L’alloro magico di Virgilio

– di Claudio Calveri

Il mistero dell’albero che ornava la tomba del poeta ai piedi della collina di Posillipo.
Un prodigio della natura.
Spogliata continuamente dai visitatori, che ne portavano via i rametti come souvenir, la pianta si rigenerava a ritmi superiori a quelli normali.
Le descrizioni dei viaggiatori del Grand Tour.
La progressiva scomparsa dell’albero e il dubbio di un botanico che fosse un leccio.
Ma, poi, i resti mortali di Virgilio esistono veramente?

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200604-14-3mSi chiamava “Grand Tour”. Era il viaggio di formazione che nell’Ottocento la buona gioventù europea intraprendeva, una peregrinazione a volte destinata a durare anche un lustro, in giro per la penisola italiana. Un cammino alla scoperta delle bellezze artistiche e naturali dell’Italia ancora divisa in principati, regni e granducati vari. Tappe obbligate erano Milano, Venezia, Bologna, Loreto, Firenze, Roma, ma anche le isole e le coste, con particolare riferimento a quelle delle località del Regno delle Due Sicilie. Le bellezze di Napoli, le rovine di Pompei, i colori di Capri ed Ischia, la rabbiosa maestà del Vesuvio, la nobiltà di Palermo, di Siracusa, il panorama sui templi di Agrigento, tutto veniva immortalato in resoconti di viaggio divenuti col tempo dei veri e propri classici della letteratura e della storiografia.
I diari dei viaggiatori possono definirsi come delle vere e proprie guide turistiche ante litteram, essendo in genere formulate in tono colloquiale e divulgativo. Nei loro scritti i diversi autori riversavano le proprie impressioni, documentando anche tradizioni ed usanze locali. La tensione descrittiva di questi appunti di viaggio catturò quindi molte curiosità sepolte nel passato delle singole località per poi restituircele oggi intatte e circostanziate.
Volendosi attenere alla realtà della costa campana, uno degli aneddoti maggiormente accattivanti è senz’altro quello inerente l’alloro magico di Virgilio.
Una delle mete preferite di molti turisti-studiosi nella città partenopea era infatti la tomba del sommo poeta della latinità, posta ai piedi della celebrata collina di Posillipo. Spinti dall’identico fervore che oggi anima le migliaia di giovani che ogni anno scalano i ripidi vialetti del cimitero del Père Lachaise a Parigi per rendere l’estremo saluto – anche se lievemente fuori tempo massimo – a Jim Morrison, icona rock del Novecento, molti erano i rampolli delle buone famiglie europee che dalla fine del Settecento sfruttavano l’occasione di un passaggio nella capitale del Meridione per toccare con mano il mausoleo dedicato all’autore di una delle più belle soap opera dell’antichità, quella Eneide che ancora non rischiava di essere sfigurata in una qualsiasi trasposizione televisiva. Se si aggiunge che per i napoletani la figura di Virgilio ha sempre avuto una connotazione magica, il quadro della idolatria pagana può dirsi completo.
Dalla lettura incrociata dei documenti si evince che non mancarono accesi dibattiti circa la celebre tomba del poeta. Schiere di fan mascherati da eminenti studiosi dissertarono a lungo sulla plausibilità della presenza dei resti mortali di Virgilio in quel luogo, con un accanimento pari a quello profuso, secoli dopo, per stabilire se Elvis Presley fosse effettivamente deceduto o meno. Ancora oggi, in barba al comune senso del simbolico, si adombra che le ceneri del poeta siano state sparse all’altezza della seconda pietra miliare della antica strada per Pozzuoli, oggi una moderna galleria percorsa dal traffico automobilistico, altri ancora sostengono che le spoglie riposino nella zona orientale del Vesuvio, seguendo una interpretazione peculiare di un oscuro brano di Stazio.
Incuranti della ingente messe di possibilità alternative, sin dal Settecento i visitatori della tomba si contavano a migliaia. Nel via vai, l’unica cosa certa è che ciascuno sceglieva di prendere e portare con sé un rametto della imponente pianta di alloro che, secondo il racconto, ornava quasi seppellendola la tomba del letterato. La vox populi voleva infatti che quella pianta avesse proprietà magiche, e segnatamente apotropaiche. La deleteria abitudine della caccia al souvenir cominciò quindi a funestare il sito, con una continua devastazione del sacro arbusto. Secondo la tradizione si credeva che la pianta in questione, proprio per la sua caratura magica, fosse in grado di rigenerarsi a ritmi superiori rispetto a quelli ordinari, in modo da sopperire senza problemi alle esigenze del pubblico in visita.
Henri Misson, nel suo “Nouveau voyage d’Italie” del 1812, riporta che “sulla cima del sito si trova un albero d’alloro che, sebbene venga privato dei suoi rami, ne germoglia sempre di nuovi, in continuazione”. Il che, rimarca, era perfettamente in linea con l’idea che i napoletani si erano fatti del poeta, nella loro considerazione “un po’ santo, un po’ mago”.
Era stato lui, secondo la tradizione, a “bucare la collina di Posillipo (creando la strada per Pozzuoli, ndr) e aveva effettuato altri prodigi”. L’alloro di Virgilio era una attrattiva notevole sin dal 1739, se il presidente De Brosses, in visita in Italia in quegli anni, già ne sottolineava la presenza, scegliendo però di parlarne in un taglio naturalistico più che magico, segnalando “il prodigio della natura, che ha fatto crescere un albero di alloro proprio sulla tomba del poeta”. Anche nel suo racconto pareva assai difficile che i visitatori della tomba accettassero di lasciare il sito senza avere prelevato la loro porzione di alloro magico.
Grosley des Troyes, nelle sue “Observations d’Italie” ritenne di rinsaldare poi l’aura mitologica che aleggiava sull’albero, sostenendo che esso “cresceva sulla nuda roccia, trovando nutrimento solo da ciò che le radici trovavano insinuandosi tra le pietre del mausoleo”. Con precisione certosina annotava anche che i turisti ne prendevano dei rametti che attorcigliavano a guisa di cordame, attaccando poi ad una delle estremità della piccola fune ottenuta un sasso, raccolto nelle vicinanze. L’autore rincara la dose segnalando come il versante della collina dove sorgeva la tomba (siamo alla metà del 1800) fosse “privo di vegetazione in generale, non occupato che da sassi e rovi”. In questa cornice desolata, “l’alloro di Virgilio invece, sempre vigoroso, sempre fiorente, ripara le sue perdite giornaliere”. Come dubitare allora della sua natura magica?
Purtroppo, successive testimonianze e cronache di viaggio parlarono sempre meno dell’alloro magico, se non per segnalarne la progressiva scomparsa ad opera degli implacabili cacciatori di souvenir. Un duro colpo al mito fu assestato anche da un esperto di botanica della ridente città di Digione, tale Monsieur Liègeard, il quale nel 1833, vedendo l’albero di alloro, sostenne che di alloro non si trattava, ma di leccio, in realtà all’alloro molto simile. La sua tesi fu però trascurata come una qualsiasi eresia dai molti appassionati che continuarono a strappare un pezzetto di mito assieme ad ogni rametto fronzuto. Con buona pace del grande Virgilio.

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