Lady Liquirizia

– di Mimmo Carratelli

In un libro elegante e suggestivo di Manuela Piancastelli, la storia degli Amarelli di Rossano Calabro, di un prodotto singolare, del successo di un’azienda di duecento anni e di una donna, Pina Mengano, che il matrimonio portò in Calabria dove scoprì la favola di una famiglia tenace e appassionata e la lavorazione affascinante dei fiori giallognoli trasformati nell’aromatica pasta nera.
La manager audace e sofisticata ne ha lanciato la produzione nel mondo e l’ha moltiplicata sino alla creazione della grappa, del rosolio, degli spaghetti e dello shampoo alla liquirizia. Le confezioni originali e le svariate forme del prodotto. La grande attrazione del Museo progettato da Giulio Pane, patrimonio artistico e culturale d’Italia.

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200512-13-3mNon c’era il chewing-gum e succhiavamo liquirizia, bastoncini di liquirizia, rotelle, filamenti, caramelle di liquirizia, il buon sapore rinfrescante, l’aroma dolce e intenso, il mistero di quel nero delizioso. Una storia antica che continua. E ora un libro bellissimo di Manuela Piancastelli, giornalista di valore e donna seducente, percorrendo la storia di Pina Amarelli Mengano, “lady liquirizia”, ci riporta nel mondo quasi fiabesco dei fiori giallognoli della pianta spontanea, dei conci, dei trogoli, delle mole di pietra, delle caldaie, del succo bollente “color tonaca di frate”, un verde-marrone che si fa nero, pasta nera essiccata in forno al punto giusto, identificato dalla sensibilità di un mastro liquiriziaio, per diventare mentine, favette, tronchetti, rombetti, spezzate, spezzatine, confetti di liquirizia.
Quella che Manuela Piancastelli narra a due voci con Pina Amarelli Mengano, e testimonianze suggestive, nel libro edito da Veronelli, stupendamente realizzato, è la storia avvincente di una azienda familiare, dal latifondo al Duemila, che senza tradire il cuore antico dell’impresa si è modernizzata al punto da diventare leader in Europa, patrimonio culturale italiano e una delle trenta imprese continentali con una storia di duecento anni e il peculiare binomio azienda-famiglia.
Pina Amarelli Mengano, donna ubiqua, travolgente, dominante, scolara ribelle presso le suore dell’Istituto Santa Giovanna d’Arco, a Napoli, e poi studentessa del liceo classico Sannazzaro al Vomero, infine laureata in giurisprudenza, andò incontro alla liquirizia nel 1969 e fu un viaggio sentimentale con l’uomo che aveva sposato, Franco Amarelli, a portarla a Rossano Calabro, un paese di radici e monasteri bizantini e di 130 nobili palazzi su un cocuzzolo davanti alle acque verde-smeraldo dello Jonio.
La ragazza brillante e la moglie innamorata entrarono in un mondo fermo a cent’anni prima davanti e oltre la soglia del Palazzo Amarelli in frazione Sant’Angelo, il palazzo quattrocentesco della famiglia del marito, con lo stemma di casa “inquartato” con quello d’Aragona, una famiglia severa ma accogliente, tradizionale e operosa, sotto il dominio del barone Giuseppe Amarelli, don Geppino, un suocero adorabile, che possedeva il più grande e antico concio calabrese di liquirizia.
La fabbrica era un luogo di lavoro e di vita con la suggestione di un’alta ciminiera, dei muri accarezzati dal tempo, dei locali della lavorazione paziente, le cataste delle radici di liquirizia ammucchiate sul piazzale e, all’interno, i macchinari di un processo seducente. La giovane sposa napoletana ne rimase conquistata.
Il marito, Franco, avvocato, è un uomo tranquillo, riflessivo, ma Pina è “un’acqua cheta che dilaga” e dilagò nel benvolere della famiglia Amarelli, del severo barone, del fratello maggiore, don Fortunato, e di Giorgio, il figlio di don Geppino più attento e appassionato alla fabbrica.
La storia della liquirizia incanta Pina che “vive di corsa, senza un attimo di tregua, forte e indipendente” e guarda al futuro dell’impresa man mano che le briglie antiche della famiglia si allentano e il rilancio dell’azienda diventa urgente e necessario.
La storia è una vecchia e bella storia come Vincenzo Padula, calabrese dell’Ottocento, la racconta nel libro. “La regolizia dal fusto liscio e dai fiori giallognoli viene spontaneamente in molti luoghi, ma la coltura è trascurata. I conci, dove si mette a bollire la radice, sono pochi e vi si adopra molta gente, dì e notte, come schiavi negri delle Antille, per sei mesi all’anno, da decembre a tutto maggio, traendo uomini e donne di tutti i nostri villaggi”. E’ un mondo antico di lavoro e di canti, delle prime impastatrici, delle vasche rudimentali d’acqua fresca e corrente per risciacquarvi “i pannellini di liquirizia già rasciutti”.
Fino agli anni Trenta, annota Manuela Piancastelli, le fabbriche di liquirizia in Calabria erano una dozzina, tutte in mano a grandi famiglie aristocratiche che vivevano gran parte dell’anno a Napoli, dai Barracco ai Compagna, dai Pignatelli ai Martucci, che consideravano questa attività marginale rispetto alla gestione complessiva degli immensi latifondi calabri. Ma la famiglia Amarelli ne fece la sua attività esclusiva e orgogliosa, appassionata e tenace, superando i momenti di crisi e l’assalto del colosso dolciario americano Mac Forber, tra il 1935 e il 1940, che piombò in Calabria per comprare tutto e tutti sventagliando le banconote verdi dei dollari. Cedettero tutti, resistettero di Amarelli. E quando, con la guerra, gli americani andarono via, la loro fabbrica di liquirizia rimase l’unica in tutta la Calabria e una delle poche in Italia.
Una radice così forte, una tenacia così fiera, un legame così intenso e romantico catturarono la giovane sposa di Franco Amarelli che, lavorando fianco a fianco col cognato Giorgio, e amando la memoria della famiglia e la sua storia, divenne, lei napoletana, la bella ragazza della liquirizia a Rossano Calabro. Si ritagliò un suo spazio nell’azienda e identificò nella forza della comunicazione lo strumento del volo verso il successo, la svolta dell’azienda-famiglia sulla scena moderna.
L’entusiasmo di Pina, le sue conoscenze, la fantasia delle sue idee fecero breccia. Nel 1979, un film di Salvatore Samperi si chiamò proprio “Liquirizia” e, sul manifesto della pellicola, una giovanissima Barbara Bouchet si mostrò, seducente e ammiccante, con un bastoncino nero tra le labbra.
Scrive il marito nel libro: “La scelta di Pina di radicarsi negli Amarelli ha concorso a riaffermare una identità familiare. Lei è stata affascinata da una storia non banale attraverso la quale ha potuto ricostruire l’economia e la storia di una terra. Io da solo non ne sarei stato capace. Ma Pina sa guardare lontano e ha messo su una rete di comunicazione e immagine sulla nostra reale storia rendendo consapevoli i clienti della singolarità del prodotto, del suo passato e delle sue potenzialità”.
Pina Amarelli Mengano è un vulcano di idee nella sua casa davanti al mare di Napoli, “donna energica e dolce, antica e moderna, fantasiosa e coraggiosa, che sente scorrere nelle sue vene la liquirizia”. Diventa l’anima della storica azienda di Rossano Calabro, l’anima, la manager e la poetessa.
Immagina e realizza confezioni preziose e particolari, pezzi unici, con le immagini di opere di Paul Klee, e vecchie pubblicità aziendali, e figure suggestive, gli gnomi nel bosco incantato, i bambini fin de siècle, un Arlecchino su sfondo veneziano che lancia in aria spezzatine e rombetti di liquirizia. Moltiplica e diversifica la produzione con intuizioni geniali: la grappa, il profumo, lo shampoo, il rosolio, gli spaghetti alla liquirizia, e cioccolatini, torroncini, cornetti, gelati, sassolini di liquirizia. Il fatturato dell’azienda raggiunge vertici altissimi, dai 412 milioni di fine anni Settanta ai tre milioni di euro del 2003 con un incremento costante.
Per dieci anni, la donna fantasiosa e irrequieta insegue un sogno, il Museo della liquirizia, e lo concretizza nel 2001, progettato dall’architetto napoletano Giulio Pane e intitolato al cognato Giorgio venuto a mancare. Nel Museo, “il rapporto tra presente e passato emerge subito” nella convivenza tra vecchi ambienti e fibre ottiche, tra pavimenti in cotto e acciottolato e lampade al krypton, e le vetrine “che somigliano ai trumeau di fine Ottocento”, le biografie degli antenati, selle inglesi “avute in cambio della liquirizia”, abiti antichi e preziosi che la nobiltà di provincia indossava andando a Napoli per le feste più sontuose, e poi le scatolette di liquirizia di tutti i tipi e di tutte le marche, una tappa affascinante per i viaggiatori che giungono a Rossano Calabro, un vero e proprio patrimonio artistico e culturale d’Italia.
Questa è la storia antica che continua della liquirizia calabrese e di Pina Amarelli Mengano raccontata e illustrata nel libro di Manuela Piancastelli, un omaggio a un prodotto singolare e a una donna fantasiosa e fantastica.

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