Le 33 stelle della Sardegna

– di Maura Nessi

Tanti sono i fari lungo le coste dell’isola.
L’interessante sito di Andrea Utzeri e Sabrina Onano e i reportages di AnnaMaria “Lilla” Mariotti.
Un bel libro di Barbara Calanca.
I faristi di Capo Ferro, Capo Sandalo e Capo Caccia.
La Lanterna di Genova e le altre torri luminose d’Italia.
Una donna sul promontorio del Gargano.
La ristrutturazione di 88 fari trasformati in alberghi e ristoranti panoramici.
Tutto cominciò all’Isola di Pharos: il “candelabro fatto di durissimo travertino alto trecento cubiti”, citato da Stazio, guida dei naviganti per milleseicento anni e poi abbattuto da due terremoti.

200807-9-1mTorri di luce, segnali ai naviganti, sentinelle del mare.
I fari. Autentici nidi di falchi quelli a strapiombo sulle acque, svettanti su speroni di roccia. Sono i fari d’altura, off limits per ragioni militari, e rappresentano la maggioranza dei fari italiani, 128 su duecento circa. Come il faro di Capo Figari sul Golfo degli Aranci, in Sardegna, a più di trecento metri sul livello del mare, in cima a vertiginose falesie, forse il faro più alto d’Italia. Dei fari parliamo con gli ingegneri Andrea Utzeri e Sabrina Onano, marito e moglie, di Cagliari, che hanno realizzato il più completo sito () sulle torri luminose. Il loro sogno è fotografare e visitare tutti i fari della Sardegna.
“Se fosse una costellazione del mare dicono, – la Sardegna avrebbe i contorni di trentatre stelle”. Tanti sono i fari dell’isola sui quali Barbara Calanca, giornalista romana stabilitasi da tempo alla Maddalena, ha scritto un bel libro, illustrato da fotografie da lei stessa scattate.

Il faro di Capo Ferro sulla Costa Smeralda è su un promontorio alto 40 metri che si lascia alle spalle Porto Cervo. Una torre robusta di 18 metri si leva da un massiccio edificio bianco. Il panorama è straordinario. Davanti, vicinissima, è l’Isola delle Bisce, ma anche Caprera e, lontano, la Corsica. È uno dei pochi fari abitati e gestiti dai faristi.
Sono Franco Cuccureddu e Cosimo Benefico i guardiani del faro di Capo Ferro.
Cuccureddu, sassarese, è da trent’anni sul promontorio, non ha ancora sessant’anni e conserva l’entusiasmo di un ragazzo per il mare e i fari.

Davanti alla costa sud-occidentale della Sardegna, sull’Isola di San Pietro, la sesta per grandezza fra le isole italiane, circondata da un mare incontaminato, Bruno Colaci è il guardiano del Faro di Capo Sandalo, a picco su una scogliera vertiginosa.
Colaci è “un moderno eremita” come lo definisce AnnaMaria “Lilla” Mariotti, scrittrice ligure di Camogli, che ai fari di tutto il mondo ha dedicato una straordinaria serie di articoli e foto. Per i suoi reportages ha ricevuto premi e riconoscimenti negli Stati Uniti. Colaci è un farista di lungo corso.
È stato in molte torri luminose, e per un breve periodo alla Lanterna di Genova, ed è sull’Isola di San Pietro da trentasei anni. Il faro di Capo Sandalo, costruito nel 1864, è automatizzato e richiede meno lavoro di un tempo quando bisognava far girare a mano il meccanismo per illuminarlo. Ci sono 124 scalini nella torre per arrivare alla lanterna.

In cima a un dirupo di falesie bianche, e sopra le Grotte di Nettuno, si erge il faro di Capo Caccia che chiude la rada profonda di Porto Conte, una ventina di chilometri a ovest di Alghero. Luigi Critelli, un genovese, da quattordici anni è il guardiano. Vive in un paradiso sospeso fra mare e cielo dove volano la pernice sarda, il falco pellegrino, il gabbiano reale, e distende le sue ali che raggiungono i tre metri il grifone, avvoltoio maestoso, mentre, di fronte, sull’isola di Foradada, vivono i cormorani.
Il faro di Capo Caccia ha due secoli e più di vita. Dal 1961 vi è arrivata l’elettricità che ha sostituito gli antichi combustibili, l’acetilene e i vapori di petrolio. Critelli vive nel faro con la famiglia.
Il faro di Punta Sardegna, davanti all’arcipelago della Maddalena, ha contato nel passato una farista, Genoveffa Balzamo. Rare le guardiane italiane dei fari. Fino a otto anni fa, Maria Rita di Loreto, abruzzese di Avezzano, era la farista di Torre Preposti sulla punta del promontorio del Gargano.
Donna felicissima del suo mestiere e donna solitaria, per diciassette anni a Torre Preposti, in una piccola casa bianca vicino alla torre luminosa, sessantadue metri sul livello del mare, il faro più orientale d’Italia.

S’era divisa dal marito, che abitava alle Tremiti, e la figlia si era sistemata a Vieste. Maria Rita viveva nella casa del faro con tre cani e otto gatti ingannando il tempo industriandosi a fare marmellate e liquore di melograno. Ma era felicissima ed ebbe il suo momento di popolarità prima di andare in pensione. Sono moltissimi i fari in disuso e in rovina, in Sardegna e in Italia, e molti, completamente automatizzati, non hanno più il guardiano.
Ottantotto vecchi fari (9 al Nord, 13 al Centro e 66 al Sud) sono stati trasformati in suggestivi alberghi e ristoranti panoramici, come il Faro del Ferraione nell’isola di Caprara, il Faro di Caporizzuto in Calabria, la Lanterna di Mattinata a Foggia. Le coste della Calabria sono disseminate di fari tra i quali l’altissimo faro di Capo Vaticano, cento metri sul livello del mare. In Campania, il faro più elegante è quello di Punta Carena ad Anacapri che svetta, a strisce verticali bianche e rosse, da una costruzione color rosso pompeiano ed è il secondo faro più potente d’Italia dopo la Lanterna di Genova, visibile sino a 46 chilometri.
È attivo dal 1867, realizzato dagli ingegneri borbonici. Al faro genovese, che da sette secoli domina il porto e la città ligure con i suoi 117 metri di altezza, AnnaMaria “Lilla” Mariotti ha dedicato un appassionato reportage ricostruendone la storia, dalla prima lanterna del 1326 alimentata con olio di oliva alla forma definitiva assunta nel 1543, citando i due fulmini che nel 1481 e nel 1602 si abbatterono sul faro.

Ma nessuno dei fari costruiti dall’Ottocento in poi potrebbe rivaleggiare con il progenitore di tutte le lanterne marine, alle quali ha dato il nome, la gigantesca torre di Pharos, l’isola di fronte ad Alessandria d’Egitto.
Fu una delle sette meraviglie del mondo antico, “candelabro fatto di durissimo travertino alto trecento cubiti” come ha lasciato scritto Stazio, il poeta latino di Napoli, che ne celebrò lo splendore paragonandolo a quello della luna.
La torre di circa 150 metri, “visibile dalla distanza di venti leghe”, guidò i marinai per milleseicento anni prima che due terremoti l’abbattessero e i resti fossero distrutti dalle mareggiate agli inizi del 1300.
Era stata costruita nel 270 a.C. In cima alla torre ardeva un fuoco perenne.

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