L’arrivo dei Piceni sui monti di Salerno

– di Ugo Lanciotti e Adriano de Luna

I Romani gli affidarono gratis le zone da popolare e rendere produttive.
Dal loro insediamento la definizione dei Monti Picentini.
Una splendida mostra a Bologna sulla storia di un popolo che lasciò la Sabina per sottrarsi a un crudele sacrificio.
La “grande fuga” verso l’Adriatico e la Campania.
L’uso della pece mutuato dal picchio gli dette il nome e gli consentì l’impermeabilizzazione dei tetti delle case.

200908-4-1mAl Museo Archeologico di Bologna è aperta dal 30 aprile una mirabile mostra dal titolo: “I Piceni. Potere e Splendore”. I ritrovamenti archeologici di Matelica, esibiti a Bologna, quelli recentissimi di Numana e tanti altri hanno contribuito a riscrivere la storia dei Piceni. Nessuna meraviglia, quindi, nell’apprendere che a un certo punto i Piceni, volenti o nolenti, si spinsero in massa sui monti sopra il golfo di Salerno, i Monti Picentini per l’appunto, e si irradiarono nelle zone limitrofe, tanto che oggi possiamo affermare che una buona fetta della Campania, ma anche della Basilicata è d’origine picena.
La storia dei Piceni o Picenti si sta riscrivendo non solo in base alle scoperte archeologiche, ma anche grazie allo studio delle tecniche agricole che i vecchi contadini marchigiani hanno tramandato per secoli.
Secondo gli storici latini, i Piceni provenivano dai Sabini. Almeno 250 anni prima della fondazione di Roma il popolo dei Sabini occupava la zona nord-est del Lazio, confinando a nord con gli Umbri, popolo fratello, e a sud con i Marsi. Sulle pendici dell’Appennino centrale la neve dura per molti mesi bloccando la vegetazione e costringendo gli animali selvatici a migrare verso valle dove è più facile sopravvivere. I Sabini facevano esattamente la stessa cosa, ma all’inverso: nella bella stagione giungevano alle pendici dell’Appennino per pascolare il loro bestiame, praticare la caccia e raccogliere castagne, noci, ghiande, ciliegie, uva e tanti altri frutti. Erano anche agricoltori e producevano spelta, orzo, piselli, cicerchia e qualche altro ortaggio.

E’ credibile l’ipotesi che il nome Piceni derivi da picea (ambra), che era abbondante in questa zona (ritrovata in tutte le tombe picene), oppure da picem (pece) ampiamente utilizzata dai piceni per la costruzione e l’impermeabilizzazione delle loro tombe (presumibilmente anche le abitazioni). Dall’uso della pece e/o dell’ambra, i Romani dovevano aver attribuito a questi Sabini il soprannome di Piceni, o Picenti (Picentes).
La tradizione narra che le autorità religiose a causa di una carestia decisero che tutti i nati sarebbero stati sacrificati ad Ares al dodicesimo anno di età. I genitori pensarono di sottrarre i figli al sacrificio. Li fecero uscire dai confini della Sabina prima della scadenza. Non poteva essere una fuga individuale perché significava schiavitù presso i popoli vicini o morte per fame o per freddo sulle nevi dell’Appennino. Dovette essere una fuga collettiva, bene organizzata affinché le tante difficoltà sul loro cammino non divenissero fatali. La via di fuga obbligata era verso le montagne appenniniche. Là non vi erano insediamenti umani, quindi nessun gruppo organizzato avrebbe sbarrato loro la strada. Tutte le scelte furono filtrate dalle informazioni raccolte tra i pastori e i cacciatori che si avventuravano fuori dalla Sabina.
La “grande fuga” avviene al dodicesimo anno dalla guerra dei Sabini con gli Umbri, all’inizio di primavera quando il disgelo rende le montagne, impervie e pericolose d’inverno, in qualche modo praticabili.
Si prepara la partenza al fine di utilizzare i sei mesi utili, tra l’inizio del disgelo e l’arrivo della nuova neve, per trovare dei nuovi territori dove organizzare la propria sopravvivenza . I giovani si organizzano in comitive con
piccole mandrie di bestiame, cani? pastori, attrezzature da lavoro e scorte di viveri per qualche mese, tutto quanto erano riusciti a racimolare dalle loro famiglie uscendo dalla Sabina in direzione dell’Appennino.

Si ritrovano in un luogo determinato vicino alle montagne. Qui si organizzano in due gruppi per due spedizioni diverse alla ricerca di terre. Un gruppo, passando tra l’Appennino e la terra dei Marsi, punta verso sud. Dopo 150-200 chilometri si fermano dove le cime dell’Appennino diventano molto più basse e il clima più mite, portandosi nel territorio degli Opici.
Questo popolo si trovava vicino alle montagne sul versante adriatico ed era pacifico. Stazionava su un territorio non sovrappopolato.
Gli spazi relativamente esigui sot tratti dai profughi sabini non erano per gli Opici così vitali da costringerli a respingere i giovanissimi sabini. Così questo gruppo di profughi si infila in alcuni villaggi e nelle terre coltivabili contigue senza grossi problemi. Si svilupparono sul versante est e si chiamarono Sanniti. Continuando verso sud, sud-ovest, colonizzeranno l’Irpinia. Da essi deriverà anche la Lucania ed il Brutium.
L’altro gruppo va dritto per 50-60 chilometri verso est, un viaggio di quattro, cinque giorni. Attraversato l’Appennino, si stabilisce alle falde di un altopiano situato sul versante orientale tra il Monte Vettore e il Gran Sasso, spingendosi poi verso Belmonte Piceno, Fermo, Palma, Matelica, Osimo, Numana, sino a Novillara e ai paraggi dell’odierna Rimini.
Le quote sugli 800-1200 metri, sul versante est, e la grande distanza dalla Sabina ponevano questo gruppo in condizioni di sicurezza, lontano dal controllo della madrepatria e dei gruppi religiosi che speravano ancora nell’adempimento di sopprimere i nati al dodicesimo anno di età.

Per le abitazioni il problema principale era il tetto. A primavera e in autunno, si incanalava l’aria e l’acqua piovana. Tutto venne risolto osservando il comportamento del picchio. Questo uccello doveva lavorare di continuo perché la pece si seccava e quindi perdeva la capacità di incollare e catturare gli insetti. Il picchio doveva intaccare nuove cortecce che impeciate di pece fresca catturassero nuovi insetti. Questa pece non veniva diluita e sciolta dall’acqua come la creta, quindi proteggeva dall’acqua l’oggetto impeciato. Il picchio insegnava come raccogliere la pece che diventava dopo un po’ di tempo solida. Per impeciare doveva diventare molto fluida. Che la pece riscaldata diventasse fluida era un fatto acquisito: tanti rami di abete impeciati dal picchio erano finiti nel fuoco. La pece si fluidificava e poi bruciava. Perciò per impeciare al meglio una superficie, per far entrare la pece in maggiore quantità conveniva scaldare sia la superficie che la pece utilizzata per farla diventare molto fluida affinché non solidificasse al primo contatto superficiale prima di riempire le porosità. Questa tecnologia fu “insegnata” dal picchio, nel senso che dall’osservazione del picchio i piceni capirono le caratteristiche della pece, le applicazioni nei problemi che avevano di fronte, le modalità di produzione della pece.
Per i latini impeciare si diceva ” picare”, nome onomatopeico che dà il senso di picchiare, picconare, intaccare a colpi di becco, a ricordo di come il picchio impeciava superfici di piante resinose, anche perché con il metodo del picchio l’ancoraggio della pece alla superficie era perfetto con i fori creati dal becco.

Come possibilità di espansione vi erano enormi estensioni tra i 700 e 1200 metri di quota, molte volte più grandi della Sabina. Non appartenevano a nessuno ed aspettavano di essere bonificate. Gli anziani che si erano uniti al viaggio vennero mandati indietro per sollecitare nuove spedizioni di giovani dalla Sabina pur sempre sovrappopolata.
Il successo delle spedizioni segnò l’inizio di una espansione territoriale che andava di pari passo con l’espansione demografica. Il gruppo che migrò verso sud ripopolò la terra degli Opici, chiamata poi Sannio, l’Irpinia, la Lucania, i monti della Calabria. Dopo cinque, sei secoli i Sanniti occupano la Campania fino a quando non vengono cacciati dai Romani. I tentativi di rientro si ripetono per decenni fino a quando i Romani non convogliano nella Campania l’altra onda demografica in crescita partita dalla Sabina, quella dei Piceni che nel corso di cinque, sei secoli dall’Appennino centrale era arrivata all’Adriatico. Anche il Piceno era in sovrappopolazione. Ci pensano i Romani: nel 260 a.C. concedono a 360mila Piceni le montagne incolte tra il fiume Sele e il golfo di Salerno. Su queste montagne i Piceni ripetono quanto avevano fatto sull’Appennino centrale, sostituendo ai boschi e alle terre incolte le culture e gli insediamenti abitativi.
Così resero produttive le montagne attorno a Salerno.
Gli insediamenti Piceni divennero una barriera insormontabile sul confine sud della Campania per i Lucani. Da questa regione montagnosa, diventata presto importante come entità economica e come numero di abitanti, i Piceni si riversano su tutta la Campania. Le piccole unità produttive picene a dimensione familiare riuscivano a produrre sui loro poderi il massimo di cereali, vino, carni e formaggi. Se rimaneva un po’ d’erba o di ghiande a fine autunno vi si mandavano tre, quattro pecore o due, tre maiali che recuperavano tutto e lo trasformavano in carne e formaggi.

L’espansione dei montanari picentini non fu tale da prevalere su tutti come era successo nel Piceno ai loro antenati. Le cose andarono diversamente perché le situazioni erano diverse. Lungo l’Adriatico i Piceni incontrarono popolazioni non preponderanti da un punto di vista numerico. Al contrario i montanari picentini in Campania dovettero fare i conti con popolazioni molto numerose e con le cittàstato controllate dai Romani.
Dopo 50-60 anni dall’arrivo sui Monti Picentini (260 a.C.) viene distrutta la loro capitale Picentia per l’alleanza con Annibale. Quindi la città di Salerno viene scorporata dal territorio picentino, fortificata e ripopolata da cittadini romani. Infine venne rafforzata la rete delle città controllate dai romani. Questa rete fece sì che l’autonomia e l’identità picena rimasero confinate ai Monti Picentini. Ebbe, però, luogo una grande migrazione di piccole famiglie all’interno della Campania. La cosa era vantaggiosa sia per i picentini, quale valvola di sfogo alla sovrappopolazione, sia per i Romani in quanto i Piceni erano pur sempre portatori di una agricoltura più produttiva. Non diventava pericolosa per i Romani perché l’emigrazione familiare portava presto all’integrazione nelle città a controllo romano, con l’affievolimento di tutti i legami con la madrepatria picentina.

Quando nel Piceno la densità demografica superò le cento unità per chilometro quadrato, i Romani aprirono la strada della emigrazione in Campania. 360mila maschi dai 16 anni in su, atti alle armi, dal fiume Aterno, alle cui foci oggi sorge la città di Pescara, partì per la bonifica delle zone montuose sovrastanti il Golfo di Salerno. Scrive Plinio i Vecchio: “360mila Picentes in fidem populi romani venere”. Questi Piceni “deportati” ricevono gratis delle zone montagnose pur sempre migliori di quelle terre che i loro discendenti, i veterani di due secoli, due secoli e mezzo più tardi devono pagare con i dodicimila sesterzi della liquidazione per il servizio militare.
Sulle montagne lucane, irpine e calabresi ancora incolte vi erano abeti secolari per produrre la pece, merce molto importante e pregiata, essendosi di molto ridotta la produzione nel Piceno. Si era ridotta perché la richiesta di pece sul mercato era cresciuta enormemente sia come tecnologia di sviluppo della produttività agricola, sia come utilizzo nell’arte militare per la difesa delle città o contro le navi avversarie.

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2 commenti su “L’arrivo dei Piceni sui monti di Salerno

  1. attorno al 75 d.c. furono massacrati lungo la valle del Tronto, per essersi opposti al pressante regime fiscale di Roma, che li attaccò dopo un terremoto riportato in scritti dell’epoca, interpretato come il segnale della dea Tellure. Traditi dall’insediamento in Ascoli Piceno, asservitosi a Roma, lasciarono lungo la valle la fiera opposizione alla causa dei mali del mondo.

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