Le bianche case di Trabìa sulla costa palermitana

– di Alessandra Ottieri

La suggestione dell’architettura spontanea in un articolo di Salvatore Quasimodo che è un’autentica lettera d’amore per la sua terra. Il lavoro dei muratori col metro pieghevole e la matita copiativa fino al giorno con la bandiera sul tetto e la bicchierata, la fine gioiosa dell’opera. Case schiumanti che scivolano come velieri dentro il mare.

L’architettura non è solo scienza costruttiva, arte di edificare; e una casa non è solo un tetto sulla testa, un riparo dalle intemperie. Il francese Paul Valéry – poeta con il pallino della matematica e «architetto mancato» – appuntava in uno dei suoi voluminosi Cahiers che il costruttore ha molti tratti in comune con il poeta e con il musicista; chi progetta un poema, chi compone una melodia, chi innalza un edificio (tempio o capanna, poco importa) deve saper modulare forme, parole, suoni, in modo da armonizzare elementi e materiali di diversa natura; il costruttore, in particolare, deve sapere alternare i pieni e i vuoti di una superficie e utilizzare anche la luce e l’aria come se fossero materiali da costruzione (al pari di calce e mattoni): deve, insomma, riuscire a realizzare le condizioni materiali e ideali della nostra felicità.

E’ proprio così. La casa è il nido, è il rifugio, è la famiglia, è il guscio della chiocciola (dal quale a fatica ci separiamo), è la cella dell’alveare alla quale, dopo infiniti e operosi voli, sempre desideriamo ritornare.
La casa ci somiglia, è lo specchio dei nostri pensieri, dei nostri gusti, delle nostre ossessioni, rivela, meglio di ogni altra cosa, la nostra indole; ci rappresenta integralmente per quello che siamo; svela impietosamente le nostre nevrosi, i tic, le manie…

Forse è per questi motivi – e per una mia innegabile tendenza al voyeurismo – che mi incuriosiscono le dimore dei poeti. Sapere in quale città o paese o isola o villaggio siano nati Montale e Gatto, Penna e Sereni, Caproni e Soavi, Saba e Quasimodo è un fatto di assoluta importanza per poterli studiare e capirne l’opera, ma conoscere anche la casa dove sono nati, aggirarsi nelle stanze che li hanno visti bambini, toccare i mobili che hanno aperto e richiuso mille volte, posare le mani sul tavolo su cui si sono accumulate le loro carte, non è forse il modo migliore per entrare nel loro mondo interiore?

Per carpirne i gusti, le abitudini, le debolezze?
Solo dopo aver visitato la casa di Recanati possiamo dire di aver conosciuto (e amato) davvero Leopardi; solo dopo essere stati nell’abitazione di Carducci a Bologna e aver visitato lo studiolo, semplicissimo, dove il poeta riceveva amici e sodali, possiamo dire di averne compreso appieno la statura morale e intellettuale. Per non parlare del “Vittoriale degli Italiani”, l’ultima dimora di Gabriele D’Annunzio, specchio delle ossessioni e passioni del vate, fantasmagoria di forme e colori, metafora della sua “vita inimitabile”.
Il romanzo è uno “spazio abitato” diceva lo scrittore e poeta francese Michel Butor – suggerendo ai lettori di entrare nelle pagine dei suoi libri come si entra in un edificio, scegliendo il “percorso” più congeniale, arrestandosi di frequente per guardare le cose più da vicino, o affrettando il passo per giungere prima all’uscita. Provando a rovesciare la teoria di Butor possiamo dire che entrare nella casa di un poeta equivale ad introdursi nelle pagine di un suo libro segreto, sfogliarne il diario intimo, leggere tra le righe quello che il poeta non ha voluto o saputo dire: c’è sempre la possibilità di fare qualche scoperta emozionante, di capire meglio le ragioni della sua poesia o della sua anima.

Quando poi non siamo noi critici a penetrare nei luoghi più intimi e segreti di un autore, ma sono gli stessi poeti a guidarci nelle loro terre e nelle loro dimore, ad evocarle attraverso ricordi di infanzia o di giovinezza, a eternarle nei versi, o a raccontarle in saggi o articoli di giornale, allora qualsiasi considerazione di ordine teorico (così come qualsivoglia tentativo d’interpretazione critica o psicanalitica) viene meno, per lasciare spazio all’assoluta magia della parola, a descrizione della terra d’origine o della casa paterna è sempre per il poeta un’occasione per viaggiare con la fantasia nei luoghi cari e rintracciare nella memoria immagini, persone, forme, colori, profumi, scolpiti nel cuore e nell’anima, indelebilmente: Da molto tempo non parlo con la mia terra, e questa potrebbe essere una lettera d’amore sollecitata da una due case, da un brano di mare d’una spiaggia lontana.

L’autore di questa lettera d’amore per la sua terra è il poeta siciliano Salvatore Quasimodo; la spiaggia lontana lambita da un brano di mare è quella di Trabìa, in provincia di Palermo, cittadina costiera di antichissima origine, il cui nome arabo compare per la prima volta in documenti ufficiali nel secolo XI: Trabi’ ah.
I muri dritti e bianchissimi delle case di Trabìa (…il sole vuole muri bianchi per essere mortificato…) sono un richiamo irresistibile per la fantasia e la memoria del poeta; rette perpendicolari, linee spigolose conferiscono alle case disseminate in quel tratto di costa siciliana un aspetto insieme semplice e solenne, splendente e austero. Niente fronzoli, niente orpelli per queste abitazioni di pescatori che sembrano tagliate nella luce; innalzate, senza un progetto e senza calcoli, solo con appunti di linee e cifre; tirate su con pietre e calcina in modo semplice (…non una voluta, non un rotondo…) da mani ruvide, abituate alla fatica: mani di carta vetrata …dovevo un giorno cercarvi e stringervi con forza per salutare la mia terra.

Pochi conoscono il brevissimo ar ticolo Muri siciliani di Salvatore Quasimodo (dal quale sono tratte tutte le citazioni), scritto nel 1951 per la rivista «Pirelli», edita dall’omonima azienda di pneumatici.
Commissionato dal direttore Leonardo Sinisgalli – poeta e ingegnere di origine meridionale -, il “pezzo”, che avrebbe dovuto avere un taglio squisitamente giornalistico, era destinato a comparire insieme ad altri, pure affidati a poeti e letterati (Penna, Gatto, Soavi, Sereni, Berti) in una rubrica dedicata all’«architettura spontanea» presente sulle coste e sulle isole, sulle montagne e nelle valli della nostra penisola. Sono articoli che si leggono tutti d’un fiato, ricchi di suggestioni poetiche, nei quali il motivo giornalistico-documentario diviene pretesto, semplice spunto per la stesura di affascinanti “prose di memoria”, “diari di viaggio” e come nel caso del premio Nobel siciliano – accorate “lettere d’amore”.
L’articolo di Quasimodo non è altro che questo: una dichiarazione d’amore per la propria terra, un inno alla fatica e al lavoro degli uomini siciliani che, con pollici grossi e testa nera, sanno come costruire la propria casa:
L’uomo ha piedi nudi… sa come fare il tetto e inclinare spioventi.
Muove l’architettura del suo cuore per squadrare e incatenare spigoli e capriate… Il suo occhio misura bene gli angoli, il suo martello incastra giusto la pietra. E’ solo a costruire: l’asino gli porta i macigni e un ragazzo li spacca a colpi fitti, succhiando scintille…

Un disegno schizzato su un taccuino foderato di tela cerata, un metro pieghevole infilato nella tasca dei pantaloni, pochi appunti a matita copiativa buttati giù sui fogli a quadretti di un piccolo quaderno: non occorre altro all’uomo siciliano operaio e padrone, architetto e ingegnere – per tirar su le quattro mura della sua candida casa di schiuma: Lavora… per tre quattro mesi, prima delle piogge, e del sole vischioso, senza conto di ore per altri. Di ore fa un calcolo per sé… Centoquarantaquattro mattini e crepuscoli per vedere una piccola bandiera sul tetto e vuotare bicchieri di vino con gli amici che vogliono portare l’augurio nella casa nuova.
L’immagine bianchissima che queste “case schiumanti” hanno gettato sul mare di Trabìa è di una bellezza struggente. Anche chi non ha mai visitato la cittadina siciliana, ma comunque ha girato il Mediterraneo alla scoperta di isole e villaggi costieri, sa a cosa mi riferisco. Le case bianche e squadrate di Trabìa non sono tanto diverse da quelle di Positano o di Panarea, di Santorini, di Mikonos o di Idra. Fanno eccezione, forse, solo quelle di Marina Grande a Capri o quelle del porto di Procida o della Corricella, dove i colori-gelato (rosso fragola, verde menta, giallo limone) dei piccoli edifici prospicienti il mare – a due o tre piani, con scale ripidissime, addossati l’uno all’altro sono il frutto di una scelta concreta, di carattere affettivo, non certo estetico: quei colori sgargianti dovevano rendere immediatamente riconoscibili le case, anche da molto lontano, ai naviganti che vi facevano ritorno dopo settimane o mesi trascorsi in mare aperto.

Ma bianche o coloratissime, a un piano o a più piani, con tetti squadrati o a cupola, queste case sul mare hanno un comune denominatore: tutte sono nate “spontaneamente”, per soddisfare un bisogno primario, per ospitare un focolare acceso, il calore di un famiglia numerosa, nascono dal cuore non da un piano regolatore, la loro bellezza è frutto di un’intuizione, per così dire, poetica, non è il risultato di un calcolo, di un progetto… eppure, ammirandole nella loro estrema semplicità di linee e di forme, intonacate o bianche di calce e di sole, a nessuno verrebbe in mente di chiedere al proprietario la licenza edilizia…
Tornando a Quasimodo, sono altri i pensieri e i ricordi che le case di Trabìa suggeriscono al poeta e a noi lettori, ammaliati dalle sue parole: È bastata una casa schiumante che potrebbe scivolare come un veliero dentro il mare di Trabìa a farmi anche risalire, a pochi chilometri dalla sua riva, un sentiero di ciottoli e cardi per raggiungere Sòlunto, una collina con colonne atterrate, in una giornata di vento insieme ad altri ragazzi, molti ragazzi. Ma quando, in questa memoria?

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Un commento su “Le bianche case di Trabìa sulla costa palermitana

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