Las Vegas, buon compleanno

– di Mino Rossi

Il 15 maggio 1905, nel deserto del Nevada, sorse il villaggio, con una stazione di sosta dei pionieri e la ferrovia, che sarebbe poi diventato la grande città dei giochi. La pazza idea di Bugsy Siegel che costruì il primo casinò finendo ucciso un anno dopo. Il grandioso albergo della Metro e il Caesars Palace con la “banda dei topi” e il memorabile incontro di boxe in cui Tyson staccò un orecchio a Holyfield. Un inferno kitsch per i migranti della fortuna.

Ah, Las Vegas, fiore del deserto, Las Vegas dei desideri più accesi, Las Vegas calamita rutilante, Las Vegas dei casinò immortali. Seguo le gambe memorabili di Veronica Hart, proprio una di Las V egas, bellezza sfacciata, e seguendola lungo Freemont Street, sulle Avenue e sui Boulevard, sempre seguendola fino al Flamingo di Bugsy Siegel, qui, davanti ai fenicotteri rosa del casinò, buongiorno Las Vegas e buon compleanno Las Vegas.
Fanno esattamente 105 anni da quando il senatore William Clark del Montana piazzò una ferrovia proprio da queste parti dove non c’era nulla, sabbia di deserto e rocce, e sorse un villaggio, il 15 maggio del 1905. Nessuno ancora sapeva che, come tutte le strade portano a Roma, tutti i sogni, i vizi, le slot, la roulette, il baccarat, il black jack, le pupe e i gangster avrebbero portato a Las Vegas. Era solo una stazione di sosta per le carovane dei pionieri che andavano in California, una stazione di treni nel deserto del Nevada, ma questo fu proprio l’inizio, prima che Las Vegas diventasse una città, nel 1911, con i suoi abitanti e la sua prima carta di diritto pubblico. Poi, nel 1946, arrivò Bugsy. Scappava da New York, l’irresistibile, sognatore Bugsy Siegel, un poveraccio di Brooklyn, mezzo ebreo, contrabbandiere senza speranze e forse omicida, che ebbe qui l’idea illuminante di piantarvi il primo casinò, il Flamingo. Bella pensata e primo seme gettato nel grande, grandioso, illuminatissimo giardino di casinò che sarebbe diventata Las Vegas. Non se la godette molto, Bugsy, la sua creatura. Gli spararono un anno dopo e un proiettile calibro 30 di una carabina di precisione gli trapassò il cranio.

Buon compleanno, Las Vegas, vecchia stazione di sosta e, oggi, scintillante richiamo nel deserto. Welcome to Fabulous Las Vegas dicono i cartelli prima di percorrere la Tropicana Avenue e il Charleston Boulevard per infilarci nello stordente, immenso, dritto e fiammeggiante Las Vegas Boulevard dove sono i casinò e gli alberghi famosi. Là c’è il Golden Nugget Hotel con la pepita d’oro più grande del mondo, e là sorge il Treasure Island Hotel con il lago delle battaglie navali, e là ancora è il Mirage Hotel con le tigri di marmo bianco e l’eruzione di un vulcano artificiale ogni quarto d’ora, e il Lux or è una e norme piramide nera con la Sfinge, e il Venetian l’hanno costruito appena undici anni fa ed è proprio Venezia a Las Vegas, un enorme casinò con canali d’acqua e gondolieri e la facciata è esattamente Piazza San Marco col campanile Buon compleanno, Las Vegas, in questo preciso giorno di maggio, trattenendo il respiro davanti al palazzone della Metro, proprio la Metro Goldwyn Mayer, l’albergo più grande di Las Vegas e forse del mondo, seimila camere, e un casinò che è un’avventura cinematografica. C’è proprio il leone che ruggisce, ma è un leone d’oro alto dieci metri.
Se la sono spassata da queste parti i quattro del “branco dei topi” Peter Lawford, Buddy Hack ett, Dean Martin e Frank Sinatra, l’Hollywood più scatenata nella scatenatissima Las Vegas, al Caesars Palace. Oh, quelli sono stati tempi indimenticabili al Caesars, mentre Marvolous Hagler faceva a pugni con Roberto Duràn, mani di pietra, in un salone del casinò, e un’altra volta furono Mike Tyson ed Evander Holyfield a picchiarsi selvaggiamente fino a che il primo staccò un orecchio al rivale con un morso memorabile. Il Caesars con colonne romane, legionari, vestali e tanta altra chincaglieria della vecchia Roma dei Cesari ha un parcheggio così vasto che, un anno, ha ospitato un gran premio di formula uno.

Tutto qui è esagerato, magnifico, kitsch, straordinario. Buon compleanno, Las Vegas, paradiso e infermo, sogno e perdizione, nello scroscio costante delle slot e delle cascate d’acqua. Qui è nata l a regola numero uno del poker: una Colt 45 batte sempre quattro assi. Però la regola numero due precisa che se quello che ha in una mano i quattro assi tiene nell’altra mano una Magnum allora vince.
Buon compleanno, Las Vegas, esagerata, mostruosa, immensa Disneyland per adulti. C’è al Mirage una sala-giochi grande come due campi di calcio e una foresta artificiale. Non c’è un casinò che somigli a un altro. Tutto è vario, variopinto, multiforme, sorprendente. A Las Vegas vivono due milioni di persone e, ogni giorno, ne arrivano altrettante per sfidare la fortuna e il caos organizzato. D’estate si toccano i 40 gradi, ma gli inverni sono freschi e ventosi. Piove raramente, ma quando piove anche la pioggia diventa esagerata. Ci sono state tre inondazioni negli ultimi anni, l’ultima sette anni fa. Ma nessuno se ne accorge, perché tutti sono negli alberghi e nei casinò, all’aria condizionata, ai tavoli da gioco, nei negozi dello shopping, e non manca nulla, non c’è desiderio che Las Vegas non sia in grado di esaudire. Si va da un casinò all’altro con passaggi sotterranei e ferrovie monorotaie. E’ sempre notte a Las Vegas perché questa è la sensazione negli immensi casinò e pochi mettono il naso fuori. E si fanno magnifici bagni nelle smisurate piscine coperte degli alberghi.
Buon compleanno, Las Vegas. L’inferno è meno seducente. Andiamo a Las Vegas per i 105 anni della vecchia stazione di sosta diventata la sosta di sogni e di avventure di un eterno e vario popolo di migranti della fortuna.

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