L’amore perduto del prigioniero di Porto Azzurro

– di Giuseppe Pompameo

Quei messaggi di luce di lei, diretti alle mura del penitenziario, parlavano a lui nelle notti interminabili.
E lui, alle tre di ogni pomeriggio, sventolava un fazzoletto bianco.
Fu la loro “corrispondenza” di saluti e di promesse.
Ma quando le porte del carcere si aprirono…

200706-12-1mCerto, starsene lì, rinchiuso per trent’anni a fissare dalla cella quell’avanzo di mondo sospeso fra due parentesi d’azzurro non era stato il massimo della vita. Fortuna che per Francesco G. era tutto finito, i secondini, lo spaccio, l’ufficio matricole, la segreteria, ed ora il portone del carcere lentamente si chiudeva alle sue spalle.
Quella mattina, appena fuori dal penitenziario di Porto Azzurro, l’isola, vista da lassù, gli sembrò di colpo immensa, un continente a fior d’acqua, quasi un altro luogo. “Fine pena mai” c’era scritto sul foglio che lo aveva accompagnato in galera, giovane e ribelle, ma lui – il suo avvocato glielo aveva spiegato bene – sapeva che, prima o dopo, sarebbe comunque uscito di là. E quel momento, adesso, finalmente era arrivato, una mattina tersa d’agosto, con le barche al largo e la spiaggia, piena zeppa di villeggianti, che da laggiù gli strizzava l’occhio, sembrava un film in cinemascope, senza sonoro.
Ad aspettarlo nessuno, soli, lui e la sua ombra di passo. Che strano, non c’era neppure Adele B., anzi Adelina, l’aveva chiamata da sempre così, la sua donna. Conosciuta per caso, per fortuna, attraverso le sbarre dell’unica finestra che gli era rimasta. Lui, lassù, ad aspettare finalmente “il giorno buono”, la libertà, lei, dalla punta del suo balcone vista porto, che, quando era bello, si arrampicava con quegli occhi taciturni e senza sottintesi fino al quadrato di luce del suo domicilio forzato per veder sventolare, ogni pomeriggio, puntuale alle tre, un breve fazzoletto bianco agitato nell’aria complice della controra.
S’erano scrutati così, per trent’anni, senza mai conoscersi davvero, mai un incontro, una visita, una lettera, mai. Adelina era bella, ripeteva spesso Francesco, somigliava all’Elba, a quella solitudine di terra alla fonda in mezzo al Tirreno che verso sera s’accendeva dell’ultimo rosso del tramonto, prima di fermarsi a riluccicare al buio, come una nave al largo, i viaggiatori spettinati di fronte all’orizzonte.
Sì, Adelina era proprio bella, c’era da perdersi nel suo sorriso velato di malinconia, dissimulato, a volte, da un vago, improvviso imbarazzo, appena celato dal gesto pudico delle dita, leste a proteggere quel quarto d’insensata allegria.
Peccato però che lui l’avesse sempre intravista, anzi, per meglio dire, immaginata, in fondo l’aveva amata, sin da subito, come si ama un’idea. Tutte le notti, a mezzanotte, lei, da laggiù, puntava un piccolo faro verso l’alto e, dal cielo, quel raggio bianco, rimbalzava di sponda nello specchio freddo del cielo di Francesco, mentre lui, le mani strette alle sbarre, teneva la testa schiacciata contro le quattro assi di ferro e sorrideva, sorrideva e sognava.
Sognava quel giorno senza nuvole che ora stava cominciando, che s’incollava alla pelle, quasi a ricordargli che fuori era estate, che era tempo di prender per mano Adelina e correre al mare. Peccato soltanto che Adelina, quella mattina, non fosse là ad aspettarlo. Pazienza, fra poco l’avrebbe raggiunta a casa. Si voltò un attimo indietro, un attimo interminabile, a guardar la vita che si lasciava alle spalle. Avvertì come una vertigine, una specie di corto circuito tra nostalgia e speranza, fra la tristezza e quell’ebbrezza di felicità che neppure provò a misurare.
In fondo, Francesco alla sua galera un po’ s’era affezionato, da lì, per trent’anni, aveva origliato il tempo del mondo, sotto nuvole che ormai conosceva a memoria. Spesso si domandava se, magari, fossero le stesse, solo un po’ più lise, di quand’era ragazzo e le osservava, col fiato corto per lo stupore, dal molo del suo paese in riva al Canale di Sicilia. Chissà se erano le stesse nuvole che anche Adelina, mentre stendeva alla luna il bucato, guardava la sera dalla sua terrazza.
L’Elba. Adesso ce l’aveva tutta distesa, supina davanti, con i suoi vicoli, le sue stradine, le curve e i tornanti, le viti e gli olivi. Un sogno ad occhi aperti, anzi un sogno in bianco e nero che, a poco a poco, si materializzava, come una polaroid che prendeva lentamente colore.
Gli pareva già di vedere, oltre la collina, il centro di Portoferraio, la casa del Bonaparte che incombeva dall’alto, e, più in là, Marciana, Rio Marina, Marina di Campo… una chiazza di terra e verde che sconfinava nell’azzurro pastello delle distanze, appena violato, laggiù, dalle scie dei traghetti sulla rotta di Piombino, ferite d’acqua suturate in un istante dal blu.
Posò un secondo sull’asfalto due sacche nere di biancheria ed effetti personali, il suo bagaglio, poi tirò un sospiro, le raccolse con la sinistra e andò. Prima, unica destinazione, la villetta di Adelina. Strano, rifletté mentre si avvicinava, davvero strano che lei non fosse neppure affacciata al balcone. Affilò meglio lo sguardo.
Nessuno. Eppure doveva esserci, glielo aveva promesso la sera prima, tre colpi di faretto, uno via l’altro, come fuochi d’artificio sparati tra le stelle e il buio, ad anticipar la gioia.
Francesco stesso le aveva annunciato la bella notizia, al solito alle tre, sventolando stavolta non uno, ma due fazzoletti bianchi, uno per mano, oltre le sbarre, a farle intendere che, ormai, era quasi libertà.
Già, la “libertà”. E adesso che era libero – ma poi, libero da che? – a cosa gli serviva tutta quella “libertà”, se, trent’anni dopo, quasi quasi neanche sapeva più cosa farsene? Fuori, intanto, era cambiato tutto.
Finanche i colori degli alberi, delle foglie. Le cose avevano altre sfumature, a lui sconosciute, perfino la sua ombra a picco sull’asfalto al sole flagrante di mezzogiorno gli sembrò, di colpo, più minacciosa. Fortuna che cento metri più giù c’era Adelina ad aspettarlo… Tra non molto avrebbe lasciato al di là della porta quella sua maledetta ombra e via, dentro casa con lei, a far l’amore, proprio come aveva fantasticato per anni, più bello che se fosse stato vero. Eppure qualcosa non gli tornava.
Lì intorno c’era un silenzio da paura, più di quanto ce ne fosse in carcere.
E poi c’era tanta, troppa vita distratta, indaffarata, tutti che andavano di fretta, che ti guardavano e neppure trovavano il tempo di dimenticarti, che non si fermavano mai, in preda ad un’altra, febbrile, misura del tempo.
Proprio come raccontava la tivvù.
E lui che non aveva mai creduto alla televisione… Gli uomini, le donne, i bambini, il loro modo di vestire, di parlare, le auto, il traffico, l’aria che tirava, tutto diverso, neanche fosse passato un secolo, e non trent’anni soltanto. Il mondo che era andato molto più veloce della sua fantasia.
Davanti al cancello chiuso della villetta di Adelina restò un giorno intero, un intero giorno vuoto. La casa, in realtà, sembrava abbandonata, disabitata da anni, da sempre, nemmeno un cane a far la guardia. Continuò a chiamare “Adelina, Adelina” per tutto il pomeriggio, inutilmente.
Osservando meglio la palazzina si accorse che i muri esterni erano tutti scrostati, l’intonaco calcinato, mezzo cadente, che, attraverso i vetri spaccati delle finestre, s’intravedevano solo stanze vuote e piene di vento, bianche di mobili e pavimenti, soffitti di polvere, e neppure un’anima viva a spiegare dov’era il trucco.
Sotto il pulsante d’un vecchio campanello arrugginito neppure il nome di chi forse, una volta, aveva vissuto lì.
Si stava facendo scuro. L’isola respirava ancora l’aria lieve del pomeriggio e già annusava la sera, la notte, le ore indolenti della passeggiata sul lungomare di Portoferraio. Faceva caldo, molto caldo. Laggiù, nell’ultima mischia di foschia e luce del tramonto, le barche, solitudini a pelo d’acqua, scivolavano lente, indifferenti, a coprire le poche miglia che dividevano l’Elba dalla terraferma.
Passò il buio, ma di Adelina nessuna traccia. Per Francesco solo un ricordo, un ricordo di niente – o un sogno? – durato trent’anni.
All’alba, seduto di schiena al cancello, scrutò la curva d’orizzonte che mancava al mattino. Si sentiva una strana specie di randagio in mezzo a quel mondo che non riconosceva, che ormai non gli apparteneva più.
Non gli restavano che l’isola, uno straccio di futuro e il nome di Adelina.
Già, Adelina. Scomparsa di colpo dalla sua vita o, forse, dai suoi sogni, come una sirena, proprio quando – guarda un po’ – era uscito di galera. Che strana coincidenza… Lei e la sua idea di libertà sparite, insieme, proprio adesso che credeva d’esser tornato finalmente un uomo libero.
Soltanto ora se ne rendeva conto, non era mai stato tanto libero come quando l’aveva attesa, immaginata, perfino sognata, quella dannata impostura che ancora si ostinava a chiamare “libertà”.
Francesco G., fine pena mai…

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