L’archeologo subacqueo e la tangentopoli al tempo di Caligola

– di Pietro Gargano

La vita sommersa di Claudio Ripa: sessantacinque anni nuotando nelle profondità blu del mondo tra foreste di corallo e branchi di squali, meduse variopinte
e relitti di navi. Un inviato molto speciale a caccia del mistero dei Nabatei, davanti alla città di Nora, nella Grotta di Zinzulusa.
L’avvistamento dei galeoni spagnoli fra Castel dell’Ovo e Portici.
Le due ancore che hanno retrodatato la fondazione di Pozzuoli. L’ultima scoperta: diecimila lucerne sul fondo marino di Baia e l’ipotesi di uno scandalo romano.

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200508-10-2mIn 65 anni, su 71, di esplorazioni in fondo al mare, Claudio Ripa ha visto tutto quanto c’era da vedere: foreste di corallo e branchi di squali, meduse variopinte a forma di tubo e relitti di navi. Ha vinto una serie di titoli, uno mondiale, di pesca subacquea. Ha fatto l’inviato speciale per “Mondo Sommerso”. La passione spesso si paga, nel suo caso due anni con le gambe flosce per un’embolia nel blu di Giannutri, mentre recuperava anfore romane. Ma è felice e quando può si rituffa. Pescando e fotografando è diventato archeologo, di quelli che imparano dalla vita più che dai libri. E ancora si arrovella con qualche mistero.

Il tempio dei Nabatei, ad esempio. L’ha trovato a due passi di mare dalla costa flegrea, tanto tempo fa, e ancora tiene segreto il luogo preciso per evitare l’arrivo dei pirati delle antichità. I Nabatei, popolo arabo nel nord, finirono in villaggi sotto terra in Giordania. Ma nel I-II secolo dopo Cristo erano commercianti abili, tanto potenti da avere il permesso di alzare un tempio alla dea Dusares. Ripa l’ha visto e ha tirato su due altari alti un metro e mezzo.
Uno sta in Soprintendenza e ha qualche frattura; l’altro all’ingresso dell’Anfiteatro Flavio a Pozzuoli ed è integro. Potevano essere votivi o sacrificali. Uno poggiava su sette colonnine che stanno tuttora lì, a dare l’idea di una scenografia fantastica e misteriosa. Mai è cominciata una campagna sistematica.

Claudio Ripa ha visto anche la città di Nora in Sardegna. Ha ripescato più di 400 reperti neolitici e romani in uno stagno di acqua dolce nella Grotta Zinzulusa in Puglia. Ha nuotato attorno ai galeoni spagnoli affondati a non più di 30-50 metri nel tratto fra Castel dell’Ovo e il porto del Granatello di Portici; e attorno alla nave romana colata a picco alla Gaiola davanti alla Villa di Vedio Pollione dove si aggirava Virgilio il Mago. Ha fotografato una delle pilae di Miseno. Ha riportato al sole un fauno e una statua acefala. Ha partecipato al recupero delle statue di Ulisse e Baios a Punta Epitaffio a Baia. E lì, a poca distanza dal Porto Giulio, ha trovato più di diecimila lucerne in una stanza sommersa. A che servivano, tante?

Duemila anni dopo, ancora nessuno lo sa. Le lucerne, di ogni tipo, si potevano appendere o poggiare sui tavoli. E avevano una particolarità: per effetto di un gioco di sporgenze e di rientranze potevano essere incastrate l’una nell’altra. Una collana luminosa lunga centinaia di metri. Per farne che cosa?
Nei Campi Flegrei la terra ballerina tiene in movimento pure la testa. Qui grandi filosofi furono fulminati dalle idee più geniali. Qui un furbo signore dal nome di pesce, Sergio Orata, si arricchì a dismisura rastrellando le spiagge con solide fascine: prendeva i germi delle ostriche per impiantarli nel vivaio di un lago che gli procurò tanti sesterzi da essere chiamato Lucrino da lucrum: guadagno. Oltre alle ostriche coltivò le murene, forse altrettanto afrodisiache. Potete immaginarvi il finale dei banchetti. Sì, ma che c’entrano le lucerne di luce con la penombra dell’amore? Forse niente, a meno che non si vogliano immaginare simposì così affollati da richiedere fiammelle in serie. Ma Claudio Ripa ha un’altra ipotesi, lanciata in un prezioso opuscolo scritto con Mimmo Carratelli.

Innanzitutto, ragiona, bisogna capire perché il proprietario delle lucerne abbandonò di colpo quel tesoro che poteva permettergli di vivere di rendita. Una catastrofe, suppone lui, perché se si fosse trattato di bradisismo il proprietario sarebbe poi tornato – assestatasi la terra – a prelevare le lucerne dal deposito. Fu un terremoto oppure l’eruzione di uno dei tanti vulcani che fanno da corona a quella terra ardente? E perché, se l’evento fu così disastroso, le lucerne si sono salvate al punto da apparire ancora oggi magnifiche? Neanche questo sapremo mai.
Però Ripa crede di sapere perché erano tante. Esclude che dovessero servire a rischiarare le ville e le case, che in zona erano splendide ma non tantissime. Dovevano allora servire a un uso pubblico. Sì, ma quale?

E qui scende in campo un altro personaggio da storia romanzesca: Caio Giulio Cesare Caligola, l’imperatore che nominò console un cavallo, che si fece baciare i piedi dai senatori, che ebbe quattro mogli, di cui una era sua sorella (e altre due sorelle prese per amanti). Qualche rotella di Caligola girava all’incontrario, lo spingeva a decapitare le statue del sommo Giove per metterci la sua, di testa. Ma nessuno può sostenere che non facesse le cose in grande.

Ecco, per i Campi Flegrei aveva pensato a un lungo ponte sospeso tra Baia e Pozzuoli, per l’epoca era un’impresa più azzardata del Ponte di Messina. Di giorno quella passerella sarebbe stata inondata dal sole. Ma di notte? Mica si poteva chiuderlo. E allora si spiegherebbero le diecimila e passa lucerne, incastrate in una collana di luce lungo i bordi. Poi Caligola, in uno dei fulminei sbalzi di umore e di progetti, rinunciò al ponte per costruire una stalla di avorio per il suo prediletto cavallo, con un trono tutto d’oro per se se stesso. Fu uno scandalo, uno dei tanti di quell’epoca sfrenata.

In questa tangentopoli fu forse travolto il possessore delle migliaia di lucerne. Gli rimasero sul gozzo. Ripa, con la complicità di Carratelli, arriva a pensare che si tolse la vita. Il deposito resta laggiù, in una prigione d’acqua attorniata da fantasmi.
Nel fitto inventario dei misteri approntato da Claudio Ripa appaiono pure due ancore, ripescate nella prima metà degli anni Sessanta nel porto di Pozzuoli. Sono speciali perché vengono dalla preistoria. La prima, in pietra, è triangolare e ha tre buchi. La seconda è in marmo e di fori ne ha otto. Il loro recupero ha permesso di retrodatare la fondazione di Pozzuoli, fissata da Tito Livio e altri storici nel 528 prima di Cristo. Invece era già una stazione marittima neolitica.

Queste storie racconta Claudia Ripa nella sua casa di Posillipo, dalla quale ovviamente si vede il mare. Cava cimeli e fotografie. Ne ha fatto, di mare, da quando papà Pasquale gli donò la prima attrezzatura, un fucile ricavato da un tubo d’acciaio, una maschera fatta con la camera d’aria di una ruota, le pinne ricoperte col tessuto di una tuta mimetica. Un tornio sta lì a dimostrare che si diletta a incidere il corallo, di quello pescato ragazzo a Procida, a Capri, a Ischia, a Palinuro e in Sardegna, dove lui e amici saggiamente pazzi quanto lui trovarono un giacimento di ora rosso.
Tira fuori le immagini delle lucerne alla rinfusa sul fondo, alcune integre e bellissime. E’ convinto, di averlo risolto, il mistero. E prima o poi troverà qualche altra prova.

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