Le 12 sindromi capresi

– di Renato Esposito

La ricerca del secondo Policlinico di Napoli in collaborazione con l’Università del Michigan.
Dalle azzurre schizofrenie al manicomio tascabile.
Il Fattore K. L’isola felice non esiste.
Vediamo quale è la vita caprese e dei suoi ospiti.

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200503-20-3mQuest’isola, così decantata e vituperata, sempre più patinata e griffizzata, ha manifestato nel corso del tempo particolarissime sindromi, sottili “azzurre schizofrenie”, segni particolari di una capresità, elitario sinonimo di una presunta felicità. L’ironia di Edwin Cerio è pungente e sagace nel descrivere Capri come un “manicomio tascabile”, ultimo approdo, dolce naufragio di tanti deragliati europei. Ma c’è da chiedersi se il mito di Capri “isola felice” resista ancora.
Nel 1991 un equipe di ricercatori del secondo Policlinico in collaborazione con l’Università del Michigan individuarono un “Fattore K” peculiare all’insularità di Capri.
I risultati di questo studio evidenziarono nella popolazione una diffusa infelicità, un senso d’inquietudine e d’ansia che minava l’immagine di una Capri “apragopoligicamente” felice. La melanconia azzurra, musa ispiratrice di Rilke e Moravia, sembra un miraggio lontano.
Proviamo quindi a elencare le più famose sindromi legate all’isola di Capri.
Capri sensuchts. E’ una particolare nostalgia che lega i viaggiatori d’oltralpe a Capri. Essi ritengono che l’isola sia “un luogo dell’anima” che ti rapisce il cuore e la mente. Sinonimo potrebbe essere il termine capritudine. Perfino i vocabolari tedeschi riportano il termine Capri Sensucht: melanconia che si prova nello stare lontano da Capri.
Capricentrismo. Tutta la storia passa per l’ombelico del mondo. Insigni storici e giornalisti, tuttologi alla moda, pensano di decidere le sorti dell’umanità e di analizzare il corso degli eventi stando comodamente seduti in Piazzetta davanti ad un cocktail.
Mummificazione sclerotizzante. E’ quella sindrome che colpisce alcuni noti personaggi di Capri post-mortem. Le loro carni e le loro gesta subiscono un effetto irreversibile e mistificatorio da parte del mito caprese. Chi avrebbe ricordato Fersen se avesse costruito una villa a Canicattì? Diceva Roger Peyrefitte che per diventare famosi a Capri devi trovare chi scrive un romanzo sulla tua vita.
Agorafobia.E’ quel malessere che si prova rimanendo solo pochi minuti in Piazzetta. Graham Greene, Berthold Brecht e Rainer Maria Rilke evitavano sistematicamente quella che Fersen definì “una sputacchiera di pettegolezzi”.
Sindrome di Totò. E’ stata riscontrata a Capri a metà degli anni ’80. In quei tempi una pacchiana voglia di nobiltà colpì una borghesia spregiudicata e arrampicatrice. Su tanti illustri biglietti da visita “cavaliere” e “commendatore” furono sostituiti con altisonanti titoli di barone e conte.
Svippizzazione. E’ una aspirazione ascetica e purificatrice, una specie di tisana cerebrale, nel tentativo di eliminare questa categoria, i vip, dall’isola di Capri. Alcuni anni fa in un congresso di astrofisica svoltosi sull’isola erano presenti ben quattro premi Nobel; ma, ohibò, tutti i giornali locali descrivevano nei particolari gli amorazzi di una pseudo-velina sull’isola azzurra.
Trivializzazione salottiera. Che c’è di meglio che essere scurrile con glamour? Capitani d’industria e noti politici regrediscono all’età infantile cantando a squarciagola “zizze” e “culi”.
Sradicamento cerebrale. E’ la progressiva perdita delle proprie radici marinare e contadine. L’homo caprensis compensava lo stress causato dalla sosta forzata sul palcoscenico del turismo rifugiandosi subitodopo nei campi e sul mare. Adesso invece non ha più la capacità, la voglia, la coscienza, come direbbe Adorno, di togliersi la maschera. Egli recita tutto l’anno su un palcoscenico illusorio.
Metroquadripatite. E’ quella sindrome che fa sì che il soffio vitale, il motore immobile dell’isola sia il metro quadro. Questa logica è una degenerazione psicologica della cementite acuta che condanna molti isolani ad un delirio di onnipotenza.
Sindrome della tartaruga. Colpisce molti capresi quando si recano a Napoli. Un mio amico che abita vicino a piazza Municipio mi disse: “Un caprese lo riconosci subito quando cammina per Napoli. Corre velocemente verso il porto, attratto dall’acqua, per poi sostare lì per lungo tempo ad aspettare”.
Pallonismo congenito. Già descritto con dovizia di particolari da Edwin Cerio. Se inciampi a Tragara e ti sloghi una caviglia, la notizia della tua morte arriva fulminea in Piazzetta. Colpisce specialmente d’estate quando giornalisti in crisi da astinenza da notizia s’aggirano famelici tra i tavolini dei caffè.
Edonismo mediocratico. E’ una conseguenza di una forma degenerata di narcisismo capricentrico. Bisogna prima di tutto apparire. I capresi, giovani e vecchi, si sentono realizzati se la loro foto appare su qualsiasi giornale. Ogni evento della vita dell’homo caprensis è in funzione della Dea Mediocratica. Nascite, matrimoni, compleanni, amori e futuri tradimenti trovano la loro conferma nella carta stampata. A questo riguardo ci sovvengono le parole di Augusto Weber: “Tra murticielli e zite passa ‘a vita” (ovvero “tra funerali e matrimoni passa la vita di un caprese”).
Punto di fuga. Noi capresi ogni mattina, quando arriviamo sulla Piazzetta della Funicolare, compiamo un inconsapevole rito liberatorio. Guardiamo l’orizzonte per alcuni secondi e poi ritorniamo indietro. Vorremmo fuggire via, ma non ne abbiamo la forza.

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Un commento su “Le 12 sindromi capresi

  1. Non tutto e’ vero, io sono andato via capri nel 1968, avevo appena 16 anni, e nonostante son passati quasi 50 anni, Io la malinconia la sento, della mia famiglia, dell isola, delle abitudini, del caffe in piazzetta, della povera pero’ divertente pesca che faccio con i miei amici, Alfonso e Pasqualino, delle passaggiate che faccio, e ogni volta che vedo i Faraglioni da vicino, ancora adesso mi scappa quel emozione nel fiato e negli occhi, e dico sempre che queste cose solo chi e’ caprese, e specialmente come me,che vive lontano da questa meravigliosa isola, lo puo’ capire. Capri un dolce sentimento che non sparisce mai dal propio cuore.

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