L’angelo biondo del ring

– di Mimmo Carratelli

La vita bella e disperata di Tiberio Mitri e Fulvia Franco, a dieci anni dalla morte del campione, in un libro appassionato e documentatissimo di due giornalisti triestini, Degrassi e Baf. Il drammatico giorno della fine e il ricordo della coppia piu bella dell’Italia del dopoguerra. Il devastante match con Jake La Motta, la ripresa, i film, la separazione, il declino, l’amicizia di Lino Capolicchio, l’Alzheimer, gli arresti, le nostalgiche serate nelle trattorie romane sino alla passeggiata suicida sui binari della ferrovia per Civitavecchia.

Un uomo cammina solo sui binari della ferrovia da Roma a Civitavecchia. E l’alba di un giorno di meta febbraio di dieci anni fa. Indossa un giaccone blu, vecchi scarponcini marroni, un berretto beige calato sui capelli che erano biondi e sono diventati bianchi. Lentamente va incontro alla morte quando sopraggiunge il treno 12226 all’altezza di Porta Maggiore, alla periferia di Roma. Il macchinista frena, ma non puo evitare di travolgere l’uomo. Un agente ella polizia ferroviaria scende dal treno. Il corpo dell’uomo giace straziato fra le traversine. L’agente gli trova un documento in tasca. “Qui c’e scritto Mitri. E’ Tiberio Mitri, il pugile”. Erano le 6,48 del 12 febbraio 2001. Mitri aveva 74 anni, non proprio un’eta da vecchio, ma lontano dalla boxe era invecchiato.

Era stato l'”Angelo Biondo” del ring, triestino, di statura media (1,72), un fascio di muscoli guizzanti. Inizia cosi l’appassionante libro di Roberto Degrassi e Severino Baf, due giornalisti triestini, che rende omaggio a uno dei piu popolari campioni della boxe italiana (“Tiberio Mitri. Il pugile, la favola, il dramma”, EdizioniAnordest, 250 pagine, 15 euro). Scrive Nino Benvenuti nella prefazione: “Mitri e stato un mito, il campione del cuore, quello che io da ragazzino sognavo di diventare. Aveva un pugno secco, veloce, ma non tanto da venire considerato un picchiatore. Di lui colpivano l’eleganza e l’efficacia. Aveva uno stile tutto suo. Quando partiva il colpo alzava il gomito. La spalla sinistra accompagnava il gesto, alzandosi a proteggere il mento. Un diretto sinistro, poi doppiato dal destro. Combinazioni rapide, ficcanti. Tiberio Mitri era piu di un pugile. Era un divo. Il morbo di Parkinson, l’Alzheimer: ha scontato cosi la sua grande generosita sul ring”.

Degli ultimi giorni di Tiberio Mitri mi raccontavano Franco Dominici, scrittore dallo stile inconfondibile e cronista ineguagliabile di boxe sulle pagine del “Corriere dello Sport”, e Sergio Sricchia, appassionato cultore di pugilato, triestino, amico di Mitri che gliene combinava di tutti i colori. Ritrovo quelle impressioni nel libro di Degrassi e Baf che percorre naturalmente la carriera del pugile (101 incontri, 88 vittorie, 7 sconfitte, 6 pari dal 1946 al 1957), ma e soprattutto palpitante e commovente nelle pagine del declino, della perdizione, della vecchiaia anticipata dall’alcol, dalla droga, dall’Alzheimer, dalla solitudine, dalla morte di due figli, dal sogno lontano con Fulvia Franco, dal feroce combattimento contro Jake La Motta, il “Toro del Bronx”, cui resiste per 15 riprese, aggrappato coraggiosamente al sogno del titolo mondiale sul ring di New York quel 12 luglio del 1950.

Degli anni di gloria, campione europeo dei pesi medi, Mitri diceva: “Conservo un paio di guantoni, nessun trofeo”. La feroce notte del Madison Square Garden gli segno la carriera e la vita. Fu letteralmente una via crucis. Jake La Motta aveva 29 anni, Tiberio 24. Il “toro del Bronx” aveva gia combattuto 59 volte vincendo 23 volte per kappao. Quattro volte aveva incontrato Ray Sugar Robinson (una vittoria, tre sconfitte). Il 16 giugno 1949 aveva conquistato il titolo mondiale dei medi battendo in un drammatico match a Detroit il francese Marcel Cerdan, il pugile amato da Edith Piaf.

Tiberio Mitri, nello stesso anno, aveva battuto Cyrille Delannoit a Bruxelles e Jean Stock a Parigi per il titolo europeo balzando al quarto posto nella categoria mondiale dei medi. Al Madison, l’arbitro Rudy Goldstein, che avrebbe dovuto interrompere il combattimento, assiste impassibile al massacro di Mitri, sanguinante, col volto sfigurato, gli occhi ridotti a due fessure. A quel match, Mitri giunse scarico, frustrato, assillato dalla gelosia per Fulvia Franco, la moglie bellissima. Tiberio si riprese lentamente da quel pestaggio. Batte pugili di buona levatura e disputo un incontro leggendario a Roma contro Randy Turpin abbattendolo alla prima ripresa. Ma a Milano, quattro anni dopo la terribile notte del Madison, cedette il titolo europeo a Charles Humez finendo kappao al terzo round.

Nel bel racconto di Degrassi e Baf, non c’e solo la storia sportiva di Tiberio Mitri, ma l’intera, complessa, felice e infelice storia del pugile triestino. Dopo avere perduto il padre, quando Tiberio aveva dieci anni, e gli anni trascorsi all’Istituto dei Poveri, i suoi mestieri da ragazzo per aiutare mamma Carolina, un fratello e una sorella: pasticciere, cromatore, radiotecnico, pittore. E gli anni della guerra, Trieste sotto il giogo tedesco, come sfuggi alla deportazione e due volte alla morte, e i primi pugni di Tiberio, fuscello biondo di 47 chili a quindici anni sotto le amorevoli cure di Bruno Fabris. Cinque lire d’argento con l’aquila e il fascio per la prima vittoria.

C’e la storia tormentata con Fulvia Franco, procace bellezza triestina, Miss Italia 1948, il matrimonio nel 1950, sette mesi prima della terribile serata al Madison Squadre Garden. Piu di diecimila fan alla cerimonia. Tiberio e Franca sono la coppia piu bella e famosa d’Italia, lui biondo, lei bruna, una manna per i rotocalchi. E poi la gelosia di Tiberio, i litigi, quel lancio del ferro da stiro di Franca che colpi il marito proprio alla vigilia del match con La Motta. Quattro anni dopo il matrimonio, ecco la “bomba” della separazione, i litigi accentuati dalla lontananza cui spesso li costringevano gli impegni professionali, la dura strada della boxe per Tiberio dopo la “stoica pazzia” di New York, l’attrattiva del cinema per Franca, lui timido e riservato, lei esuberante e vogliosa delle luci della ribalta. Aneddoti inediti, confidenze, ricordi, resoconti appassionati accompagnano il racconto di Degrassi e Baf.

C’e proprio tutto sul mito di Tiberio Mitri, l’angelo biondo del ring che approdo al cinema, 23 film, l’apparizione in “Ben Hur”, “La grande guerra” di Monicelli, “Un fiume di dollari” spaghetti-western firmato da Carlo Lizzani, “Pugili” con la regia di Lino Capolicchio incentrato sulla vita di Mitri. Capolicchio e stato il fedele amico del pugile fino alle nostalgiche serate nelle osterie romane di piazza Santa Maria in Trastevere. Il declino umano punteggiato dalla droga, dagli arresti, dalla solidarieta della Comunita di Sant’Egidio che fu la sua seconda famiglia e Mitri diceva: “Qui si mangia meglio che a Hollywood”. L’incontro disastroso con l’eccentrica cantante lirica americana Helen De Lys Meier e il matrimonio con Marinella Caiazzo nel 1989, una luce sul sentiero buio degli ultimi anni. Farmaci, bicchieri generosi, risse, droga (“cominciai ad annusare la cocaina da pugile”), la pensione di 775mila lire da pugile, un apparecchio acustico che non funziona, l’Alzheimer, Tiberio Mitri percorre stancamente il suo percorso finale quando diceva: “Ero alla ricerca di un avversario che non fosse me stesso”.

Davanti alla tomba di Mitri, nel cimitero di Sant’Anna a Trieste, un giorno del 2002 si fermo un uomo anziano. Aveva in testa un cappello di cow-boy. Era Jake La Motta, ottantunenne. Cosi raccontano a Trieste.

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