Le città di mare

– di Rosario Iannuzzi

Una sottile distinzione sui centri rivieraschi e sul loro rapporto con la distesa d’acqua.
Ci sono città “di” mare, “sul” mare e “col” mare.
Abitanti, voci, colori e suoni diversi.
Dove il mare è ricchezza, fantasia, avventura e dove è solo una carezza degli occhi, paesaggio da rispettare e da godere.
Infine ci sono le città che oltraggiano il mare, pattumiera di rifiuti industriali, e hanno con esso una relazione che le rende tristi e brutte.

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200608-14-3mItalia,paese di mare, Paese di paesi di mare. Ma, anche, di paesi “col” mare. Paesi in molti casi cresciuti, fino a diventare città. Ma non sempre, i paesi di mare e col mare sono diventati città “di” e “col” mare. È anzi successo che regredissero a semplici città “sul” mare, i cui abitanti hanno dimenticato come si sta assieme al mare. “Di” mare, “col”, mare, “sul” mare: solo un bisticcio linguistico, un gioco di parole fatto di preposizioni semplici e articolate? No.
Ed ecco perché.

Una città “di” mare vanta storia e tradizioni civili o militari direttamente ascrivibili all’elemento liquido. È una città da cui sono partiti uomini e donne alla conquista di uno spazio enorme; è una città i cui figli ne hanno solcato le immensità per approdare, infine e quando ormai disperavano di poterlo davvero fare, altrove. Per conoscere terre nuove, lontane ed esotiche col sogno, magari, di diventare essi stessi uomini nuovi, più giusti, più liberi, più uguali. Ma è città di mare anche quella che vive e si nutre del mare che la bagna, perché i suoi figli, i suoi uomini e le sue donne, praticano il duro mestiere del mare pescando o dedicandosi a traffici commerciali.
Sicché sono tanti e frequenti i rapporti con altre città di mare sparse nel mondo, lontane ben al di là dell’orizzonte. In una città di mare, il mare si vede, si respira e si sente nei disegni delle sue strade e delle sue piazze, nell’architettura e nei colori dei suoi edifici, negli odori delle sue cucine, nei suoni delle vie e delle voci della sua gente; una città di mare si riconosce, si legge sui volti degli abitanti, nei loro modi di fare, raramente scontrosi, chiusi o diffidenti, soventemente affabili, franchi e aperti. Modi di chi è abituato a confrontarsi con le diversità che, nelle città di mare, sono regola e non eccezione.
In quante città lambite dalle onde troviamo tutto questo? Le persone sono così? E le loro voci? Le strade, le piazze, le cucine, hanno quei disegni, quei suoni, quegli odori? No, almeno non in misura tale da farle annoverare tutte tra le città di mare. Del resto, quelli appena descritti sono tratti caratteristici che si riscontrano, nelle moderne città di mare, solo nei quartieri più vicini al mare.
Ci sono tante città che non hanno quartieri, cresciute, anzi “lievitate” disordinatamente, in ossequio alla richiesta di case e ancora case costruite troppo in fretta, senza uno sviluppo regolato, pianificato. No, molte di esse non sono città di mare. Non lo sono mai state. E non sono neanche città “col” mare.

Una città col mare non può vantare un rapporto osmotico, totalizzante ed esclusivo con il suo mare.
Non gli deve ricchezza, vita, fortuna.
Almeno, non come le città di mare perché, a differenza di queste, non gli si è mai data completamente, ma ha imparato a conviverci. Ha imparato che, rispettando il mare, curando il rapporto con il mare, può trarre grandi benefici dalla sua presenza.
Magari i suoi abitanti non vantano avi che siano stati propriamente dei lupi di mare, forse non si saranno dedicati anima e corpo alla pesca, ai traffici, nessuno dei suoi figli avrà mai osato sfidarne le distanze ignote per inseguire il sogno di un altro mondo, da qualche parte molto oltre l’orizzonte, dove diventare uomini nuovi più giusti, più liberi, più uguali.
Tuttavia, gli abitanti di una città col mare hanno imparato che vivere vicino al mare è una fortuna così grande che le persone che ne sono prive, non appena possono, scappano dalle loro case per stare quanto più tempo è possibile in una città col mare e diventare, seppure per un tempo limitato, anch’essi suoi abitanti.
Tutte le città bagnate dal mare che non sono di mare sono, dunque, col mare? Alcune sì, altre lo sono state.
Magari vivendo una lunga stagione dorata in cui ville e palazzi accoglievano tante persone felici di poter vivere, anche se per poco, in una città col mare. Ma il tempo cambia tutto e in molti casi le stagioni col mare sono finite. Non bruscamente, dopo un lento declino, ma sono finite.
Non sono rari i casi in cui le città col mare hanno rinnegato se stesse per inseguire irraggiungibili chimere industriali, tanto da vivere una lunga agonia al termine della quale ritrovarsi ad essere solo città “sul” mare.

Una città sul mare si trova geograficamente posta in posizione tale che uno dei suoi confini viene lambito dalle acque. Non esiste altro rapporto tra la città e il suo mare, anzi tra la città e il mare, senza alcun pronome, tanto meno possessivo, a specificarne una relazione o un vincolo d’appartenenza, proprio perché inesistente. Gli abitanti di una città sul mare vivono la propria vita indifferenti all’acqua perché la parte della loro città immediatamente prospiciente al mare è la più brutta, la meno frequentabile, la più trascurata.
Come fosse uno scantinato, una soffitta polverosa o uno sgabuzzino delle loro case. Come fanno per le proprie abitazioni, gli abitanti di città sul mare, utilizzano quello sgabuzzino come ricettacolo di tutte le cose che non servono. Lo sgabuzzino diventa così un posto di cui servirsi a piacimento, che però è meglio non nominare perché ci si fa solo brutta figura.
Una città sul mare è spesso un posto triste, abitato da persone tristi, che sognano di concedersi vacanze in posti dove respirare un’atmosfera allegra, passeggiare per strade e piazze a misura d’uomo e, magari, di mare. Mentre, proveniente da chissà dove dietro un angolo, una delicata brezza trasporta, leggero, un fragrante, sinuoso odore salmastro che (curioso) finisce col sembra loro vagamente familiare.
Ecco, così sono tante città che sorgono guardando la grande distesa d’acqua: povere, tristi città sul mare che trascinano i loro giorni confusamente e non riescono più a sentire, a ricordare cos’erano quand’erano città col mare e cosa potrebbe essere se solo ricostruissero quel legame. Se solo riuscissero a cambiare la preposizione “sul” nella preposizione “col”.

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