L’anello di nozze di Alfonso Gatto

– di Sebastiano Saglimbeni

Al poeta povero del Sud vagabondo lo regalò l’amico Gilberto Altichieri dopo averlo comprato con una colletta fra scrittori e artisti.
Quegli incontri a Verona nella Galleria d’arte dei fratelli Ghelfi.
Le esperienze da attore con Pasolini e Rosi.
La passione per la pittura.
Gli scritti di Bo, Pento e Ramat.

La tragica fine sulla statale Aurelia in un incidente d’auto.
Il ricordo di Giuseppe Leonelli in occasione dell’uscita del volume “Tutte le poesie”.
L’impertinenza del giovane Giuseppe Piccoli.
La testimonianza di Marisa Benini: “Era alto di statura, pareva un apostolo”.

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200707-13-2mDel poeta, dell’uomo del Sud “vagabondo” Alfonso Gatto e del suo pensiero scritto, a distanza di trent’anni dalla sua scomparsa… Voglio sentitamente ricordarlo, attraverso, in special modo, alcune carte scritte e testimonianze vive. Solo alcune carte, in quanto, la bibliografia sul poeta è molto densa.
L’ho conosciuto a Venezia. L’ultima volta che l’ho rivisto è stato a Verona dentro la Galleria d’arte “Volto San Luca”, che gestiva la signora Lucia, zia-madre dei fratelli Giorgio, Roberto e Cesare Ghelfi.
Quest’ultimo, detto Bruno dagli amici, ieri gallerista, oggi è solo un libraio che si cova dentro noia e vuoti di sfiducia nei confronti dei titoli o libri perché la gente non li “divora” più, come un tempo, anzi, lui dice, correggendosi, mai li ha “divorati”. I tre Ghelfi, ora ultrasettantenni, sono nati, si può scrivere, come abbagliati dai colori e dalle parole, voglio, specificatamente dire, tra la pittura e i libri, di artisti e di scrittori contemporanei con certa storia, ma pure esordienti.
Mi sto soffermando su questa famiglia riunita, in quanto, per diversi anni ha praticato il poeta. Che, presso Giorgio, in Montecatini e in Verona, stazionava di frequente. O per scrivere, in compenso, qualche volta, pezzi d’arte commissionati dallo stesso Ghelfi o perché gradito, illuminante ospite in casa di questo gallerista benestante e pure misuratamente generoso.
Alfonso Gatto si congedò dal mondo il 7 marzo del 1976, all’età di 67 anni, alla stessa età di Salvatore Quasimodo. Si congedò da quel mondo, che amava amaramente e che aveva saputo, in qualche modo, intendere e sopportare con la sua poesia e con la sua diversa e varia scrittura che giornali e riviste accoglievano.
Morì tragicamente, in seguito alle gravi ferite riportate in un incidente automobilistico sulla statale Aurelia nei pressi di Capalbio di Orbetello. Guidava la vettura, sulla quale viaggiava la sua compagna, assistente universitaria, Maria Minucci, di anni 27, con a bordo la madre Orietta Maccari di 56 anni.
Le due donne, che riportarono varie ferite, non gravi, poterono salvarsi.
Tempestivamente, il giorno dopo, Carlo Bo scrisse per il “Corriere della Sera” un suo contributo di grande spessore, sotto ogni profilo, non escluso quello del colore riguardante l’uomo amico, povero, sempre “vagabondo”.
Scrisse, fra l’altro, il valoroso saggista ed ispanista: “Chi non ha conosciuto Alfonso Gatto nei primi anni Trenta, quando era stato indicato da Montale per il suo primo libro Isola e subito dopo aveva confermato la forza e la ricchezza della sua visione poetica con Morto ai paesi, non può immaginare quale fosse la sua grazia naturale e come lo trascinasse la vocazione a cui è poi rimasto fedele per tutta la vita”.
E proseguiva che il poeta era uno tra i pochissimi in un mondo poco attento e “distratto e contrario a pretendere per sé” la qualifica di poeta, “definizione su cui, del resto, ha regolato la propria esistenza, evitando ogni altra soggezione di comodo o catalogazione professionale”.
Alfonso Gatto, non solo poeta, ma pure pittore ed attore. Tutte e tre le qualità gli si addicevano, soprattutto quella di attore naturale campano nella società e nella cerchia di amici sparsi in tutta Italia. Ma a quale genere si prestava la sua maschera? Al genere tragico, di un tragico contenuto, sopportato, mai scoppiato.
Fu egli, in effetti, attore per conto dei registi Franco Rosi e Pier Paolo Pasolini. Il suo tragico traspariva da quell’antifascismo che professava, ma senza fanatismo, per questo, subì una breve carcerazione, ma amara e generatrice di riflessioni che via via si erano trasmutate in efficaci interventi, spesso caustici, orali e scritti dopo quella esperienza di prigione politica. In una sua silloge poetica del 1953, dal titolo La forza degli occhi, che ricorda nel suo pezzo Bo, si evince, e non pare oggi si possa leggere appannato, un linguaggio e un contenuto vibranti. Nella sua prosa, i motivi agilmente civili indovinati e sofferti ad un tempo.
Carlo Bo, assieme a Bortolo Pento e a Silvio Ramat rimangono i suoi più attenti studiosi. Dirò più avanti di Bortolo Pento e di Silvio Ramat. Rilevando ancora da Carlo Bo: il saggista sottolinea l'”intelligenza critica che spesso era pari alla sua foga poetica e alle baldanze delle sue sfuriate”.
Lo studioso pure non dimentica di esserne stato, assieme ad altri, spettatore e vittima di quei momenti insurrezionali che sconvolgevano il cuore del poeta, ma che “non c’era da adontarsi”, in quanto si “capiva che Gatto aveva della vita degli uomini un’idea amorosa e per questa idea, che nessuno avrebbe mai saputo soddisfargli o restituirgli, era pronto a battersi sapendo d’altronde benissimo che sarebbe stato inutile perché l’ultima parola avrebbe sancito la sconfitta delle sue azioni”.
Lo studioso, avviandosi alla conclusione, scrive che “verrebbe naturale dire che il suo destino si è chiuso puntualmente con la vittoria dell’ombra perpetua, ma che “sarebbe tradire tutto quanto Alfonso Gatto ha fatto gettando sul tavolo della sua vita passione, generosità, fede nella poesia, insomma il suo vocabolario poetico che è stato uno dei più ricchi e splendenti del Novecento”. Ed infine, lo studioso auspica che né morte né oblio potranno appannare del tutto il pensiero scritto del poeta (“capitale unico”), e che pure i lettori di domani potranno avere dai suoi versi un segno, un richiamo e che nella “pazienza del tempo” avranno imparato questo “poeta di vigilia, in allarme, pronto a gridare e subito dopo a piangere, un cuore che nessun disordine riuscì mai a scalfire né – tanto meno – ad addomesticare con il codice delle opportunità”.
Piovve dell’oblio sul poeta dopo la morte, come su tanti, ma per poco, perché, proprio di recente, le cronache letterarie l’hanno ricordato per la circostanza dell’uscita di uno splendido volume, Tutte le poesie di Alfonso Gatto, edito da Mondadori, a cura del saggista e poeta Silvio Ramat. A darne notizia di questa resurrezione poetica, che si auspicava Carlo Bo, fra la stampa quotidiana e periodica, è “la Repubblica”, che divulga un lungo servizio dal titolo principale, “Quei versi di Gatto pieni di vertigini”, a firma di Giuseppe Leonelli.
Una sobria ricchezza di scrittura, di ricognizione, se così si può definire, questo servizio, che riattiva la memoria sul poeta, sebbene si possa intendere come un solito, obbligato ritratto di uomo e di opera, ma riscopre Giuseppe Leonelli quel vero capitale poetico lasciatoci da Gatto quando afferma che “ha di suo dall’esordio, rispetto agli altri, una particolare sensibilità impressionistica e sensoriale, disposta al canto fino al virtuosismo metrico, che si sviluppa e dilata in una ricchissima, pressoché prodigiosa vena analogica”. In seguito, in questo mini-saggio sul quotidiano, un riferimento all'”effetto, nei paesaggi più alti” che rimane “qualcosa come una dolce alogìa, un vertiginoso fluire di immagini rampollanti l’una dall’altra, (“surrealismo d’idillio”, lo definì Giansiro Ferrata) sottese e spesso originate da una raffinata orchestrazione fonosimbolica, di evidente origine pascoliana”.
Bortolo Pento firmò nel lontano 1972 un saggio dedicato al poeta per la collana “Il Castoro” dell’editrice fiorentina La Nuova Italia. Ricordo che questo lavoro, ancora fresco di stampa, venne solennizzato con una presentazione nella sede dell’Agenzia della Casa editrice, in Verona, allora gestita da Ferruccio Arrigoni.
Seguirono vivaci dibattiti, promossi da Jean Pierre Jouvet, redattore della pagina culturale del quotidiano “L’Arena”. Fra i presenti, l’illustre giornalista, uno dei più geniali traduttori di Katherine Mansfield, Gilberto Altichieri, amico, durante gli anni giovanili a Milano e dopo, di Alfonso Gatto. Altichieri, fra l’altro, si lasciò sfuggire una nota di colore sul poeta. Raccontò di una colletta che amici, scrittori ed artisti, vollero sottoscrivere per l’acquisto della fede nuziale con la quale il poeta povero inanellò la sua donna nel giorno delle nozze. L’unione non durò nel tempo.
Il poeta non proferì una sola parola a quella testimonianza dell’amico veneto Altichieri, s’irritò, invece, a qualche quesito che non ritenne giusto, come quello del giovane poeta Giuseppe Piccoli, che aveva considerato le rime di Gatto dal sapore canzonettistico. Piccoli fu messo a tacere, con le parole: “Scriva pure, se ne sarà capace, un saggio sulla mia poesia”. Piccoli, mio amico, la cui vita si concluse giovane e troppo tragicamente, come scriverò in altra sede, arrossendo, non proferì più parola, abituato com’era ad intervenire eccessivamente e con scatti nevrotici negli incontri culturali in Verona.
“La poesia non è né un’enfasi, né una retorica, né una scommessa: è un accertamento di realtà, un accertamento di misure, di limiti, di figure”, aveva, come focalizzato, Gatto, in una sua intensa dissertazione pronunciata durante una tavola rotonda a Portoferraio nel 1969, alla presenza di Montale, Böel e Geno Pampaloni che fungeva da presidente. Bortolo Pento, in apertura del saggio, ne riproduce tutto il discorso, che vuole essere la risposta ad una domanda riguardante l'”area di significati coperta dal termine ‘letteratura’ in rapporto ai contenuti ideologici, sociali e politici” che esprime lo scrittore. Pento, come Bo, ricorda la silloge Morto ai paesi, che “è senza dubbio ‘Musica’. In una temperie linguistica discriminante sul filo di un gusto soggettivo e già storicizzato qui si insinua e prende rilievo un principio – anche tecnico – di strutturazione composita nel senso di una coerenza logica, che è poi quella di una linea verosimilmente narrativa, riferita ad uno dei temi chiave di Gatto: il tema della morte”.
Quanto la scrittura di Gatto possa durare non ci è consentito prevederlo.
Il contributo di Ramat, ch’è fresco di tempo e fresco come concezione, sicuramente completa appieno il ritratto di uomo e di opera di Gatto.
Ne riconferma quella poesia di spicco del Novecento, già descritta, ma pure ne avverte certo superamento, per l’incalzare e il prevalere di altre poetiche, che vanno oltre alle nuovissime e trovano in qualche modo accoglimento nelle generazioni dei giovanissimi, non solo alienati dalla cultura mediale e digitale. Vale qui la citazione di un tratto, estratto verso la fine del saggio, di Ramat, che così recita: “Il lessico permane quasi intatto nel corso dei decenni, di libro in libro; ma con una prodigiosa facoltà di trasformazione, cioè di incremento semantico, in ciascun lemma e sintagma. Gatto è quella specie di poeti che non largheggiano nella quantità, nel numero, esercitando l’estro di una rielaborazione combinatoria ininterrotta, e più divertita, più l’impresa è difficile, su un vocabolario relativamente esiguo (è un po’ quel che accade a Saba)”.
E per ultimo. Ad una mia domanda fatta a Marisa Benini, libraia da una vita, sull’uomo Gatto che conobbe e che meglio, con più acutezza, da donna, scrutò, mi risponde: “Era alto di statura, pareva un apostolo, aveva gli occhi belli, quelli che spesso si vedono brillare sui volti malinconici dei poveri. Sapeva parlare con quel tono meridionale, preciso e ricco di nuovi contenuti”.

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