Le cento canzoni di Capri

– di Carlo Missaglia

Il primato canoro dell’isola azzurra sulla scia della suggestione delle sirene il cui canto seduceva i naviganti. La Grotta Azzurra prima ispiratrice di melodie immortali. Le gambe delle capresi motivo di attrazione per poeti e musicisti. I versi di Vacca e le note di Mario Costa. L’inno di Bovio. La Marina Piccola nella poesia di Ernesto Murolo. L’isola d’oro di Totò. Il capriccio degli dei di Fred Bongusto. La celebre Luna di Augusto Cesareo.

201103-12-1m

201103-12-2mSono colto sempre da una grande emozione, quando mi capita di parlare di Lei. Avevo accuratamente cercato di evitare l’argomento Capri, rifugiandomi nel cantare le lodi di Ischia, Procida, Sorrento, Positano, Amalfi, ma alla fine sempre lì sono andato a finire. Del resto non è possibile esimersi dall’essere interessati da quella che viene definita, a ragione, l’isola più bella del mondo, da quel paradiso cantato da tanti in più di cento canzoni. Dal luogo che più di ogni altro ha tutti gli elementi per coinvolgere amori, passioni, gelosie, momenti di esaltazioni e che ha visto tra l’altro, passare, anche per sola curiosità, “pecché sa da fa”, le personalità più famose del secolo scorso. Sono troppo legato, con i miei ricordi di infanzia, di gioventù e oltre, a quella terra, per non sentirmene partecipe, ogni qualvolta mi reco sull’isola. Tutto mi ricorda tutto. La stradine, le scale, le case dal sapore mediterraneo, come le ville, i giardini, le chiese, le ginestre col loro giallo carico che tanto caratterizzano il paesaggio; e poi la “piccola marina”, come dicono i capresi.
Le ore, i giorni, gli anni più belli della mia vita, li ho trascorsi in quella parte dell’isola. E che dire delle tiepide sere estive, accarezzate dal maestrale che moderato vi giunge, la luna, le stelle, una chitarra e donne, tante donne, non tutte mie, si intende, che si scioglievano al canto delle antiche melodie di Napoli e della stessa Capri. Si rinverdiva così l’antico mito delle Sirene, che si vuole da questi lidi incantassero e seducessero gli inconsapevoli naviganti.

Tu, luna, luna, tu / Luna caprese! / Che faje sunnà / l’ammore a e nnammurate.
Così recitano i versi che Augusto Cesareo dedicò a quest’isola, rivestiti dalla musica suadente di Luigi Ricciardi. Quanti anni sono passati da quella lontana sera del 1953, quando dal bordo della piscina de “La Canzone del mare” se ne levarono per la prima volta le note, portate dalla voce di Nilla Pizzi (veramente le cronache dicono che la prima volta sia stata cantata ad Anacapri, ma a me sembra più suggestivo immaginarla mentre viene presentata, complice la protagonista “Luna”, proprio accanto al mare, e, con sullo sfondo, i Faraglioni).
Questo è solo il brano più conosciuto della lunga teoria musicale e poetica a cominciare dai tempi remoti, in cui si esaltavano, a giusta ragione, le grazie muliebri delle donne isolane. Li femmene a dummeneca so belle / Nun vanno a Messa si nun so lavate; / se metteno a lu canto de la via / per dare lo buongiorno a e nnammurate.
/ Passa lo nnammurato e dice …addio!
Quello stesso nnammurato che esalta le bellezze della sua amata che vede di sfuggita, appunto, la domenica mattina alla Messa: Beata chella crapa / Che fece talo agnello, / ca lu conte de Manoppiello / è tenuto a levarse lo cappiello.
Ma ciò che più veniva messo in risalto erano le gambe, stupende, incantevolmente slanciate e che non disdegnavano di mostrare con grande civetteria. Le gambe nude erano perfette, / perché non usavano calzette. / Ai piedi era congegno / un pajo di zoccoli di legno. / Per sottoveste la gonnellina / di ordinaria telina, / la gonna di bordato fino / di color blù ovver turchino…

E come i costumi fossero morigerati lo si apprende da un “Banno”, chi sa se mai abrogato, che recita testualmente: “Poiché per la Dio grazia, si intende che in detta Terra per il passato o non vi siano state, né al presente vi siano, donne troppo facili, ed affinché succedendo quod absit, il caso che per l’avvenire vene fussero o venissero, debbano subito sfrattare, sotto pena della frusta. Et affinché si preservi la comunità da simile lordura, si stabilisce, che, occorrendo, il che Dio non permetta, succedesse gravidanza a persone non ancora sussurrate nè colpate, per la prima volta stiano soggette al castigo rigorosamente, ma vedendosi che inciampasse un’altra volta di tali difetti, s’intenda dichiarata per donna libera, è perciò passata prima per la frusta per detta Terra, per terrore delle altre, poi le si debba dare onninamente lo sfratto, a ciò non si infettano le altre donne della stessa Terra”.
Una delle prime volte che mi recai a Capri con l’entusiasmo del conquistatore, chiesi a un taxista, “Costanzo”, se c’erano ragazze straniere, insomma se si riuscisse a fare delle proficue acchiappanze, al che lui rispose: “Signurì vuje vulite pazzià? A notte cà l’isola se move, saglie e scenne. Va a fernì c’hanna mettere gli ammortizzatori comm’ ‘e machine!”.
Avevo trovato la mia isola!

Voglio concludere questo che è solo il primo passaggio su Capri con alcuni versi che ci fanno entrare nel costume prematrimoniale dell’isola di tanti anni fa: In quel tempo vano / Con profondo arcano / Soleva il parrocchiano / In forma di ruffiano / Combinare il matrimonio / Con arte del demonio. / E chi non piegava al volere / S’assoggettava al mal vedere / Ma adesso la decenza / Ha tolto l’impertinenza.
La donna, le passioni, gli amori sono una delle costanti di Capri. Io però intendo narrare dell’isola anche attraverso le canzoni che di essa hanno esaltato i momenti più caratterizzanti. Tra le prime che sono giunte sino a noi in forma compiuta, cioè complete di musica e parole, troviamo “La Grotta Azzurra” che ci è dato di conoscere attraverso una trascrizione di Vincenzo De Meglio che la colloca nel primo libro della sua corposa raccolta di 150 brani, “L’Eco di Napoli” edito da Ricordi. Nella raccolta “La Napoletana” di Roberto Murolo vi è un’indicazione poco attenta. Infatti, la Grotta viene collocata da lui temporalmente nel 1700 e come scopritore ufficiale il poeta Augusto Platen nell’anno 1826.
Ora a me dispiace dirlo, ma al redattore delle note esplicative del Murolo dico: che se si può accettare la data come esatta, ed io ci aggiungerei anche il mese e il giorno, 17 agosto per Enzo Petraccone, 19 di agosto per Alvino, non si può far passare per buono il nome dello “scopritore”. Infatti ben altri furono i titolari di quella impresa: Augusto, si, ma Kopisch, poeta, ed Ernesto Freis un suo amico. Costoro si recarono a Capri nell’estate di quell’anno e sotto la guida attenta di Angelo Ferraro, barcajuolo, del “notaio” Giuseppe Pagano e di una eterogenea comitiva formata dall’asinaio Michele, dal figliuolo di Michele Pagano albergatore e figlio di Giuseppe e dal proprietario dei terreni in cui insiste l’entrata della Grotta stessa, ma che si accodò in seguito, anche se nella stessa giornata, compirono la prima esplorazione della Grotta.
In quella occasione venne anche imposto il nome di Azzurra. C’era chi l’avrebbe voluta chiamare Grotta Pagano o addirittura Kopisch, ma, su suggerimento dello stesso poeta tedesco, venne accettato, per definitivo, quel nome che ancora oggi è sulla bocca di tutti, “Azzurra”.

Jammo nennella mia, / già la varchetta è pronta / sto mare è n’allegria, / te dice viene viè. / E dint’a Grotta Azzurra / haje da venì commè!
Basterebbero questi primi versi, della trascrizione di De Meglio, per comprendere come la canzone sia stata composta ben oltre il 1826, data, che come abbiamo già detto, ne certifica la scoperta. Infatti si parla di un barchetta che si sa fu perfezionata nella forma che ancora oggi mantiene per far accedere più agevolmente nella Grotta attraverso lo stretto passaggio. La prima ricognizione fu fatta da quella allegra brigata, che abbiamo descritto, entrando nella grotta a nuoto e con delle tinozze, in cui i nostri “esploratori” avevano sistemato delle fiaccole intrise di pece, che dovevano servire per illuminare la perlustrazione. Questo è la storia certa, e con ciò non voglio asserire che in precedenza non vi siano stati dei tentativi di esplorazione della Grotta.
Una cosa certa è che, all’epoca di Tiberio, l’ingresso della grotta doveva essere molto più ampia ed emersa per circa una diecina di metri. Basterebbe fare riferimento ai vari movimenti bradisismici che hanno interessato il nostro golfo. Se si guarda al lato di sud-est dell’isola, si può notare l’antica linea della battigia, facilmente ricostruibile perché segnata da una marcata teoria di fori, antica dimora dei litodomi (datteri) che per vivere, si sa, hanno necessità di essere sotto il pelo dell’acqua.
Altre furono le canzoni che si ispirarono alla celebre Grotta, come quella di Cinquegrana che recita: Chell’è ‘na grotta , tutta turchina / Comme so ll’uocchie che tiene oj né: / E’ lo ‘ncantesemo de la marina! / ‘O mare ‘e Napole fa stravedé!
Addirittura quel mare riesce a far impallidire lo stesso mare di Napoli, che, per antonomasia, è quello sicuramente più cantato ed esaltato nella nostra letteratura musicale.
Anche Carullo e Forte non vollero far mancare la loro impronta musicale sulla Grotta più famosa del mondo. Al mare di Capri si rivolse anche E. Vacca, il quale volle dedicare i versi della sua “Capri”, che il grande Mario Costa rivestì di una soave ed ispirata musica, dettatagli dallo sciabordio che le onde fanno nel loro perpetuo andare e venire sotto i secolari Faraglioni.

Ho una foto che ritrae per l’appunto il Costa, il quale, seduto sul muretto che accompagna la via di Tragara, è intento ad osservare “chilli scoglie” accarezzati dal mare bleu. Chest’onne ca pe Napule / Pare ca cantano-mille mutive, / passano sott’a st’isola, / rideno e chiagneno chi sa pecchè! Ho già detto che le canzoni che hanno magnificato Capri sono circa un centinaio, e scrivendo appunto di canzoni, non vorrei allarmare i miei lettori. Non è nelle mie intenzioni descriverle tutte, ma lasciatemi almeno la facoltà di evidenziarne le più significative. Bovio ci ha consegnato un brano “Canzone a Capri”che fa parte del patrimonio della casa editrice “La bottega dei 4″, che, purtroppo, non ebbe la possibilità di esprimere tutte le sue potenzialità a causa della prematura dipartita di uno dei suoi soci, Tagliaferri, che fu anche il musicista del brano citato. Isola azzurra / pittata ‘e sole, / suspiro d’angelo, caduto a cielo / tu si ‘na connola, dint”a nu velo, / si ‘na canzone, senza parole.
Capri, Capri, Capri, capriccio degli Dei, cantava Fred Bongusto da Campobasso! E sui miti degli Dei, delle Sirene, si è costruita la leggenda, creata intorno alla vicenda Capri. Le tre belle Sirene, antropofaghe, che dal lido isolano attraevano col loro dolce e irresistibile canto gli ignari naviganti, sono la rappresentazione fantastica di qualcosa che nella realtà storica ha dei sensibili riscontri.
Sembra, infatti, che gli antichi abitanti dell’isola fossero realmente antropofagi, come si è ben potuto constatare da parte di archeologi che su quel lido hanno svolto le loro ricerche.

Quanta verità è celata dietro quella leggenda, come in tante altre in cui sovente affonda le sue radici la storia reale. Allora Partenope, la sirena che aveva tentato di ammaliare Ulisse senza riuscirvi, per il dispiacere andò a morire sulle rive di Tor di Falero. Col suo corpo alimentò quella terra, i cui abitanti ne trassero il genio musicale che, soprattutto nella melodia, non ha avuto rivali al mondo. Capri, perché di essa sto scrivendo, che aveva ospitato la incantevole seduttrice Partenope, madre del bel canto, ha ricevuto in cambio il tributo musicale di quasi tutti gli autori di canzoni e non solo napoletani. Da Mogol “Capri mon Capri” ad Achito Luca “Capri”, a Verde e Trovajoli “Che me mparato a fa”, a Gregoretti “Tarantella d’ammore caprese”, passando per Totò, il principe del sorriso, con “Isola d’oro”.
Questi sono solo alcuni degli oltre cento titoli di brani che hanno cantato le lodi e gli amorosi sensi che l’isola ha sempre destato in chi le si è avvicinata.
Da alcune lettere che Di Giacomo scriveva alla allora fidanzata e futura moglie, Elisa Avagliano, abbiamo appreso che egli era un assiduo frequentatore dell’isola. Come pure si è arrampicato su per le scale, che dalla “Marina” portano in “Piazzetta”, Roberto Bracco in compagnia di Massimo Gorkij. Che dire di Ernesto Murolo che ci ha narrato in una stupenda e sentita poesia la Marina Piccola, Capri, marina piccola / Na vranchetella ‘e case e piscature / Ca se scetano all’alba / E a notte dormeno, che in seguito Evemero Nardella rivestì di splendide note. Peccato che non si riesca a trovare la partitura completa, o almeno io non ci sono riuscito.

Dalla vicina Sorrento, dove risiedeva abitualmente, G.B. De Curtis lancia il suo atto di amore per “Costantina”, bella ragazza caprese: Ah Custantina bella! / Pe te me so ammalute, / nun tengo cchiù salute / i moro ‘nnanze a te!
Dalla voce di Roberto Murolo che proprio da Capri ebbe il suo lancio come cantate chitarrista solista, dato che fino ad allora si era esibito con un quartetto, “Mida”, questo il nome, partirono le note di “Nu quarto ‘e luna” e di “Suonno caprese” di G. Gryon e G. Landi. Torna na vota a Capri, / Torna cu mme a sunnà! / Pe sott’e Faraglioni, / Cchiù doce è a suspirà.
Tra i tanti che si sono dedicati a tesserne le lodi, colui che sicuramente l’ha amata e vissuta con grande vivacità, facendo di Capri quasi una sua seconda patria, fu indiscutibilmente Augusto Cesareo. Nato a Napoli il 24 Marzo del 1905 da Giulio e da Bianca Troise-Farinelli, famiglia dell’alta borghesia, il padre prefetto. Compì con profitto tutti gli studi, in varie scuole d’Italia, fino alla laurea in giurisprudenza che conseguì a Napoli. Come tutti i giovani della “Napoli bene”, di quella Napoli d’altri tempi, quella che contava, frequentava i circoli nautici cittadini.

Velista e canottiere per il circolo Italia, tombeur de femme al Savoia, alla Canottieri Napoli, presidente della Lega Navale. Ancora oggi si disputa una Coppa di vela categoria Star a lui intitolata, “Coppa Cesareo”. In questi circoli ebbe modo di mettere in luce le sue doti eccellenti di nuotatore e di tuffatore, e, dato il censo, si cimentò anche nell’arte della scherma. Gran tiratore di sciabola, era pronto a duellare per salvaguardare l’onore di qualche bella gentildonna napoletana che a lui aveva concesso i suoi favori. Si crede che ciò sia realmente avvenuto! Ma non si dice: perché oramai il duello era stato vietato per legge. La vita di società sembrava nata con lui e per lui. Alto, slanciato, elegante e distinto, dai modi regali, Cesareo era sempre inappuntabile: anche in costume da bagno. Si era avvicinato alla poesia e alla canzone con molta deferenza, avendo vissuta l’epoca dei Di Giacomo, dei Russo, dei Murolo e dei Bovio. Sentiva in pieno il valore alto della poesia vernacola e ad essa aveva affidato i suoi momenti di astrazione lirica. Era entrato così, in quel mondo, in punta di piedi. I suoi primi brani dedicati alla canzone infatti li firmava con le sole iniziali.
Ho appunto, qui, sulla scrivania, la partitura originale di “Mai ‘na parola doce”, edita da Bideri e musicata dal suo musicista più vicino, Luigi Ricciardi, in cui compaiono solo le iniziali: Maje ‘na parola doce, maje ‘na parola / A chist’ammore he mai saputo dì / E io ca voglio bene a te, a te sola / ‘e chesta pena amara me ne moro … / … Te voglio bene, / te voglio bene! / Ma tu … / Mai ‘na parola doce / M’è ditto tu! Grande organizzatore, Cesareo creò dal nulla il Commissariato per il Turismo (si era ancora durante il periodo fascista), poi lo si chiamerà Ente provinciale per il turismo. La figlia Bianca continuerà l’opera paterna presso l’Ente per molti anni con la stessa eleganza ed inventiva. Nel 1955 ideò alla “Canzone del mare” una serata “Chitarrata caprese”, dedicando alla proprietaria, Gracie Fields, una canzone con il nome del suo locale ancora nella fase iniziale. E trovandosi in loco fu ispirato a tal punto da riservare un brano a “Marina piccola” che l’aveva suggestionato particolarmente. Proprio sullo scoglio delle Sirene, giù alla Piccola Marina come dicono i capresi, termino il mio excursus sull’Isola con la i maiuscola: Insuperabile, Imbattibile, Impareggiabile, Inarrivabile, Ineguagliabile.

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