L’archeologo e la ballerina

– di Giuseppe Aprea

L’uomo scavò per portare alla luce l’intera Villa di Giove nei pressi della celebre
osteria della donna che aveva incantato l’imperatore di Germania e lei, che si riteneva l’ancella di Tiberio, lo odiò per i lavori che cambiarono l’immagine dei luoghi che non furono più soltanto suoi.

A 75 anni, distrutti a colpi di forbici le vesti da ballo, Carmelina si uccise lanciandosi dal suo balcone in strada.
La giovinezza e la gloria lontane e perdute.
Dodici anni dopo, Capri assegnò a Maiuri la cittadinanza Onoraria.

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200307-22-3mQuella volta che aveva danzato per l’imperatore di Germania e il suo seguito, Carmelina aveva superato se stessa. Guglielmo II, il burbero kaiser Guglielmo, ne era rimasto letteralmente abbagliato. Affascinato dalla grazia dei movimenti e dalla bellezza selvaggia della donna. Aveva ringraziato col pensiero una delle “ciucciare” incontrate la mattina precedente quando era sbarcato a Marina Grande e aveva proseguito per Anacapri per far visita alla sua amica Vittoria, principessa reale di Svezia. Mentre lo aiutava a salire in groppa all’asino, la popolana gli aveva parlato di una piccola osteria col vino buono. Lassù sulla montagna (gli aveva fatto segno con la mano), ai piedi del palazzo di “Timberio”. Lì si ballava la più bella tarantella del golfo di Napoli.
Nel 1904, Carmelina Corrotta è per tutti, a Capri, la Bella Carmelina. E’ la più famosa danzatrice di tarantella dell’isola. Anzi, la sua fama ha da tempo varcato le scogliere dell’isola. Possiede una piccola osteria in prossimità del famoso Salto, lo strapiombo dal quale la leggenda vuole che Tiberio facesse precipitare gli schiavi maldestri o chiunque attentasse alla sua quiete. A vederla da vicino, è solo una casuccia di contadini. Un fumaiolo arrugginito, una rosa gialla abbarbicata ad un muro, sul pozzo un vecchio gatto addormentato a un occhio solo. A pochi passi ci sono i resti dell’antico faro di Villa Jovis dalla cui luce il mondo prese ordini per dieci lunghi anni, dal 27 al 37 dell’era di Cristo. Un po’ più in alto, affacciata sul mare, la chiesetta della Madonna del Soccorso, cara ai pescatori e ai marinai, che la salutano al passaggio con le barche nelle bocche dell’isola.
Carmela è piccola, bella, sensuale. Di una bellezza severa e antica, quasi primordiale. La pelle scura e saracena, gli occhi neri e profondi e due cerchi d’oro agli orecchi fanno di lei la regina zingara del monte Tiberio. Però Carmelina, oltre che regina, è anche l’ultima ancella dell’imperatore triste. Lo dice lei stessa a tutti. “Io so ‘a schiava ‘e l’imperatore, maestà”, racconta nel 1929 anche al principe Umberto che l’ha appena vista danzare, col tamburello che le ondeggia tra le dita. Confida anche a lui, come fosse uno dei tanti che affrontano la ripida salita solo per applaudirla al chiaro din luna, che lo spirito di Tiberio lei lo vede spesso. Lo osserva aggirarsi ancora tra le rovine della sua dimora caprese. Ma solo al tramonto, quando i “forestieri” vanno via. E’ un’anima inquieta, infelice, così com’era nel suo soggiorno a Capri. Lei lo incontra spesso, Tiberio. E solo a lei, schiava fedele, l’imperatore apre il suo animo. Delle sue angosce nascoste, dei dubbi, persino dei suoi pensieri più perversi, lei tutto sa.
Da Carmela si beve il vino rosso della vigna di Raffaele, suo compagno di vita. E’ il vino di Tiberio che Norman Douglas non ama fino in fondo, ma beve quando è in buona compagnia. L’osteria è famosa anche per una speciale, sontuosa macedonia, in cui pesche, percoche col pizzo, pere e melone fanno il bagno nel vino bianco fresco. Non c’è quasi ospite che non ne ordini una brocca. I più la sorseggiano nel silenzio incantato del mare sottostante. Alcuni invece se la gustano tra una pagina e l’altra dei libri di Tacito e Svetonio che Carmela tiene in bella vista su di una mensola. A mo’ di specchietto per le allodole, dicono i maligni.
Mezzanotte è l’ora della tarantella. Sul focolare si spengono gli ultimi carboni e il tamburello si mette a suonare antico nelle mani di una vecchia donna, in un angolo. Ecco, Carmelina la Bella ora danza. E’ scalza, leggera, felice. Scuote forte le nacchere, volteggia nell’aria, si dà, si nega, si lega al compagno. Un ultimo, vorticoso volteggio e la magìa è compiuta. Poi, c’è solo il respiro affannoso dei ballerini. Il pubblico applaude. Nel maggio del ’32 l’incanto si rompe, all’improvviso.
Giunge a Capri Amedeo Maiuri. Incaricato della direzione di una nuova compagnia di scavi a villa Jovis. Per la danzatrice di tarantella è un brutto colpo. Maiuri è già un archeologo famoso. La scoperta dell’antro della Sibilla Cumana ha coronato una carriera già ricca di successi. Pompei, Ercolano, e poi, in Grecia, le isole del Dodecanneso, l’Anatolia: l’Europa intera ne apprezza il valore. E’ nato in Ciociaria, terra di archeologi e porchetta. Il suo paese natale è Veroli, nel cuore degli antichi possedimenti dei Benedettini. Ricopre in quel momenti incarichi di alto prestigio: è sovrintendente alle antichità della Campania, direttore del Museo archeologico di Rodi, docente di antichità pompeiane ed ercolanensi all’Università di Napoli. E’ insomma quel che si dice la persona giusta. Ma, per Carmelina, è un nemico.
La febbre delle ricerche, come la chiama Maiuri stesso nel suo “Breviario di Capri”, sconvolge il silenzio dei luoghi cari alla danzatrice di tarantella. Li violenta, li interpreta, infine li trasforma. Dopo un lungo anno di lavoro senza tregua, “con nembi di polvere, cigolìo di ferri, sassi che rotolano per il balzo pauroso della rupe”, il miracolo avviene. Piano piano, sotto il giallo delle ginestre, riemergono nuove testimonianze dell’antica, sfarzosa dimora romana. Un’emozione intensa accompagna gli scavatori nella scoperta delle cucine imperiali, della zona delle terme, della terrazza dell'”ambulatio”, dello “specularium”. Fino allora sepolti. Rivive dopo duemila anni l’intera ala ovest della villa, ignorata persino dagli appassionati archeologi del passato: i Giraldi, i Feola, i Bonucci. La lunga scala a gradoni costruita nell’Ottocento, che nasconde un così grande tesoro, viene demolita e ricostruita in altro luogo.
Grande intuizione, grande opera. Grazie a Maiuri l’eremo di Tiberio risplende di nuova grandezza. Dietro l'”opus reticulatum”, però, non si ode più il suono del tamburello. E anche le nacchere tacciono, offese. Per un lungo, polveroso anno, tra l’archeologo e la danzatrice di tarantella è guerra fredda. “Vigilia d’armi” la chiama Maiuri nel bel capitolo del suo libro dedicato alla Bella Carmelina.
Di sera, l’osteria di Carmelina ha nuovi clienti, assai diversi dai viaggiatori incantati del passato: sono gli operai scavatori, “storditi di sole e di polvere”. Per mesi e mesi la donna li attende al passaggio, quand’è sera. Li aspetta sulla porta. Fiasco e bicchieri già sul tavolo. Ecco, si siedono a prendere il fresco. Li ascolta, ne scruta i silenzi. Sorride nervosa. Diffida, sospetta. Offre un altro bicchiere. Che sarà del suo regno?
Affacciato alla loggia imperiale, l’archeologo osserva la danzatrice triste. E ne sente l’angoscia. “Rispettavo il tuo dolore di vedere scomparire la fisionomia familiare dei luoghi, di vedere svelato crudelmente il mistero che la tua fantasia aveva animato di immagini e visioni di grandezza e ricchezza” annota nel “Breviario”.
Nel luglio del ’33 il lavoro di scavo è compiuto. La sistemazione estetica (arborea) dei luoghi richiede ancora due anni. Nel ’38, finalmente, l’imponente Villa di Giove viene ufficialmente inaugurata alla presenza del ministro fascista Bottai. L’intera isola partecipa ai fantasmagorici festeggiamenti per il Bimillenario Augusteo. Arriva il 1939 e porta la guerra. Carmelina balla ancora. Ora c’è Goering, poi gli alleati verranno a far festa. La sua bellezza è un ricordo antico, la leggenda dell’ancella di Tiberio ormai appassita. Che cosa rimane dell’antico splendore?
L’archeologo torna a Capri a guerra finita e la incontra lungo la salita per la Villa di Giove. Fa fatica a riconoscerla. Ha una “veste bigia, una sporta nella mano, un povero cane spelacchiato tenuto con una cordicella al guinzaglio”. Non è più l'”ostiaria” che si incupiva al suo passaggio, tanti anni prima. Non più “la custode della villa imperiale”. Quella che incontra per via gli sembra “una penitente che sale alla cappella della Madonna, lassù tra le rovine”. Il volto è rugoso, gli occhi hanno perso la loro fierezza. Un vecchio “maccaturo” le nasconde i capelli ingrigiti. Dell’antica, brillante, immaginosa favella rimane ben poco. Ancora un bicchiere del vino di Tiberio, sorseggiato tra i ricordi. E poi l’addio.
L’archeologo e la danzatrice non si rivedranno più. Maiuri riceve la cittadinanza onoraria dell’isola nel ’62. Oggi porta il suo nome il panoramico viale che conduce alla Villa. Carmelina è morta dodici anni prima. A 75 anni. Suicida. Prima di volare sul selciato della strada ha distrutto a colpi di forbice le sue preziose vesti di ballerina di tarantella. “Suicida come diciannove secoli prima Cocceio Nerva, giureconsulto di Tiberio” scrive Maiuri sul “Corriere della Sera”.

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Un commento su “L’archeologo e la ballerina

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