise era stato tra i chitarristi del Festival di Napoli che riepilogarono i motivi in gara. Tornò nel 1960, da compositore, e ottenne il secondo posto con Ué, ué, che femmena!, su versi di Nisa.
Accantonata la rivalità con Roberto Murolo (inventata dai giornali), ottenne altri successi restando in bilico tra Glenn Miller e Luna rossa; sposò l’ex bluebell inglese Daphne Wallastone, conosciuta a Londra (e dire che aveva scritto L’ammore mio è frangese, 1955) e le dedicò la bella Occhi di mare; girò il mondo. Tra gli altri suoi segni di autore: Non lasciarmi! (1955), Com’aggia fa’ (1964), Nisciuno po’ sapè, Napule ‘e mo.
La fama di Calise aveva oramai scavalcato l’oceano, poiché nelle notti isolane erano venute a sentirlo attrici famose come Ester Williams e Anitona Eckberg, Ava Gardner e Zsa Zsa Gabor, e pure Totò e De Sica. Con la bella e sventurata diva Maria Montez ebbe una tenera amicizia giovanile. Divenne al tal punto internazionale che gli amici lo chiamavano “Calais”.
Impegnato in continui viaggi, si esibì a Buckingam Palace davanti alla regina Elisabetta e ai suoi trentatré ospiti tra cui Anthony Eden, Laurence Olivier e Vittorio De Sica. La sovrana, violando il protocollo, accettò il dono del cantante – buste con le foto di Ischia in cui venivano infilati i dischi -, ma in cambio graziosamente gli chiese il bis. Calise cantò ancora davanti a Jackie Kennedy, Giuliana d’Olanda, Federica di Grecia, Maria Pia di Savoia, tanto da meritarsi il soprannome di “il cantante delle regine”. Disse William Walton, il re dei giardini di Forio d’Ischia: “Calise evokes the sensous and nostalgic atmosphere of the Bay of Naples”.
Ugo suonò con celebri jazzisti, di cui divenne amico: Teddy Wilson (che incise alcuni suoi brani, tra cui I am Louis Armstrong, scritta dopo l’arrochimento della voce), Kenny Clarke, Count Basie, Tommy Scott. Adattò alla chitarra una celebre melodia di Harry Carmichael battezzandola Io t’ho incontrato a Napoli. Negli Stati Uniti pubblicò l’album Songs for latin lovers, partecipò al “Perry Como Show” (e Como incise la sua To you) e ad altri spettacoli televisivi.
Compose brani di jazz e rivisitò i suoi brani in chiave swing. Il blues lui lo chiamava blusone. Affiancato da straordinari jazzisti italiani – Cicci Santucci, Mussolini, Sal Genovese – incise il Canzoniere napoletano con 103 motivi celebri, da ‘O sole mio a Napolitan twist. Compose musiche per la tv e il cinema (tra cui I sette mari di Bruno Vailati, Oro rosso nel quale recitò anche e Pane e cioccolata di Franco Brusati).
Se n’era andato da tempo a vivere a Roma e sentiva il peso della nostalgia e dell’ingratitudine di molti. Nel 1994 dedicò un cd a La mia Napoli. Con lui, come ai bei tempi, suonava Romano Mussolini.
Lo uccise un infarto su un treno mai partito da Roma, il 6 agosto 1994. Aveva sbagliato convoglio, si addormentò e non si risvegliò più. A Oratino, Molise natio, i parenti lo attesero invano e diedero l’allarme. Fu trovato solo. Lasciò incompleto un piccolo concerto per chitarra e orchestra in tre movimenti, Un napoletano a Siviglia.
Foto e altri cimeli sono esposti nel Museo di Casamicciola Terme, aperto il 20 aprile 2000. E’ stato istituito il Premio Calise. Eppure, questo straordinario cantautore di una stagione perduta aspetta ancora, questo autore che infilò il jazz nella tradizione e si mosse al confine fra Salvatore Di Giacomo e Chet Baker, questo pioniere di mode nuove, anticipatore di quanto poi hanno fatto Pino Daniele e in maniera più disinvolta Renzo Arbore, aspetta ancora il riconoscimento pieno della sue qualità.
Come sottolinea amaro il suo allievo e biografo Stefano Russo, Calise attende ancora un critico che dia rilievo alla sua opera di “ammodernamento e arricchimento del linguaggio armonico e interpretativo della tradizione. Egli ruppe la monotonia dell’accompagnamento ‘classico’ a favore di un gioco armonico e contrappuntistico più vario e incisivo”.

L’uomo che non amava i Beatles
Il cantante chitarrista Stefano Russo, allievo e biografo di Calise, ha raccontato che il maestro detestava i Beatles, ma non per la qualità della musica, bensì perché li considerava il simbolo del mutamento di costumi che aveva provocato il suo declino. Odiava il suono distorto della chitarra, i capelli lunghi e incolti, i jeans. Lui indossava abiti cuciti su misura e firmati, con classe. Per lui il tempo non scorreva, e infatti non tenne mai un calendario o un diario, e pure l’orologio era impreciso.

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