L’Angelo della Grotta Azzurra

– di Giuseppe Aprea

La storia affascinante che raccontava Angelo Ferraro, il “Riccio”, nell’osteria di Luciella ‘a surdatessa, sull’antro marino in cui s’era cacciato dopo che un maligno vento di ponente lo aveva sorpreso al largo di Punta Carena al ritorno dalla pesca dei “castavielli”.

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200408-15-3mGli volevano tutti un gran bene al “Riccio”. Perché era buono e soprattutto perché era franco di cerimonie come il mare, che quello che pensa lo dice sempre. E anche quando, davanti a un bicchiere di vino, prendeva a raccontare ancora quella vecchia storia, sempre la stessa, della grotta di Gradola e dei mostri orribili che l’abitavano, lo stavano a sentire come se fosse la prima volta. E anzi si faceva un gran silenzio intorno e gli altri vecchi di Marina Grande avevano la faccia scura e le sopracciglia aggrottate, ad ascoltarlo. E facevano di sì con la testa mentre parlava: era proprio come la raccontava Angelo la storia. Metteva paura solo a sentirla.
Dopo un po’ di tempo, quando si accorgeva che persino le donne avevano posato il fuso e la lana per ascoltarlo, il Riccio faceva una voce ancor più bassa e cupa e imitava a modo suo gli ululati cavernosi che quelle orrende creature emettevano contro chiunque osasse avvicinarsi a loro. E a quell’antro infernale. Perchè diavoli dell’inferno erano. “Sant’Antonio ce ne scampi e liberi…”. Diavoli, senza dubbio alcuno.
Ma c’era un momento del racconto in cui nell’osteria di Luciélla ‘a surdatessa (lo sapevano tutti a Capri che era figlia di un soldato inglese che ci aveva lasciato la pelle nello sbarco dei francesi, tempo addietro) calava un gran silenzio e non volava più una mosca. E sì che ce n’erano di mosche da Luciélla… Era quando Angelo Ferraro dai capelli ricci cominciava a raccontare del giorno in cui l’aveva mandato a chiamare l’oste Pagano, “quello che ha la locanda alla strettola, vicino alla piazza. Quella dove c’è la palma grande…”. Il notaio, proprio lui. Voleva che il Riccio accompagnasse lui e due “tedeschi” un po’ strani, ch’erano già da un po’ nell’isola, nella grotta dei mostri. Disse che aveva paura anche lui, che si era pentito di non aver tenuto a freno la lingua, ma che era troppo tardi per tirarsi indietro: i due stranieri si erano tanto infervorati al suo racconto dei festini che l’imperatore Tiberio teneva nella grotta, ai tempi dei romani, che volevano a tutti i costi visitarla. E lui, Angelo, era l’unico che potesse portarceli. L’unico che ne avesse il coraggio e la forza. E aveva aggiunto, Pagano, con un tono tra il sornione e il minaccioso, che si ricordasse, il Riccio, di tutti i pesci che gli aveva comprato, e delle patelle…
A questo punto del racconto, il vecchio pescatore faceva sempre una sosta. Alzava le spalle e si guardava intorno, come a chiedere comprensione: “Che volete fare… non potevo dire di no proprio a lui. Io il pescatore faccio, e pure il patellaro. Se non mi comprano i pesci, come campo?”. Poi riprendeva a parlare, non senza prima aver buttato giù un sorso di vino. Ed era allora, quando si avvicinava la parte più bella della storia, che i più giovani gli si stringevano intorno, rapiti.
Il Riccio ricordava tutto di quei giorni, sebbene fossero passati tanti anni. Anzi. Di volta in volta trovava il modo (aggiungendo un particolare che gli fosse tornato in mente, o un dettaglio che gli sembrasse particolarmente pauroso) di cambiare qualcosa nel suo racconto. Dopo il vino riprendeva dunque a raccontare con nuova lena. I due stranieri si chiamavano Augusto Kopisch, pittore di Breslavia, ed Ernesto Fries, pittore anch’egli. Alloggiavano tutti e due da Pagano, alla locanda della vecchia palma. Avevano già girato l’isola in lungo e in largo, alla ricerca di scorci da dipingere. “Dei perditempo, ecco cos’erano”, aggiungeva qui immancabilmente il vecchio pescatore di lenza. Ma avevano denaro da spendere e di quei tempi, nell’isola, le monete non crescevano sugli alberi di gelso. Solo per quello aveva deciso di accettare.
Del resto c’era già entrato una volta, da giovane, nella grotta, di ritorno dalla pesca ai castavielli, una sera che un maligno vento di ponente l’aveva sorpreso al largo di Punta Carena. Non aveva avuto altra scelta se non rifugiarsi lì dentro. Ma aveva veramente creduto di morire, nell’attimo in cui una piena di mare aveva sbattuto forte la barca nella stretta entrata di roccia. Che lunga notte era stata quella, la più lunga della sua vita. Era rimasto ben sveglio, s’intende, disteso sul paiuolo a faccia in su, la barra del timone stretta in un pugno, non si sa mai.
I mostri non si erano visti, forse avevano avuto compassione di lui. Però aveva udito distintamente, per tutto il tempo ch’era rimasto dentro, le loro voci, i loro sospiri. La piccola apertura della grotta, dove a fatica la barca era penetrata, si allargava e si stringeva al ritmo della risacca, sempre più lento via via che la tempesta cessava. Era da quella bocca che la montagna respirava, da lì entravano la luce e l’aria che mantenevano in vita le orride creature padrone della grotta. E, con il trascorrere delle ore, quando le acque del mare sotto la barca avevano preso a cambiar colore, fino a diventare trasparenti come un cristallo di rocca, ad Angelo era sembrato di vederli, i mostri, sdraiati sul fondo sabbioso, con lo sguardo rivolto verso di lui. Orrendamente mutilati delle gambe. Era allora che aveva preso a remare, con tutta la forza che aveva, verso l’uscita. Senza voltarsi indietro. Era giovane allora…
Quando arrivava a questo punto della storia, al Riccio cominciavano a brillare gli occhi, dall’emozione e dalla gioia. E Luciélla stessa, ‘a surdatessa, gli si sedeva accanto, nella piccola osteria dei pescatori.
Che grande giorno era stato quel 17 agosto del 1826! Lo ricordava ancora come se fosse stato il giorno prima. “Il mare era calmo come l’olio”, raccontava rivolgendosi ai più giovani tra i suoi ascoltatori, e così dicendo sfiorava con le mani aperte, fin quasi ad accarezzarla, la superficie del tavolo davanti a sé. Erano partiti da Marina Grande di buon mattino, lui, l’oste e i due stranieri. La traversata era trascorsa dapprima lieta, al suono dello sciabordio agile e leggero dei remi sull’acqua. Poi via via, man mano che la meta si avvicinava, i pensieri più angosciosi si erano fatti largo e un silenzio di febbrile attesa si era infine impossessato della piccola barca.
L’entrata nella grotta era stata agevole. Rimessi a bordo i remi, si erano spinti dentro a forza di braccia, seguendo le sue indicazioni e aggrappandosi alle sporgenze della roccia. Dopo qualche tentativo andato a vuoto, la barca era schizzata infine in avanti, come spinta da una forza misteriosa. Per lunghi, lunghissimi attimi, non uno degli esploratori aveva proferito parola. Né forse aveva respirato. Nessuno di loro (se lo ricordava bene il Riccio) si era anche nemmeno mosso. Il buio era svanito dagli occhi dopo un poco e lentamente, molto lentamente, si erano guardati intorno, alla luce delle torce.
I mostri erano ancora dove li aveva lasciati Angelo, sul fondale liscio e ondulato, per metà immersi nella sabbia. I loro volti erano fissi come statue ma lo sguardo, a ben vedere, era stranamente benevolo, come quello di un amico comprensivo. Tutto intorno il mare era azzurro, azzurro come non avrebbero mai immaginato di vedere. E quando Kopisch, che era stato il primo a riprendersi dalla meraviglia, aveva per sbaglio mosso in avanti uno dei remi, l’acqua si era avvolta intorno al legno come una sciarpa d’argento, lasciando sospesa nell’aria un’eco dolce e leggera. Le pareti della grotta erano come i muri dell’isola in primavera, aveva pensato istintivamente il Riccio. Come quelli che cingevano i viottoli di campagna, o quelli a secco che abbracciavano le pezze coltivate a chichierchie, su, per Anacapri. Un trionfo di colori, dal rosso dei coralli al verde delle alghe, che il mare appena accarezzava. Che spettacolo incredibile… Dopo secoli e secoli era riapparso al mondo, maestoso e solenne, il ninfeo caprese d’Augusto e di Tiberio.
A questo punto il racconto di Angelo s’interrompeva puntualmente, tutte le volte. Il seguito non interessava nessuno, ormai l’aveva capito. Anche se, grazie a Kopisch e al libro che aveva scritto per annunciare all’Europa la grande scoperta, la Grotta Azzurra cominciava ad attirare sull’isola viaggiatori da ogni parte. E molti di coloro che lo ascoltavano, quando raccontava la sua storia, l’avevano dimenticato (o fingevano di averlo fatto) che era stato Angelo Ferraro, e non altri, a fare da guida ai forestieri, quel giorno. A loro interessava solo il suono dei baiocchi, e quelli cominciavano a circolare in ogni modo.
Solo Luciélla si curava ormai di lui, che era vecchio e stanco.
Custodiva lei, perché lui stesso glielo aveva affidato, lo spadino che re Ferdinando II gli aveva regalato, in ricordo dell’impresa. E spesso gli accadeva di pensare che, senza il piatto di minestra che lei gli preparava ogni sera, non sarebbe mai riuscito a tirare avanti, ora che le dita indurite dagli anni gli impedivano persino di usare la lenza. Figurarsi i remi! Senza Luciélla, neanche i pochi ducati che il ministro degli Affari interni Santangelo gli aveva assegnato come pensione sarebbero serviti a granché.
Gli era rimasta un’unica consolazione, ma grande assai. I guaglioni della marina, quando lo vedevano, lo chiamavano “l’angelo della grotta”.

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