L’Avana, la donna maestosa che si fa bella di sera

– di Marco Reginelli

Un mondo diverso dove il tempo ha un’altra dimensione.
La seduzione delle notti alla luce fioca dei lampioni. Lo scorrere della storia sulle facciate dei palazzi colorati, sulle verande e sui porticati.
Di giorno, una città solenne, musica e fiumi di persone. Il lungomare Malecon punteggiato di palazzi barocchi e il quartiere moderno del Vedado. La città a 360 gradi nella suggestione della camera oscura nella torre della Plaza Vieja.

200612-8-1m

200612-8-2m

200612-8-3mSono le due di notte ora italiana di una afosa serata di mezza estate quando l’aereo che batte bandiera spagnola atterra a Cuba all’aeroporto internazionale dell’Avana.
La stanchezza comincia a farsi sentire ma l’emozione pura che ti regala l’atterraggio nel “nuovo mondo” resetta il corpo sull’ora locale: otto della sera. Non puoi essere stanco; è tempo di osservare.
Le suggestioni che da sempre evoca Cuba, la curiosità impaziente di toccare con mano gli effetti del “socialismo rivoluzionario”, di capire se davvero un “mondo migliore” è possibile e se questo gira sulla terra dove hai appena poggiato i tuoi piedi, rappresentano una iniezione di vitalità che consente, con leggerezza, di farsi prendere la mano dalla compagna inseparabile dell’intero viaggio: l’attesa.
Ti si presenta sorniona sin dalla fase di controllo per l’uscita in aeroporto ed ha il volto severo di donne dell’esercito che, sedute in piccole cabine di legno con schermi di vetro, lasciano passare decine di minuti interminabili osservandoti, riscontrando i tuoi lineamenti sul passaporto.
I minuti scorrono e, dopo una prima fase di imbarazzo durante la quale sorridi banalmente quasi a volerti ingraziare fiducia, cominci a prendere confidenza con il tempo, ti riscopri ad incuriosirti dei tratti somatici della donna-soldato, occhi chiari incastonati su una pelle scura che ti parlano di indigeni conquistati e colonizzati, di africani schiavizzati, di schiene piegate al sole nelle piantagioni di canna da zucchero e di tabacco, del bianco e del nero che sono l’essenza della cubanità.
Il tempo a Cuba non ti accorcia il respiro ma ti soffia, umido, sul viso.
Il tempo ti dà tempo: questa è la prima sensazione che provo. E quando la donna soldato, ai miei occhi ormai trasfigurata in una bella habanera, mi fa cenno di andare, vengo catapultato all’esterno della sala dove ad attenderti non ci sono, come succede a Rio de Janeiro o a Lima, resse di forsennati che stordiscono il viaggiatore “sollecitandolo” a scegliere il proprio taxi. Il cubano è certamente più dolce e, forse, più ingenuo. Tra marmitte rumorose di magnifici catorci a quattro ruote ed un odore acre di benzina scadente che lascia nell’aria nuvole di gas, ti invita a salire a bordo con l’affettuosità e la delicatezza di un vecchio parente che non vedevi da anni.
Non so ancora se Cuba è l’emblema di un mondo migliore, ma mi bastano pochi minuti per “sentire” che certamente è un mondo diverso: quando la chiave della messa in moto, con l’auto lanciata in un vialone che conduce al centro, viene accarezzata da dita che le fanno baciare il simbolo “off”, il motore si spegne, la gasolina non scorre più nelle vene stanche di questa berlina anni ’50 che tossisce come una vecchia fumatrice orgogliosa del suo vizio. E quando la chiave viene ricongiunta alla sillaba iniziale, il suo “on” di partenza, quello dal quale si stacca per consentirsi una scappatella che trova motivo nel bisogno vitale di risparmio, la benzina che riaffluisce nei circuiti del motore fa sì che il veicolo rallenti giusto in tempo al bagliore di un rosso da semaforo.
Non c’è mortificazione né imbarazzo in un gesto che ti sbatte in faccia, in maniera inaspettata, i mille problemi che affliggono questa terra, che si nutre di aspettative da Paese sviluppato ma soffre di quotidiane carestie.
Lo confesso, mi aspettavo una città colorata che, pur tra tante difficoltà, balla e vive ammiccante. Ma l’Avana è una città che nasconde le sue sorprese e sembra quasi che volutamente si lasci avvolgere da una nube di smog per sottrarsi allo sguardo bramoso del viaggiatore occidentale che fa dell’impazienza e della velocità la sua filosofia. Una filosofia che spesso si nutre di convincimenti che si fanno pigramente definitivi, e pertanto necessariamente superficiali, nell’approccio iniziale, svuotando così il senso della scoperta ancor prima che nasca.
E questa ritrosia dell’Avana nel farsi godere subito, nel vestire i panni della puttana facile che alimenta l’immaginario collettivo dei poveri disperati che affollano il nostro mondo “progredito” che tutto compra al miglior prezzo, esplode allorquando, liberi da bagagli, ci si presenta al suo cospetto nel buio della notte. Si, perché l’Avana è buia, illuminata da lampioni a luci fioche che si distanziano per decine di metri. E’ allora che cominci a viaggiare, quando nella mente si presenta il rischio di non essere compresi, quando gli occhi tradiscono il senso di smarrimento incrociando sguardi lanciati da figli di spagnoli, di africani, incroci di razze che ti parlano di storie di schiavitù, tirannie e rivoluzioni.
E’ proprio in quel momento che l’Avana mostra la sua grandiosità. Ci si arriva con lo spirito del seduttore, forti della convinzione di affascinare perché portatori di possibilità che sai essere irraggiungibili per gli abitanti dell’isola, e ci si ritrova spogliati di quel senso di sicurezza e superiorità, talvolta intriso di presunzione, che noi occidentali cullati (o strapazzati?) dal progresso ci portiamo dietro in giro per il mondo.
L’Avana di notte è una città che graffia e il suo ventre – quel centro storico dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità nel 1982 – è un rincorrersi di palazzi “sconvolti” dall’incedere del tempo ma sempre maestosi nelle loro facciate avvolte da un intonaco scrostato che trasuda azzurro, verdino, giallo, rosa. Centinaia di pali di legno, poveri e consunti, tengono in piedi porticati e verande, balaustre e corridoi, soppalchi e tramezzi. Qui l’architettura produce ombre, sfrutta la pietra ed il marmo portato nei secoli da Carrara, ammorbidisce la luce usando vetrate multicolori, cancelli di ferro battuto e persiane di legno.
Il viaggiatore, spogliato della sua sicumera, prova quel brivido di spaesamento che è il senso del viaggio, “sente” odori diversi, voci e suoni nuovi che lo rendono libero. Libero da una serie di convincimenti “prefabbricati”, perché non è più il padrone che gira il mondo come fosse casa sua ma il viandante che, raggiunto dal fremito della paura, cerca un’intesa “empatica” (quasi a richiamare l’attenzione dell’indigeno sul fatto che si è animali della stessa razza) nello sguardo delle persone che spuntano dagli androni di palazzi fitti di pali, piantati come bacchette magiche che tengono in piedi quintali di pietre che, a distanza di secoli, insieme si fanno ancora case.
Solo al sorgere del sole, dopo che la notte ha prodotto quel disincanto e quella instabilità che rappresentano una condizione essenziale per viaggiare provando a capire il diverso, l’Avana si presenta nella sua maestoco di risciò che attraversano in lungo e in largo la città, guidati da muscoli e polmoni inzuppati di sudore.
Illuminata dalla luce naturale, l’Avana mostra la sua enorme bellezza, invitandoti a scendere sul suo stupendo lungomare, il Malecon, puntellato di palazzi barocchi, che si fanno linea sinuosa tra il centro storico e il quartiere moderno, il Vedado.
Di giorno la città si lascia scorgere e allora, se provi ad osservare, scopri cose che a prima vista appaiono bizzarre ma che forse sono lo specchio di evoluzioni storiche. Capita allora di imbattersi in schiere di cubani, uomini e donne, cinti in attillati kimono, che nel cuore dell’Avana coloniale, lo splendido scenario della Plaza Vieja, si abbandonano – al suono di gong altisonanti – a saggi di meditazione cinese. Movimenti lenti, ritmati al suono di musiche che contrastano incredibilmente con l’esplosiva padronanza, tutta cubana, del corpo lanciato al ritmo frenetico della salsa e della charanga habanera.
Forse ci si trova, come sostiene il politologo americano Noam Chomsky, davanti ai preparativi di apertura dell’isola – oggi in prima linea nel processo di progressiva integrazione dell’America Latina – a forze esterne come la Cina, un paese consapevole della sua enorme rilevanza strategica e, pertanto, meno intimorito di altre nazioni nel discostarsi dalla linea (forse un diktat?) internazionale delle maggiori potenze mondiali.
Appena il tempo di ammirare incantato la città proiettata, in continuo trica è giunta nel 1855 e il cinema pionieristico nel 1895, appena sei mesi dopo Parigi, la “ville lumière”.
L’Avana di giorno è musica, fiumi di persone che sciamano a piedi nelle centralissime calle Obispo, Obrapìa, San Rafael, piccoli taxi gialli a forma di guscio d’uovo (i coco taxi), traffisità, ricordandoti la sua storia d’avanguardia: è stata tra le prime capitali al mondo ad avere, nel 1837, una ferrovia (anche se oggi avvistare un treno che corra sui binari coperti dall’erba può sembrare un miraggio), ad illuminarsi a gas, ad usare il telefono.
Basti pensare che la luce eletmovimento ed a 360 gradi, all’interno della camera oscura posta in cima alla torre della Plaza Vieja, che la notte avvolge tetti e palazzi, vicoli e piazze.
Anche la Giraldilla, la sinuosa bandieruola segnavento – forgiata in bronzo, con forma femminea, nel 1632 ed ancor oggi stampata sull’etichetta del rum Havana Club – lascia la torre del Castillo della Real Fuerza. L’Avana è donna e la sera è fatta per farsi bella.
La città, però, adesso mi appare diversa. Non più un buio che incute soggezione, riesco ora a cogliere nella sua penombra i lineamenti di uomini che in strada giocano a domino o a scacchi, l’ospitalità e la spontaneità dei vecchi che da decenni vivono saggiamente tra mille difficoltà, l’allegria malinconica dei giovani che affollano il Malecon sino a notte fonda, l’eccezionale sinuosità di donne che con borsette piene di nulla, fatto di mozziconi di rossetto e di pochi pesos per il bus, abbandonano il corpo ballando spensierate in una città eternamente spettinata dal vento e sdrucita dall’umidità asfissiante.
L’Avana di notte adesso non infonde più timore. Lasciatasi scoprire agli occhi di chi prova a perdersi per tentare di capire, si presenta al viaggiatore stanca ma incredibilmente languida e fascinosa fasciata nel suo vestito fatto di utopia tropicale, un’utopia che proprio le aspettative dei suoi figli più giovani, parte di una generazione colta e ormai distante dal ricordo di eroismi rivoluzionari, le imporranno di svestire.

200612-8-4m

200612-8-5m

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *